giovedì 13 agosto 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA

parte sessantasei






Luglio era passato. La seconda borsa di monete era stata consegnata e iniziava agosto all’insegna del caldo afoso e di talmente tante zanzare che era impossibile resistere. Per fortuna Cincia aveva il suo rimedio naturale, puzzava di carogna ma le zanzare se ne stavano lontane. Gastone ne aveva sempre un barattolo pieno con sé e se ne serviva in gran quantità, passandolo spesso anche sul pelo di Rufus e di Amleto.
Aveva riportato a Cincia tutto quello che aveva scoperto sulla contessa e sul convento ma non sapevano come approfondire le notizie, abitava troppo fuori mano la contessa e sarebbe stato pericoloso chiedere in giro.
“Devo riuscire ad entrare nella proprietà della contessa.” Disse Gastone.
“Non so proprio come aiutarti.” Gli rispose la vecchia.
“Forse un’idea io ce l’avrei. Domani riparto, prima tappa il convento, poi vedremo.” Concluse l’uomo.
“Non ti manca nemmeno un po’ Margherita?” Gli chiese Cincia.
Gastone rimase alcuni secondi in silenzio. Certo che gli mancava ma non poteva fare diversamente. Alzò lo sguardo verso quel viso rugoso, scosse la testa e si sdraiò sul sofà con Rufus ai piedi.
Era ancora buio pesto quando Gastone si alzò, prese la sua sacca e si diresse al convento a piedi e senza cane.
Oltrepassò le mura con estrema facilità, gli si spezzò il cuore al pensiero degli occhi di sua figlia così vicini ma continuò nella missione che si era prefisso.
Andò dritto alle stalle dove c’era l’unico vecchio cavallo e la piccola carrozza. Fece una carezza sul ruvido manto del vecchio ronzino e accese una piccola torcia. Era troppo facile seguire le impronte lasciate da Domenico in mezzo alla polvere e sporcizia. Raggiunse un piccolo box chiuso da un portoncino di legno con un arrugginito catenaccio. Cercando di non far rumore lo aprì lentamente, tenendo sempre le orecchie ben tese, sapeva che il giardiniere dormiva poco lontano. Spalancò il portoncino e vide un ripiano dove c’era il registro che avevano messo ad “anticare” immerso in una specie di terriccio. Ispezionò ogni angolo e trovò quello che cercava, una botola ben nascosta ma non per lui che sapeva seguire le tracce di ogni animale. La sollevò, vide la scala a pioli e discese. Ci vollero alcuni minuti perché i suoi occhi si adattassero alla fioca luce della torcia. Il luogo era piuttosto ampio e lo ispezionò con lo sguardo prima di muoversi, temeva trappole o tranelli, non poteva stare tranquillo. Osservò attentamente il pavimento mise i piedi sulle orme lasciate da Domenico. Raggiunse una porta bassa e stretta e dovette chinarsi per passare, camminò curvo per alcuni metri poi poté rimettersi dritto. Appoggiati alle pareti c’erano tre bauli di medie dimensioni. Si avvicinò a quello più vicino ma non lo toccò, non si fidava. Li passò in rassegna uno ad uno e capì di aver trovato il tesoro dei cavalieri. Lasciò tutto intatto e, rimettendo gli stivali sulle sue stesse orme uscì come era entrato.
Nel box ci fu rumore e lui prese il pugnale. Risalì la scala a pioli e, con molta prudenza sbucò con la testa, pronto ad affrontare chiunque ci fosse.
Era solo un gatto, ancora più spaventato di lui che si era immobilizzato proprio vicino al libro. Gli venne un’idea. Afferrò il gatto gli premette le zampe sulla polvere lasciando tante impronte, poi lo lasciò andare. Prese il libro e lo lacerò sapientemente col suo pugnale, lo fece cadere in un secchio pieno di cenere o di qualcosa che le somigliava auspicando che risultasse illeggibile.
Sperava che nessuno si accorgesse dell’imbroglio, ma non è che gli importasse molto, era ora di passare al piano successivo e uscì dal convento.
Tornò a casa e fece colazione con Cincia. Era impossibile non accorgersi quanto fosse affaticata e stanca.
“Devi fare in fretta, Gastone. Non so fino a quando durerò. Lo so che non dovrei dirti questo, che potresti essere imprudente ma io sono molto vicina alla mia fine, comunque vada, che io sia viva o morta tu porta a termine il piano, io chiederò al diavolo di lasciarmi vedere come va a finire, poi potrà fare della mia anima ciò che vuole.” Faticava perfino a parlare la vecchia donna.
Gastone la raggiunse e l’abbracciò. Lei lo lasciò fare, era il primo gesto affettuoso di quell’uomo. L’aveva aiutata, curata, e molto altro ma un gesto simile non lo aveva mai avuto. Era un segnale, se ce ne fosse stato bisogno che era giunta davvero alla fine.
“Non preoccuparti, vecchia amica, io mantengo sempre le promesse. Tu cerca di resistere, sarei perso senza di te.” Le sussurrò all’orecchio prima di uscire.
In sella ad Amleto e con Rufus al fianco lasciò la casa e si diresse ancora al convento.
Si rimise nella stessa posizione delle volte precedenti ad osservare le mura. Doveva essere visto, ci sarebbe tornato ogni mattina fino a quando quel Domenico non lo avesse raggiunto, e sapeva che non ci sarebbe voluto molto.
Il terzo giorno di appostamento vide uscire la carrozza e un sorriso gli increspò le labbra sotto i baffi. Ritornò al suo lavoro nel bosco, ancora poco tempo poi avrebbe avuto le risposte che voleva, stavolta le avrebbe avute, non avrebbe avuto pietà per ottenerle.

Capitolo trentuno
Finì anche quella prima settimana di agosto. I lavori nei campi e nei vigneti iniziavano all’alba e terminava solo al crepuscolo cercando di ottenere il massimo da quel poco che c’era. Come ogni domenica gli venne consegnato altro denaro, era diventato molto ricco ma non gli interessava. Era una giornata bollente e, mentre Cincia riposava uscì di casa. Prese le varie sacche di monete che aveva nascosto nel casotto e le sotterrò nell’orto, ne aveva parecchie e se gli fossero servite sapeva dove trovarle in fretta.
Passò il pomeriggio in silenzio lasciando Cincia a letto e preparò da solo la cena e le provviste per la settimana. Se ci fosse stata Margherita … ma scacciò subito il pensiero.
“Tieni duro, vecchia amica, credo che siamo vicini allo scoprire qualcosa di importante.” Le disse Gastone.
Cincia alzò il bicchiere di vino in segno di brindisi. “Sto lottando per resistere, ma promettimi che qualunque cosa mi succeda tu porterai a termine la tua vendetta, giuramelo o non morirò in pace!” Se ne uscì Cincia.
“Te lo prometto, e appena saprò qualcosa di interessante verrò subito a riferirtelo. Ora stai tranquilla, ci penso io a sistemare. Domani mattina verrà la donna ad aiutarti, tu non devi fare altro che riposare e aspettarmi.” Le rispose l’uomo.
Con molta fatica la donna raggiunse la sua camera, sapeva che al risveglio lui se ne sarebbe già andato, ma sentiva che qualcosa di importante stava per succedere e il suo vecchio cuore malandato cominciò a galoppare. Si costrinse a pensare ad altro, non voleva morire proprio adesso e, con le mani poggiate sul petto si addormentò.
I rumori del bosco erano musica per le orecchie di Gastone, orecchie che teneva ben tese, era cosciente che quel Domenico avrebbe eseguito l’ordine della contessa e lui proprio questo aspettava, avrebbe avuto una bella sorpresa quell’uomo.
Non successe niente il primo giorno di perlustrazione. Gastone aveva passato la notte con Rufus ben sveglio, sentiva nelle ossa che stava per succedere, il suo istinto non sbagliava mai.
Era in sella ad Amleto, non si era allontanato molto dalla diga che separava le proprietà di Morietti, voleva restare in zona e portare nel tunnel l’uomo non appena si fosse presentata l’opportunità.
Rufus ringhiò sommessamente e l’uomo capì.
Scese da cavallo e appoggiò la schiena al tronco di un albero con l’intento di accendersi un sigaro, aveva il pugnale a portata di mano e aveva deliberatamente lasciato il fucile vicino al cavallo, doveva dare l’impressione di essere rilassato e al sicuro.
Acuì l’udito ma ancora non sentiva niente, nemmeno gli uccelli avevano cambiato volo, o era davvero molto bravo o lui stava perdendo colpi.
Amleto nitrì muovendo la coda innervosito, si stava avvicinando e Gastone rimase immobile guardando le spirali di fumo salire verso l’alto, le avrebbe viste anche l’altro.
Ora lo sentiva distintamente avvicinarsi, anche se era davvero molto leggero e bravo ed era quasi silenzioso, se non lo avesse aspettato avrebbe potuto davvero essere preso di sorpresa.
Gastone si accucciò sulle gambe, lasciando all’altro meno spazio di manovra, continuando a fumare il sigaro. All’improvviso Rufus arrivò di corsa abbaiando, fu quello che gli serviva per spostarsi e prendere di sorpresa il suo nemico che non si aspettava di essere stato scoperto.
Ci fu una breve lotta, entrambi erano uomini massicci e capaci di lottare, sapevano entrambi che era in gioco la loro stessa vita. Gastone piantò il suo pugnale nel braccio di Domenico che lasciò cadere la sua pistola. Soltanto un gemito gli uscì dalle labbra, aveva molta forza in quelle robuste braccia ma Gastone teneva in mano ancora il pugnale e, con un guizzo da vero serpente gli ferì anche l’altro braccio. Non rimase ad aspettare la reazione ma lo immobilizzò usando mani e gambe e gli passò una robusta corda intorno al corpo legandolo con le braccia attaccate ai fianchi. Domenico scalciava e si difendeva, era un lottatore ma Gastone gli sferrò un pugno che lo mandò a gambe all’aria, non avendo la possibilità di tenersi in equilibrio rimase a terra quel tanto che servì a Gastone per mollargli un potente calcio nelle costole che gli fece mancare il fiato.
Gli calò un sacco sulla testa e gli sferrò un altro pugno che lo tramortì. Lo issò in spalla ed entrò nel passaggio segreto del pollaio, oltrepassando velocemente la porta e scaricando senza tanti complimenti l’uomo ancora svenuto nella stanza con gli altri cadaveri.
Aveva provveduto a preparare dei ganci e legò l’uomo con delle robuste catene ai polsi mentre il sangue colava dalle ferite delle braccia.
 Era seduto, le braccia alzate appese al muro e già si stava riprendendo, era davvero un uomo forte.
Quando gli tolse il sacco dalla testa si avvide che aveva un occhio semichiuso e gonfio, probabilmente non riusciva a vederci.
Gastone era proprio davanti all’altro aspettando che si riprendesse del tutto.
Ci vollero ancora alcuni minuti poi fu completamente sveglio. Agitò le braccia sentendole imprigionate e doloranti, cercò di alzarsi ma un calcio ben assestato nelle costole lo fece desistere.
Non si erano ancora detti una parola, Gastone stava aspettando che quell’altro si calmasse e si rendesse conto di non avere scampo. Domenico si guardò intorno e vide i cadaveri, ebbe una reazione di sorpresa che non riuscì a celare. Passarono ancora alcuni minuti, Gastone si era messo comodo seduto su uno sgabello davanti all’altro uomo, pronto ad iniziare l’interrogatorio, per ottenere tutte le informazione che voleva e che avrebbe avuto.
“Dove siamo?” Chiese Domenico.
“Nella tua tomba, se non collabori.” Gli rispose Gastone.
L’altro aveva l’occhio completamente chiuso. “Lo so che non uscirò vivo da qui, cosa ti fa pensare che possa parlare? Cosa posso ottenere?”
“Parlerai, stanne sicuro, testerò la tua soglia del dolore ma non ti ucciderò, conosco il corpo umano e so dove colpire senza uccidere e dove posso provocare molto dolore. Qui puoi urlare quanto ti pare e possiamo rimanere fin che vuoi, ho con me tutto quello che mi serve, non ho fretta, dipende da te quanto vuoi soffrire prima di morire.” La voce di Gastone era bassa ma metteva i brividi.
“Ti troveranno, stanne sicuro, e farai una brutta fine!” Gli sputò in faccia l’uomo legato.
“Anche loro me l’hanno detto, ma non è successo.” Disse facendo un cenno verso i tre cadaveri maschili.
“Ora stammi bene a sentire, voglio sapere tutto sulla contessa, sulla superiora, sul convento e sulla setta. Tutto qui.” Gastone si era avvicinato al viso dell’altro col pugnale in mano.
“Da me non saprai niente di niente!” Gli rispose.
Gastone teneva gli occhi fissi in quelli dell’altro uomo, rimase immobile mentre con il pugnale tagliava un tendine del braccio teso.
Un urlo riempì la piccola stanza, se ci fossero stati dei ragni sarebbero scappati dallo spavento.
“Questo è solo uno dei tanti che hai, poi inizierò dalle dita dei piedi, uno alla volta.” Così dicendo gli tolse stivali, calze e pantaloni e non contento gli tolse anche le mutande e lo lasciò mezzo nudo a meditare su quello che gli sarebbe successo.


Romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

mercoledì 12 agosto 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA

parte sessantacinque






Capitolo trenta
Gastone non aveva deciso cosa fare in quei giorni. Era convinto che il bandolo della matassa fosse dentro il convento ma doveva guadagnarsi le monete che gli avevano promesso, così partì in direzione della grande tenuta della contessa. Cercava di non stare sulla strada principale ma sfruttava i sentieri e le rive del fiume. Sapeva ben orientarsi, lo aveva imparato fin da bambino. Non incontrò nessuno mentre si avvicinava alla tenuta della contessa. La osservò da lontano, non era particolarmente interessato a quel luogo, non ancora. Si accampò per la notte e il mattino dopo fece il tragitto a ritroso.
Era sabato mattina quando arrivò a casa, era stato assente per cinque giorni e non vedeva l’ora di farsi un bagno e di cambiarsi. Rufus corse in casa e Gastone lo raggiunse. Era strano non vedere Cincia e andò nella sua camera, con un brutto presentimento. Trovò la vecchia sdraiata sul suo letto, aveva gli occhi spalancati. Fu sollevato di vedere che era viva, per un attimo aveva pensato il peggio.
“Cosa ti succede, Cincia?” gli occhi della vecchia si riempirono di lacrime. “Se n’è andata, Margherita se n’è andata! Ed è colpa tua!”
Gastone si sedette sul bordo del letto e le prese la mano rugosa. “Lo sai quanto è pericoloso quello che faccio, anzi che facciamo, non potevo trattenerla e mettere in pericolo anche lei. Ma ti prometto che, quando tutto sarà finito andrò a cercarla e, se mi vorrà resterò con lei, anch’io provo affetto per lei, è una donna meravigliosa.” Cincia ritrasse la mano. “Tu non ami nessuno. Tu ami solo la tua vendetta e non c’è posto per nient’altro, alla fine rimarrai solo come un cane, io non vivrò in eterno, sto solo aspettando il momento giusto per andarmene, io le volevo bene.”
“Alzati che mangiamo qualcosa, sono molto affamato, e anche stanco dopo cinque giorni in sella ad Amleto.”
Stavano facendo colazione la domenica mattina quando sentirono un cavallo avvicinarsi e Rufus ringhiare sommessamente. Gastone andò alla porta e una guardia del marchese gli consegno una piccola sacca, se ne andò senza nemmeno scendere da cavallo.
Gastone posò l’involucro sulla tavola e lo aprì, come convenuto conteneva cofanetto colmo di monete. Lo mostrò a Cincia che non lo degnò di uno sguardo, si alzò e lo portò nel suo casotto .Aveva bisogno di costruire altri nascondigli, aveva talmente tanto denaro che non sapeva più dove nasconderlo e passò il pomeriggio a scavare buche nell’orto, ci trasferì tutto il tesoro che aveva accumulato, non gli importava nemmeno se glielo avessero rubato, non sapeva cosa farsene, era denaro sporco, denaro sporco del sangue di tante ragazze vergini ammazzate. A quel pensiero gli si strinse il cuore. Doveva entrare nel convento, doveva assolutamente entrarci e, in quel momento capì come poteva fare.
Cincia sembrava aver perso la voglia di vivere, la lontananza di Margherita le pesava sul cuore, quel cuore vecchio nel quale aveva conservato la speranza che quei due potessero rimanere insieme. Gastone la costrinse a sedersi e si mise vicino a lei.
“Ho bisogno di te, Cincia, ora più che mai. Ho bisogno di sapere che sei ancora dalla mia parte o non potrò fare quello che ho in mente, vuoi che lasci perdere tutto quanto? Tutto quello che ho fatto e rischiato fin’ora? Sei ancora al mio fianco? Lo sai, potrei benissimo finirla qui, andare a riprendere gli occhi di mia figlia e riportarglieli e andarmene per sempre, scomparire, lasciandoti qui a finire i tuoi giorni. E’ questo quello che vuoi? I cavalieri stanno morendo, ma la testa del serpente è ancora più viva che mai, è quella che devo mozzare o tutto sarà stato vano.”
“Finisci quello che hai cominciato, ordinerò al mio malandato cuore di tenere duro.”
Gastone avrebbe voluto riposare ma doveva dare una mano a Cincia. “Vado in paese, ti trovo una donna che ti aiuti nei lavori domestici e con gli animali, non puoi affaticarti troppo.” Cincia non gli rispose, sapeva che aveva ragione, sentiva più che mai la sua fine che si avvicinava. Avrebbe voluto lasciarsi andare, come aveva desiderato in tutti quegli anni, ma aveva fatto una promessa e l’avrebbe mantenuta, e in fondo al suo cuore, anche se faceva fatica ad ammetterlo perfino a se stessa, desiderava esserci quando la morte si sarebbe portata via quei maledetti assassini. Ed ora ci era vicina.
Il lunedì mattina Gastone era pronto a riprendere il suo lavoro, aspettò che arrivasse Marietta, una vedova del posto, le pagò la settimana in anticipo e le raccomandò di accudire più Cincia che il resto.
Si diresse allo stesso posto dell’altra volta, ad osservare il convento e ci rimase a lungo. Decise di avvicinarsi e bussò al grande portone. Aspettò a lungo prima che gli aprissero.
“Vorrei parlare con la superiora.” La piccola suora, ad occhi bassi lo fece entrare e gli disse di aspettare. Ci volle parecchio tempo prima che ricomparisse. Gastone legò il cavallo, lasciò Rufus e seguì la suora. Alla luce del giorno quel posto era ben diverso, si vedevano giardini e piante, aiuole di piccoli fiori colorati. Avrebbe voluto vedere ogni cosa ma cercava di tenere lo sguardo basso, non voleva destare sospetti. La suora bussò ad una porta e lo fece entrare.
Era una vasta stanza che gli ricordava quella del priore che lo aveva accolto così amorevolmente, ma il viso di quella donna era tutt’altro che amorevole. Indossava la veste e il capo era coperto, il viso aguzzo e magro che i suoi occhi parevano dover cadere tanto erano in fuori, era davvero brutta. Teneva le mani poggiate sul tavolo ricoperto di vari oggetti sacri, mani rinsecchite. Gli fece cenno di sedersi, e lui col cappello in mano prese posto di fronte a lei.
“So che ha chiesto di parlarmi, cosa desidera? Posso sapere il suo nome?”
“Mi chiamo Gastone e sono il guardia boschi della zona, passo spesso da queste parti. Sto cercando una persona.”
La superiora alzò un sopracciglio. “E la viene a cercare qui? Cosa pensa di trovarci?” Sembrava piuttosto seccata, e questo lo notò anche l’uomo.
“Si tratta di mia sorella, e mi hanno detto che è stata vista da queste parti, per questo sono venuto qui.”
La monaca sembrava soppesare ogni parola che diceva.
“Questo è un convento e siamo in poche, le garantisco che non è passata nessuna ragazza a chiedere ricovero o altro, o lo saprei certamente. Credo che si debba rivolgere altrove.”
Gastone rigirava il cappello fra le mani. “Devo aver confuso convento con bordello.” Disse sottovoce.
La superiora scattò in piedi. “Come osa! Questo è un luogo consacrato e le ordino di uscire immediatamente!”
“Altrimenti?” la sfidò l’uomo.
Gli occhi della suora erano ancora di più fuori dalle orbite tanto era furiosa. Suonò un campanello che aveva davanti ma Gastone non si scompose. Si sentì bussare alla porta ed entrò la piccola suora che gli aveva aperto il portone. “Accompagna il signore fuori di qui!”
I due si sfidavano a colpi di occhiatacce e la nuova arrivata non sapeva cosa fare.
“Non me ne andrò se prima non sarò sicuro che mia sorella non è qui. Se quello che dite è vero vi basta farmi dare un’occhiata. Mi accompagnerà questa gentile sorella, e se non troverò niente, avete la mia parola che non mi rivedrete più!”
La superiora ansimava dalla rabbia. Gastone osservava quelle mani e le riconobbe. Non poteva sbagliarsi erano troppo particolari, erano quelle che avevano inchiodato all’albero una povera ragazza e quella che aveva al fianco poteva essere la stessa che l’aveva aiutata. Sentì montargli una rabbia immensa. Stringeva il bordo del cappello e aveva le nocche livide, stava cercando di calmarsi o le avrebbe strozzate lì dov’erano. Fece alcuni respiri profondi, pensando che quelle mani potevano essere quelle che avevano inchiodato anche sua figlia. Tremava in tutto il corpo, l’istinto omicida era più forte che mai e furono le parole di Cincia che gli risuonavano nella mente a dargli la forza di calmarsi. Si riprese e alzò lo sguardo su quella donna che non poteva essere una suora superiora, era falsa come tutto lo era in quel convento. Doveva andarsene, lo scopo che voleva raggiungere lo aveva ottenuto. Uscì seguito dalla suora che richiuse rumorosamente dietro di lui il portone.
Maledette, pagherete anche voi. Pensò mentre si allontanava.
Vagò nel bosco senza farsi vedere da nessuno, aspettava l’oscurità per entrare di nuovo al convento. Era sicuro, ma doveva accertarsi di persona che ormai erano rimaste solo le monache e la superiora, che le ragazze erano state spostate. Aveva una rabbia nel cuore che non riusciva a placare, doveva sforzarsi di rimanere calmo, sarebbe stato così facile porre termine a tutto, ma doveva arrivare alla stramaledettissima contessa Scarioli, inoltre voleva godersi le pene dei cavalieri, no, doveva mantenere la calma ad ogni costo.
Rufus sentiva il nervosismo del suo padrone e stava più all’erta che mai.
Finalmente scese il buio. Il cielo era bellissimo: miliardi di stelle e una luna luminosa. Come faceva ogni sera guardò tutte le stelle in cerca di quella che aveva assegnato a sua figlia e gli parve più luminosa che mai. Sto mantenendo la mia promessa, presto ti riunirò a tua madre, insieme al mio cuore. Indossò i soliti indumenti scuri e partì per il convento. Ormai era facile per lui oltrepassare le mura e conosceva abbastanza bene la distribuzione dell’interno del convento. Il silenzio era totale, soltanto gli uccelli notturni avevano il coraggio di avvicinarsi e sorvolare quel posto, a ben pensarci non c’era molto movimento sul sentiero che conduceva lì. Calzò sul viso la calza nera, soltanto gli occhi rimanevano scoperti. Stando rasente al muro camminò per tutto il perimetro contando finestre e porte del piano terra. Poi si arrampicò al piano superiore, non era difficile raggiungere uno dei balconcini e scelse quello che gli pareva più nascosto.
Entrò in una piccola stanza, distingueva soltanto un letto vuoto, un tavolino e una sedia ma non c’era nessuno. Aprì la porta meravigliandosi di quanto fosse silenziosa, si era aspettato un cigolio, un minimo di rumore ma non successe. Non c’erano candele o torce, tutto era buio, soltanto la luna e le stelle rischiaravano molto debolmente quel posto. Passò in rassegna tutto il corridoio e contò le porte chiuse. Passò davanti alla statua della Madonna e continuò la sua perlustrazione.
Si fermò in ascolto. Aveva sentito delle voci. Una sottile lama di luce sfuggiva dallo spiffero di una porta e, con estrema cautela la raggiunse. Posò l’orecchio alla fessura e rimase in ascolto.
Riconobbe senza ombra di dubbio la voce della superiora. Riuscì solo ad afferrare alcune parole ma capì che aveva consegnato un messaggio da portare alla contessa, era quello che voleva.
Tornò di corsa e silenzioso fuori dalle mura e attese.
Non passò molto che una piccola carrozza scura uscì dal portone, un unico cavallo e un cocchiere.
Doveva agire. Come un brigante che assalta i viandanti nella notte.
Il cavallo si impennò all’apparire di Rufus e il cocchiere cadde. Gastone lo colpì e quello rimase svenuto a terra. Teneva il pugnale in una mano e il fucile nell’altra, non sapeva chi si sarebbe trovato di fronte. Aprì con un calcio la piccola porta della carrozza e si trovò di fronte una donna spaventata. Camuffò la voce e si fece consegnare la borsa, intimandole di non muoversi e lasciò Rufus di guardia.
Trovò quello che cercava, lo lesse e ritornò alla carrozza.
“Non c’è niente di valore qui dentro, dove tieni le monete?”
La donna sollevò la sottana e gli consegnò un piccolo borsello con alcune monete. Si vedeva che era spaventata, l’uomo le teneva puntato il coltello alla gola.
Con un salto lasciò l’abitacolo e sparì nella notte.
La donna scese, svegliò il cocchiere e ripartirono.
Gastone aveva riconosciuto l’uomo a cassetta, l’unico uomo che entrava al convento per i lavori di giardiniere, di sicuro un uomo della contessa, ma non riconobbe la donna.
Trovò un posto riparato e si accampò in attesa dell’alba. Cercò di dormire ma non ci riuscì. Quando il giorno iniziò il suo risveglio, Gastone era già in sella ad Amleto e si inoltrò ancora di più nel bosco. Si chiese quanto tempo doveva passare prima che la contessa raggiungesse il convento. Il messaggio non era chiaro, diceva soltanto che un cavallo imbizzarrito aveva ferito una suora e necessitava di cure. E se non fosse venuta lei? Se avesse mandato qualcun altro? Lo avrebbe saputo solo al momento opportuno, non rimaneva che aspettare, lui non si sarebbe allontanato dal sentiero e non avrebbe nemmeno dormito.
Era giovedì quando sentì del movimento sul sentiero. Rufus lo aveva sentito prima di lui e gli aveva lanciato il segnale. Lasciò cavallo e cane ben nascosti e si diresse al convento, doveva entrare prima dell’arrivo della carrozza e mettersi in una posizione strategica per non perdersi l’incontro. Adesso conosceva abbastanza bene l’ubicazione del convento, quello che non sapeva era chi ci fosse nella carrozza appena arrivata e dove si sarebbe svolto l’incontro. Decise di mettersi il più vicino possibile allo studio della superiora, sperando che fosse quello il luogo.
Gli zoccoli dei due cavalli riecheggiavano sul ciottolato di pietra. Gastone aguzzava la vista e vide scendere una donna e un uomo, da quella distanza non poteva riconoscerli ma la donna doveva essere la contessa, la sua corporatura piuttosto massiccia e di bassa statura non lasciava dubbi.
I nuovi arrivati furono accolti dalla superiora che li precedette e li fece entrare. Gastone osservava le finestre cercando di scorgere un segno che gli indicasse dove fossero. Finalmente vide due mani rinsecchite chiudere le tende di una porta finestra che dava su un piccolo balconcino. Non sarebbe stato facile raggiungerlo, in pieno giorno e con pochi appigli. Per un attimo fu indeciso se entrare e cercare la stanza o salire sul balcone. Non ebbe molto tempo per decidersi perché il giardiniere entrò dal portone principale per raggiungere il suo posto. Gastone fu costretto ad entrare, dall’esterno non c’erano possibilità di passare inosservato.
Trovò una delle porte ed entrò. Se di sopra c’era la superiora e la donna della carrozza fosse una suora mandata dalla contessa doveva esserci solo un’altra monaca. Sentì delle voci e sbirciò dalla finestra. Vide il cocchiere e il giardiniere fumare insieme un sigaro.
Era silenzioso come un gatto in agguato. Alla luce del giorno ogni cosa sembrava diversa, perfino la statua della Madonna sembrava guardarlo con astio, ma a lui non importava né della Madonna né di dio.
Ora sentiva distintamente delle voci ma non quello che si dicevano, si avvicinò ancora di più e ringraziò dio della grande statua di un santo posta vicino all’entrata. Non riusciva a vedere ma ora poteva ascoltare quasi indistintamente.
“Raccontami quello che è successo col guardia boschi”. Disse la contessa alla superiora. E quella le raccontò del loro incontro, e di come fosse stato sfacciato e poco rispettoso sia del luogo che della sua persona.
“Lo avevi mai visto prima?” continuò la contessa.
“No. So che ogni tanto passa da queste parti per il suo lavoro ma non si è mai fermato troppo nella zona, o lo avremmo visto.” Le rispose la superiora.
Gastone si chiedeva chi fosse l’uomo in quella stanza e per quale motivo fosse lì.
“Domenico, vai a controllare che tutto sia in ordine.” Comandò la contessa all’uomo.
Lo sconosciuto uscì. Gastone era indeciso se seguirlo o rimanere ad ascoltare quello che quelle due maledette si dicevano. Guardò fuori dalla piccola finestra e vide lo sconosciuto entrare nelle stalle. Allora decise di rimanere ad ascoltare, nelle stalle ci sarebbe andato dopo.
“Le ragazze sono partite da tempo e sono al sicuro. I nostri affari non risentiranno di questi cambiamenti, un bordello vale l’altro. Quello che mi preoccupa sono i cavalieri, sento montare la loro protesta. Dio stramaledica quel maledetto che ha sottratto il libro della setta, lo ha nascosto proprio bene, sono anni che lo faccio cercare ma nessuno è riuscito a trovarlo. E’ ultimata la copia che ti ho ordinato di scrivere?” Chiese rabbiosa la contessa.
“Sì, è ultimata. La stiamo trattando per farla sembrare antica, ma è quasi pronta. Ho eseguito i tuoi ordini alla lettera, ora vorrei che tu mantenessi la tua promessa, dimmi dove si trova mia figlia, voglio vederla!” bisbigliò la superiora.
“Ogni cosa a suo tempo, ma quasi ci siamo. C’è parecchio denaro e parecchie proprietà che ci aspettano, cara sorella, mia nipote è in buone mani, non ti devi preoccupare per lei.” Le rispose la contessa.
A Gastone si rizzarono le orecchie, la figlia della superiora (se davvero era una monaca) che era la sorella della contessa, doveva scoprirne di più.
Sentì dei passi e fece appena in tempo a nascondersi, Domenico stava tornando. C’era mancato poco che lo scoprisse, doveva stare più vigile.
L’uomo entrò nella stanza. “Tutto a posto.” Disse semplicemente.
Si sentì rumore di sedie.
“Cosa facciamo col guardia boschi?” Rimarcò la superiora.
“A lui ci pensa Domenico, non ti devi preoccupare. Ti sei mai preoccupata di qualcosa oltre che a combinare danni? Ci ho sempre pensato io, stai tranquilla che ci penso io pure questa volta, ancora poco tempo e tutto sarà finito. Al rito di ottobre, con le due vergini farò in modo che venga messa la parola fine a tutto questo e noi potremo vivere ricche.” Sentenziò la contessa.
“E con le due monache che mi hanno aiutata con i cadaveri delle ragazze?” Insistette la superiora.
“Ti ho detto di non preoccuparti, e poi non sono monache vere, di che ti crucci. Fai buona guardia ancora per qualche mese e poi tutto finirà! Ora devo tornare a casa, c’è bisogno di me.”
Si sentì la sedia spostarsi e poco dopo uscirono tutti dalla stanza. Gastone aveva altri elementi da valutare, primo fra tutti controllare le stalle e poi scoprire il più possibile sulla contessa e sua nipote. Sentiva il sangue scorrergli velocemente nelle vene al pensiero di quello che avrebbe fatto a quelle donne, a tutte e tre, dopo aver sistemato anche Domenico, che avrebbe raggiunto gli altri cadaveri nel cunicolo. Ora doveva pensare a cosa dire ai cavalieri che lo avevano assoldato, ma per fare questo aveva bisogno di entrare nella proprietà della contessa e lo avrebbe fatto la settimana seguente.
Si affacciò alla piccola finestra mentre la carrozza raggiungeva i due visitatori. Gastone aguzzò la vista e cercò di imprimersi nella mente la faccia di quel Domenico e della contessa. Aspettò che se ne andassero e, sempre con la sua massima cautela uscì dal convento e raggiunse cavallo e cane.
Era ora di tornare a casa, aveva molte cose a cui pensare.


Romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

lunedì 10 agosto 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA

parte sessantaquattro






Gastone non respirava nell’attesa, ora avrebbe saputo cosa volevano.
Il marchese si decise. “Vogliamo che tu trovi dove la contessa tiene i forzieri del nostro denaro.”
Ora non si tornava più indietro.
“E cosa faccio se lo trovo?”
“Nulla, devi solo informarci dell’ubicazione, al resto pensiamo noi. Come vedi niente che ti faccia sporcare le mani.”
“E cosa ci guadagno? Come faccio col mio lavoro?”
“Discuteremo anche di questo, ora ti mostriamo sulla carta dove si trovano le sue proprietà.”
Venne aperta una mappa e spiegarono a Gastone il territorio da esplorare. Sarebbe dovuto stare lontano da casa anche per diversi giorni consecutivi.
“E come giustifico la mia presenza se qualcuno me lo chiede?”
“Dovrai fare in modo che nessuno ti noti o avere una scusa pronta, ricorda che noi giureremo che non abbiamo niente a che fare con te se le cose si mettessero male, è un rischio, sta a te decidere, ora e subito.”
Gastone stava elaborando le notizie che aveva ricevuto, quegli uomini volevano impossessarsi del tesoro della setta senza sporcarsi le mani e doveva essere molto consistente se erano disposti ad esporsi con lui.
“Il mio assenso è legato al compenso.”
“Riceverai un cofanetto di monete già domani, e ne avrai uno alla settimana quando farai rapporto. Non avrai un tempo illimitato, questo è palese, cinque settimane e non di più.”
“E se fallissi non trovando niente?”
“Non fallirai, noi crediamo nelle tue capacità. Le notizie che ci porterai saranno sufficienti per garantirti il compenso, noi siamo uomini di parola, e sappiamo che tu manterrai la tua.”
“Va bene, lo farò. Dirò alle mie donne che ho ricevuto un nuovo incarico che mi porta lontano e farò quello che mi avete richiesto, farò di tutto per riuscire nell’impresa ma non posso garantire il risultato che voi volete.”
“Questo ci basta. Ora brindiamo al nostro accordo.”
Il marchese mise sul tavolo i boccali.
“Ho portato io qualcosa di speciale, l’ho tenuto da parte fin da quando lavoravo nella distilleria.”
Estrasse una bottiglia e versò da bere per tutti.
Un assaggio e poi scolarono quel liquore pregiato, ma Gastone non ne bevve.
“Ora che l’accordo è suggellato puoi tornare a casa, noi abbiamo altro di cui discutere.”
Salutò cortesemente e, sogghignando sotto i baffi salì in groppa ad Amleto e lasciò quel posto senza voltarsi.
In sella al suo cavallo passò di fianco alle guardie di quei maledetti e tornò a casa.
Il pomeriggio era caldo e il sole ancora non era tramontato. Vide in lontananza la casa di Cincia e ripensò a quando era arrivato in quel posto. Non possedeva niente se non la sua vendetta da portare a termine. Ora era un uomo ricco e aveva compiuto azioni delle quali non aveva mai creduto di esserne capace. Aveva un’amica che lo proteggeva, una donna che lo amava incondizionatamente, ma lui aveva solo la sua vendetta. Quello che aveva messo nella bottiglia di liquore era un veleno molto particolare, sconosciuto ai più e molto lento a colpire. Ci sarebbero volute settimane prima che i sintomi iniziali si aggravassero, per quei quattro cavalieri il destino era segnato. Tutto procedeva ma lui non trovava quella pace cui anelava.
Margherita lo vide e lo salutò mandandogli un bacio. Gastone allontanò i pensieri e sorrise mentre arrivava sotto il portico e scendeva dal cavallo. La donna lo abbracciò e gli ordinò di darsi una ripulita che la cena era quasi pronta.
Mangiarono in un’atmosfera serena e, dopo aver sistemato ogni cosa,  Gastone accompagnò a casa Margherita. Salutò Cincia e le diede appuntamento per la colazione del giorno dopo.
Giunsero accaldati nella casupola di Margherita, aprirono le finestre e riposero la sacca su una sedia. Il sofà, un pochino scalcinato cigolò mentre si sedevano. La donna gli prese la mano e la premette sul seno. I suoi occhi erano una richiesta che lui fece finta di non capire, così la sollevò di peso e la portò in camera da letto, dove passarono ore a fare sesso, a bere vino senza parlare.
Si addormentarono che era quasi l’alba. Gastone la teneva fra le braccia, dio come avrebbe voluto innamorarsi di quella donna meravigliosa, invece sapeva che ogni giorno che passava era un giorno in più che lo allontanava da lei. Se il suo piano fosse proseguito come pensava, mancava ancora poco alla sua partenza. Si chiese se gli sarebbe dispiaciuto ma, al momento non sapeva cosa rispondersi. La baciò sulla fronte e si alzò, era ora di tornare a casa e mettere al corrente Cincia di quello che era successo.
Sapeva che l’avrebbe trovata sveglia e con la padella calda pronta per le uova. Si sedettero e le raccontò quello che gli avevano chiesto quei delinquenti. Lei lo guardò fisso. “Sei sicuro di non avere altro da aggiungere?” “Mi conosci troppo bene, vecchia brontolona. Sì, li ho avvelenati!” Cincia sgranò gli occhi. “Hai commesso un’imprudenza! Sciocco che non sei altro! Cosa credi che non capiranno di essere stati avvelenati quando si ammaleranno tutti quanti?” “Vecchia! Mi credi proprio così sciocco! Ognuno di loro ha un peso e un’età diversa, quel veleno è usato per gli animali ed io lo conosco bene, so quanto ne serve e loro non si ammaleranno contemporaneamente, ma anche se così fosse non ha importanza. Moriranno prima di scoprire cos’hanno.”
“Oggi devo fare il mio giro, parlerò con Margherita e le dirò che starò lontano alcuni giorni, preparami qualcosa da portare con me, solo cibo che possa durare almeno cinque giorni. Sabato sarò di ritorno, forse prima, dipende da quello che riesco a scoprire. Oggi devo dedicarmi al convento, ho l’impressione che tutto l’enigma sia da sciogliere in quel posto, devo trovare il modo di entrarci, e dalla porta principale.” “Tu sei pazzo, lo sai vero?” Le rispose Cincia. “Per questo andiamo così d’accordo.” Le rispose facendole l’occhiolino.
Fischiò a Rufus, prese le sue cose, salì in groppa ad Amleto e partì per quella nuova settimana, l’ultima di luglio.
La frescura del bosco era molto piacevole. Rufus era davanti a lui, sembrava sapesse dove erano diretti, quel cane era stato una benedizione da quando lo aveva trovato e per un attimo gli dispiacque sapere che doveva abbandonare anche lui, ma per il momento non voleva pensarci.
Appena fosse stato sicuro che tutto era tornato tranquillo sarebbe tornato nel nascondiglio dove giacevano tre cadaveri ed un baule che conteneva il libro sacro della setta, non vedeva l’ora di leggerlo e scoprire tutto il possibile su quegli infami.
Si stava avvicinando al convento, questa volta non stava strisciando nascosto nell’erba ma era a cavallo e ben visibile, era quello che voleva. Attraversò il prato incolto e fu lui stesso sorpreso che non ci fossero segni dei suoi precedenti passaggi, era davvero molto bravo, e non doveva perdere la concentrazione. Si fermò a poca distanza ad osservarlo. Le alte mura nascondevano ogni movimento ed ogni attività che si svolgeva là dentro. Rimase immobile, in groppa ad Amleto per lungo tempo ad osservare, mentre Rufus si divertiva a correre in mezzo all’erba. Sicuro di essere stato notato girò il cavallo e proseguì nel suo quotidiano lavoro.
Passò le ore successive immerso nelle sue incombenze e, nel pomeriggio tornò nella stessa postazione della mattina e si fermò di nuovo, immobile ad osservare quelle alte mura. Ritornò a casa che il sole era già tramontato e le zanzare avevano cominciato la loro danza serale insieme al canto dei grilli.
Margherita era con Cincia. Quella donna non perdeva mai il sorriso ed era un vero piacere ogni volta che la vedeva. Si misero a tavola e fu messa al corrente della sua assenza per i giorni successivi.
La stava riaccompagnando a casa. “Mi parlerai mai di te? Mi dirai mai cosa hai nel cuore?”  Gli disse la donna. “Non posso, o dovrei mentirti e non lo voglio, non l’ho mai fatto.” Entrarono in casa ma l’atmosfera non era come il solito. “Ho deciso di andarmene.” Disse Margherita. “Lo devo fare prima che sia troppo tardi, prima che il mio cuore sanguini quando sarai tu ad abbandonarmi. Non posso soffrire più di ora, non posso!” E piangendo si buttò fra le sue braccia.
Gastone sentiva il suo petto squassato dai singhiozzi e non sapeva come consolarla. Gli dispiaceva perderla, ma sapeva che aveva ragione lei. “Quando te ne andrai?” le chiese dolcemente. Margherita non aveva il coraggio di guardarlo negli occhi. “Quando tornerai, io non ci sarò più.”
La tenne stretta, avrebbe voluto tenerla per sempre così, ma era meglio se partiva, il pericolo ora era davvero grande e lei non meritava di soffrire. “E se un giorno ti ritrovassi?” Le sussurrò! Un sospiro e la donna si scioglie dall’abbraccio e lo guardò coi suoi occhi pieni di lacrime. “Sono una donna, spero di trovare un uomo che trascorra con me il resto della vita, non posso aspettarti invano per sempre.” Aveva ragione. “Lo capisco, e meriti tutta la felicità di questo mondo. Ti auguro di trovare un uomo che possa darti tutto l’amore che meriti. Io non posso farlo, ma sento per te un grande affetto, ed è tutto quello che posso lasciarti.”
Fecero l’amore diversamente quella notte. Gastone tornò a casa, prese la sacca pronta che Cincia aveva preparato, andò nel casotto e, in groppa ad Amleto e con Rufus al fianco iniziò la sua ricerca.
Margherita non fu sorpresa quando si svegliò da sola. Fu sorpresa di trovare sul tavolo due sacche piene di monete e un biglietto che lesse e distrusse. Un sorriso amaro fu l’ultimo gesto che lasciò in quella casa, aveva da giorni programmato tutto, c’erano dei parenti che l’aspettavano, poi avrebbe deciso cosa fare della propria vita. Lasciò quel posto con tanto rimpianto nel cuore. Era una donna ricca ora, e questo la rendeva più serena per il futuro. Buona fortuna, Gastone, che tu possa trovare quello che stai cercando e che la tua vita possa essere felice. Pensò con gli occhi colmi di lacrime silenziose.


Romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

venerdì 7 agosto 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA

parte sessantatre






In casa della vecchia Cincia tutto era silenzio. Dormivano tranquillamente tutti, soltanto Rufus ogni tanto dava segni di nervosismo. Margherita teneva fra le braccia il suo uomo e sentiva il suo amore per lui che cresceva ogni giorno di più. Sarebbe stato molto doloroso per lei quando l’uomo se ne fosse andato, lei aveva la certezza che non poteva durare e non voleva perdersi nemmeno un attimo di quello che le restava della sua compagnia. Chissà quanti segreti aveva nel cuore il suo uomo, quali dolori e sofferenze. Sì, di questo si era accorta, i suoi occhi erano spesso tristi, come se fosse perso in qualcosa che solo lui conosceva e che nessuno avrebbe mai scoperto. Lei avrebbe dato tutta se stessa per farlo innamorare ma si accontentava, e coltivava una piccola speranza, anche se molto flebile, che lui sarebbe rimasto o che l’avrebbe portata con sé.
Luglio era bollente e i campi desolatamente senza grano da mietere. Tanti animali morti o morenti, le viti e gli alberi da frutto sembravano scheletri che non si reggevano.
Soltanto il fiume e i boschi non avevano subìto cambiamenti. Molti animali selvatici cercavano di nascondersi ma erano troppe le famiglie che avevano fame. Gastone non sapeva come comportarsi e decise di andare dal marchese.
Il marchese ricevette Gastone nel suo studio e gli offrì un boccale di birra fresca che questi rifiutò.
“Hai domande da farmi?” Gli chiese burbero.
Gastone non si scompose, teneva in mano il cappello, in segno di sottomissione e di rispetto, ma dentro di sé ribolliva di rabbia repressa e di soddisfazione per quello che era riuscito a fare e per quello che, soprattutto avrebbe fatto ancora.
“Sono venuto per avere istruzioni. Girano molti bracconiere nei boschi e la selvaggina e molti altri piccoli animali vengono catturati, io trovo le trappole o i bracconieri stessi, ma non so cosa fare. Deve dirmi lei come comportarmi.”
Il marchese rigirava pensieroso il boccale di birra. Stava valutando alcune idee che gli affioravano nella mente. Si decise e alzò lo sguardo, gli puntò dritto gli occhi in viso e disse una frase che davvero Gastone non si sarebbe mai aspettato.
“Vieni domenica pomeriggio alla mia baita, riceverai le istruzioni che ti servono.” Non aggiunse altro. Gastone si riprese dalla sorpresa, salutò educatamente se se ne andò.
Ancora due giorni e avrebbe avuto quattro cavalieri di fronte a sé. Sentiva il cuore battere all’impazzata. Dio come avrebbe voluto sterminarli insieme, in quel posto!
Amleto sentiva il suo nervosismo e rallentò il passo. La boscaglia dava un po’ di refrigerio e vi entrò lentamente.
Gastone continuò il suo giro e distrusse alcune trappole troppo pericolose. Gli dispiaceva che quella povera gente patisse la fame ma non riusciva a provare pena per loro, non riusciva a credere che fossero del tutto innocenti, era impossibile che non si fossero mai accorti di niente.
Era tardi quando rientrò. Le due donne avevano già cenato ma si sedettero con lui mentre consumava il suo pasto. Cincia si accorse del turbamento dell’uomo ma sapeva di non poter fare domande in presenza di Margherita.
La mattina fecero colazione insieme e Cincia mandò Margherita nell’orto e nel pollaio, doveva assolutamente conoscere i nuovi dettagli.
Erano entrambi a tavola e l’uomo gli raccontò dell’invito che aveva ricevuto.
“Leggo nei tuoi occhi l’istinto omicida che ti pervade. Che hai intenzione di fare?”
“Quella di dopo domani è una riunione segreta, nessuno sa di questo incontro ed io potrei agire indisturbato. Mi basta mettere fuori gioco le guardie, ma non è un problema e poi li avrei alla mia mercé. Niente mi darebbe più soddisfazione!”
“Tu sei pazzo! E come credi di cavartela? Sono quattro uomini importanti, attieniti al piano, solo questo conta davvero!”
Una strana luce illuminò gli occhi dell’uomo.
“Ed ora che ti passa nella mente?”
Un sorriso soddisfatto gli comparve sotto i baffi, e non era una cosa che succedeva spesso.
“Mi è venuta una splendida idea.” bisbigliò l’uomo.
“Non voglio sentirla!” Gli rispose la vecchia. “Voglio solo sapere se fa parte della tua vendetta e della mia, non mi interessa altro.”
“Oh sì, dolce Cincia!” E le scoccò un bacio sulla fronte lasciandola senza parole.
Aspettarono che arrivasse Margherita per salutarla, poi salì in sella ad Amleto e uscì per la solita perlustrazione.

Capitolo ventinove
Furono due giorni di intenso lavoro per Gastone e si riposò solo il sabato pomeriggio. Il caldo era davvero insopportabile, anche Amleto sbuffava e si affaticava, non era più giovane nemmeno lui.
Le due donne erano felici di averlo a casa, succedeva raramente e Gastone decise di portarle al fiume, immergere i piedi nell’acqua fresca avrebbe dato ristoro a tutti. Cercarono invano di convincere Cincia ma lei si rifiutò categoricamente. I due innamorati presero un cesto con alcune provviste e dell’acqua e si incamminarono nella boscaglia. C’era un pezzo di strada da fare ma era davvero un evento inaspettato, da godere fino in fondo.
Furono sorpresi quando sentirono il rumore di zoccoli e si fermarono. L’uomo che lo aveva seguito e interrogato li raggiunse.
“Buon pomeriggio a voi. Posso parlare da solo al suo uomo per alcuni minuti? Disse rivolgendosi a Margherita.
La donna guardò Gastone e al suo cenno d’assenso si allontanò col cesto delle provviste al braccio.
“Sono venuto a salutarla. Sono in partenza. Volevo solo dirle che sono ancora convinto di quello che le ho detto, lei non è quel che vuol far sembrare ma, purtroppo non ho avuto tempo sufficiente per scoprire chi è lei veramente. Le faccio i complimenti, è molto furbo ma non mi ha mai convinto, il mio istinto non sbaglia mai e non smetterò di cercare per conto mio di saperne di più sul suo conto. Saluti la signora.” Si portò la mano al cappello, girò il cavallo e se ne andò.
Margherita guardava Gastone che osservava corrucciato quella figura che si allontanava. Avrebbe voluto chiedergli cosa voleva ma rimase in silenzio. Passò il suo braccio sotto quello dell’uomo e ripresero il cammino.
Fu un pomeriggio piacevole e ritornarono che le stelle brillavano in un cielo immenso rischiarato da una luna bellissima. Avevano fatto l’amore distesi sotto alberi frondosi, avevano assaporato la brezza sui corpi nudi e sudati, incuranti di tutto e di tutti.
Entrarono in casa e trovarono Cincia che li aspettava con la cena in tavola. Era tardi ma il giorno dopo era domenica e volevano godersi quelle ore, così rare da passare insieme.
Rufus era già addormentato al suo posto quando Gastone si sdraiò sul sofà. L’uomo pensava a quello che sarebbe successo il giorno dopo, alla riunione, da quegli uomini non sapeva cosa aspettarsi ma sapeva quello che avrebbe fatto lui.
La domenica si presentò con una leggera foschia, l’umidità della notte penetrava nelle ossa come una lama. Gastone era nel suo casotto e sentì bussare. Margherita entrò e si guardò intorno, tutto era in ordine, tanti attrezzi, tutto pulito, era la prima volta che vi entrava.
“E così questo è il tuo regno, mi piace. Si vede che c’è la tua essenza qui dentro. Vieni, la colazione è pronta.”
La mattina passò lentamente e il pranzo fu più ricco del solito.
Avevano terminato con un dolce e un bicchiere di vino buono.
“Stasera ti riaccompagno a casa. I forestieri se ne sono andati e possiamo ritornare alle nostre vite.” Disse Gastone.
Margherita fece in modo di sorridere, sapeva che prima o poi sarebbe successo, da una parte lo desiderava, per la loro intimità e dall’altra le dispiaceva.
“Naturalmente verrai ogni giorno da Cincia e starai con noi, se lo vorrai, sai bene quanto le piaccia la tua compagnia, e anche a me. Oggi ho un impegno ma tornerò per cena, preparate qualcosa di speciale, poi ti accompagnerò a casa e rimarrò con te.”
Amleto era pronto e Gastone gli era già in sella. Cincia si avvicinò.
“Non commettere pazzie, non rovinare tutto.” E se ne tornò in casa.
Il passo di Amleto era lento e costante, sarebbe arrivato dal marchese all’ora stabilita. All’inizio del viale c’erano quattro guardie ma lo lasciarono passare, secondo gli ordini che avevano ricevuto. Erano già tutti là quando bussò ed entrò.
Salutò educatamente e prese posto sulla sedia che gli veniva offerta.
I quattro cavalieri dovevano essere lì già da un po’, lui aspettò in silenzio che gli dicessero cosa volevano da lui.
Il marchese prese la parola, era sempre stato lui ad avere a che fare col guardia boschi.
“Penso che tu conosca tutti noi, qui presenti, perciò la faccio corta. Hai visto anche tu che le nostre terre e i nostri animali, per non parlare dei nostri più grandi affetti non sono più quelli di prima. Parlo a nome di tutti e ti confermiamo la nostra fiducia, ti sei sempre dimostrato un ottimo lavoratore e soprattutto fedele al compito che ti abbiamo conferito. Ora vogliamo sapere se la tua lealtà è ancora valida e se sei disposto a compiere per noi una missione molto delicata. Naturalmente sarai ben ricompensato ma c’è una condizione: se verrai scoperto noi giureremo che non c’entriamo niente, se porterai a termine il compito avrai un ottimo compenso. Sei disposto a rischiare?”
Gastone non riusciva a capire dove volevano parare, erano ancora troppo vaghi e lui non sapeva in cosa si sarebbe imbarcato dando il suo assenso ma, pensando a quello che avrebbe fatto proprio oggi e lì non gli importava molto.
Guardò quegli uomini e vide che erano davvero provati, se non addirittura spaventati ma a lui non importava niente.
“Ho bisogno di altri dettagli prima di darvi la mia parola, mi conoscete e sapete che ho solo una parola, perciò potete dirmi di cosa si tratta senza timore alcuno.”
I quattro uomini si scambiarono uno sguardo d’intesa.
“Tu conosci la contessa Scarioli?”
Gastone ebbe un colpo. “Non la conosco, ne ho sentito parlare da alcune amiche di Cincia ma non me ne sono mai interessato.”
“La contessa fa parte di una delle più ricche e facoltose famiglie di tutta la zona. Ha immense proprietà e interessi in vari settori, noi stessi abbiamo interessi in comune con lei e le sue attività, proprio di queste vogliamo parlarti. Sei disposto ad ascoltare?”
Gastone assentì.
“Conosci la famiglia Tolesi?”
“No, non la conosco.”
“Anche i Tolesi sono molto ricchi, hanno fabbriche tessili e molto altro in varie parti del paese.”
Il mugnaio Cestelli cominciava ad agitarsi e Gastone lo notò.
“Cosa dovrei fare? Io non sono disposto a commettere atti illeciti, questo deve essere chiaro.” Ribadì con fermezza Gastone.
“Non ti chiediamo niente di illegale ma di assolutamente discreto. Posso continuare?”
Un cenno della testa e quello continuò.
“Noi vorremmo che tu trovassi una cosa per noi.”


Romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

mercoledì 5 agosto 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA

parte sessantadue






Alla tenuta di Morietti c’era gran fermento. Nessuno osava fiatare. Il capo della scorta della ragazza era stato frustato, come pure le guardie che si erano lasciate sfuggire le due ragazze. Una donna stava medicando le loro ferite ma nessuno parlava.
Le salme erano state composte e rivestite. I loro genitori erano disperati e non riuscivano a stare nella stanza con le loro figlie.
Costantino era furibondo. Chi aveva osato fargli questo? Chi era così potente da sferrargli un attacco di simili proporzioni sperando di farla franca? Non riusciva ad immaginare nessuno con simile coraggio. Era chiuso nel suo studio e sulla scrivania erano deposte le tre trecce di capelli rossi e i due barattoli con gli occhi delle due ragazze.
Non smetteva di osservarli, così come osservava i chiodi macchiati di sangue, del suo stesso sangue. No! Non poteva lasciare impunito un simile crimine contro di lui, non lo avrebbe permesso.
Cercava di mantenere la calma, doveva tenere tutto sotto controllo. Aveva aumentato le guardie intorno alla tenuta ed a nessuno era permesso entrarci, nemmeno per porgere l’ultimo saluto a quelle povere sventurate.
Tutto si sarebbe svolto nella tenuta, nella piccola cappella con annesso cimitero, dove riposavano le spoglie dei suoi avi, nessuno sarebbe stato presente, nessuno! Nemmeno uno dei cavalieri.
Il marchese era stato respinto dai guardiani ed era ritornato indietro piuttosto seccato. Nessuno degli altri si era presentato conoscendo bene l’indole di Costantino. La riunione del plenilunio ci sarebbe stata dopo il funerale, e ci sarebbero stati i fuochi d’artificio.
Chiuso nel suo studio, Morietti era in preda ad una rabbia tale che non aveva mai provato. Non riusciva a ragionare lucidamente, aveva anche bevuto parecchio. Scagliò il bicchiere che teneva in mano che andò in pezzi mentre entrava Alessandro, il padre delle ragazze.
Si fermò sulla porta. Era entrato furioso ma ora, davanti a all’uomo che non aveva mai potuto chiamare padre ma che non gli aveva mai fatto mancare niente non ebbe il coraggio di aprire bocca.
Costantino, con gli occhi iniettati di sangue lo fulminò. Avrebbe voluto strangolarlo, tanto la sua rabbia aveva bisogno di sfogarsi e lui, il suo figlio bastardo che tanto gli somigliava, capì al volo la situazione e, chiudendo lentamente la porta dietro di sé, uscì lasciando solo quell’uomo che non aveva mai amato.
Si svolse la cerimonia e la sepoltura, Morietti non aveva ancora aperto bocca. Le sue guardie erano in attesa di ordini. Dopo aver punito i responsabili della mancata sorveglianza non sapevano cosa aspettarsi, certamente non quel silenzio così carico di aspettativa.
Avevano paura per la loro stessa incolumità. Se prima credevano Costantino Morietti un cinico esagerato con la sorveglianza di quanto possedeva, ora sapevano che poteva essere ancora più spietato di quanto avessero mai immaginato, in sua presenza trattenevano perfino il fiato.
Nessuno, al di fuori della tenuta sapeva cosa avveniva là dentro, e nessuno di quelli che lavoravano là avrebbero mai fiatato.
Gastone aveva continuato il suo lavoro mentre Margherita rimaneva con Cincia.
Era il giorno del plenilunio e ci sarebbe stata la riunione. Avrebbe voluto rischiare ma Cincia lo aveva dissuaso. Quel giorno di metà luglio rientrò prima del solito adducendo la scusa di una strana stanchezza fisica. Si mise sdraiato sul sofà mentre le due donne armeggiavano in cucina. Margherita si sedette vicino a lui e gli porse del tè con aggiunta di qualche intruglio a lui sconosciuto. Lo bevve e si addormentò di colpo. Ci aveva pensato la vecchia che, non fidandosi lo aveva sedato.
Le due donne cenarono in silenzio per non disturbare il sonno di Gastone.
Il buio era arrivato lentamente, come succede in estate. Le lucciole sembravano tante stelle e le grida degli uccelli notturni tenevano viva quel pezzo di terra che stava lentamente morendo avvelenata. I cavalieri arrivarono al convento e nemmeno si accorgevano di quanta bellezza c’era intorno a loro, erano concentrati, determinati, ma anche impauriti.
Sarebbe stata la prima riunione incompleta, mancavano due cavalieri e questo non era mai avvenuto se non nel normale ricambio dei delegati stessi, ma non c’erano mai stati due posti vuoti. Troppe cose stavano cambiando, le loro stesse regole si stavano sbriciolando e non erano più uniti e solidali come era sempre stato.
In silenzio si misero il mantello e il cappuccio ed entrarono nella sala. Furono stupiti di vedere Numero Uno già al proprio posto. I cinque presero posto e i loro sguardi si fissarono sulle due postazione vuote.
Il silenzio faceva quasi paura. Erano in attesa.
Numero Uno si alzò e recitò la solita formula di inizio seduta, poi riprese il suo posto.
I suoi occhi erano gelidi e si capiva bene anche da sotto il cappuccio. Soffermò lo sguardo su ognuno di loro mantenendo una fermezza e una freddezza negli occhi di ognuno, per lungo tempo. Aveva davanti a sé un voluminoso registro e una matita.
Avrebbe dovuto dare la parola ad ognuno di loro, come al solito, invece cominciò a leggere quanto aveva davanti.
Iniziò col mettere in evidenza le sostanze e le ricchezze di ognuno, saltando volutamente i due assenti, continuò elencando le perversioni di ognuno e di come ogni cosa era dettagliatamente riportata; descrisse la quantità di denaro che la setta aveva a disposizione per le necessità, denaro che tutti loro avevano depositato per i periodi nei quali potevano servire; descrisse minuziosamente le proprietà e le ricchezze che ognuno di loro possedeva e amministrava.
Erano ricchezze enormi, che sommate al potere che aveva ognuno nel proprio settore li rendeva ricchi e potenti.
Fece una pausa e ripassò su ognuno di loro il suo sguardo freddo. Nessuno dei presenti l’aveva mai sfidata, ma ora le condizioni erano cambiate e alcuni di loro avevano perso troppo per poter accettare di continuare, e lei lo sapeva bene.
Avete fatto un giuramento e sapete bene cosa comporta romperlo. Ve lo ricordo lo stesso: chiunque vorrà lasciare la setta perderà la sua quota di denaro in comune, non avrà più nessun privilegio e dovrà provvedere in proprio a mandare avanti la propria attività, e non mi sembra che possiate permettervelo, ora come ora. Se divulgherete anche una sola parola sulla nostra società segreta pagherete con la vostra stessa vita, e con voi tutta la vostra famiglia che rimarrà senza niente e quasi sicuramente anche senza vita. Spero che vi ricordiate bene di queste regole, perché non sono cambiate e MAI cambieranno, questo sono I Cavalieri della Terra Feconda, questo siamo noi. Vi garantisco che tutto troverà soluzione, così è sempre stato e così continuerà con o senza di voi.
Aleggiava molto nervosismo anche da sotto i cappucci. Era palpabile e la stessa Numero Uno era conscia che sarebbe stata una dura lotta tenere uniti quegli uomini, ma lei ci avrebbe provato, non poteva permettere che la società segreta si sciogliesse.
I cavalieri scalpitavano aspettando che desse loro la parola e lei non si decideva a farlo.
Numero Due si alzò in piedi, prese un respiro e stava iniziando a parlare.
Non ti ho dato il permesso di alzarti né tanto meno di parlare!
Quello era il momento più tragico per tutti. Se Numero Due si fosse seduto e avesse obbedito a Numero Uno anche per gli altri non ci sarebbe stato niente da fare, tutto dipendeva da Costantino Morietti.
Numero Tre scalpitava e decise di alzarsi in piedi.
Numero Cinque si alzò.
Numero Sette si alzò.
Si sentivano solo i respiri ansanti di tutti i presenti.
Soltanto Numero Otto rimase seduto e tutti i cavalieri lo guardarono con sospetto.
Riprendete i vostri posti! Sedetevi immediatamente!
La voce di Numero Uno era rabbiosa, ma quelli non si risedettero.
Le mani dei cavalieri tremavano. Erano in quattro ed ognuno di loro aveva subito perdite personali che avevano lasciato il segno.
“Sedetevi!”
“Altrimenti?” chiese Numero Due.
“Altrimenti ve ne pentirete amaramente!”
Costantino Morietti si tolse il cappuccio e lo depose davanti a lui.
Il marchese Lorreni si tolse il cappuccio e lo depose davanti a lui.
Carlo Cestelli si tolse il cappuccio e lo depose davanti a lui.
Gorrini si tolse il cappuccio e lo depose davanti a lui.
Erano maggioranza.
Mai nessun cavaliere aveva osato tanto, quello era il gesto di sfida verso Numero Uno.
“Volete sfidarmi! Ebbene, fate pure, ma non sarà facile per voi!” disse a voce bassa Numero Uno.
“Noi vogliamo sapere cosa stai facendo per risolvere la situazione, vogliamo sapere dove tieni il denaro che è anche nostro, vogliamo sapere come fai ad arrivare a tutto senza mai interpellarci, vogliamo sapere perché noi abbiamo subìto tutto questo mentre tu e Numero Otto siete stati risparmiati. E, soprattutto vogliamo vedere il registro della nostra fondazione.” Ora non si poteva più tornare indietro. I quattro cavalieri erano ancora in piedi, a volto scoperto.
Anche Numero Uno si alzò.
“Avrete le vostre risposte al sacrificio delle due vergini, nel plenilunio di ottobre. Dovete accontentarvi di questa risposta o ritirarvi dalla setta, ma dovete dirmelo ora, anch’io devo regolare le mie decisioni in base alle vostre.”
I quattro uomini si guardavano, avevano aspettato tanto che altri tre mesi non avrebbero cambiato il corso degli eventi. Non erano molto soddisfatti ma non potevano rischiare l’incolumità dei propri cari. Avevano lanciato una sfida ma non erano certi di poterla superare indenni.
“Va bene, ma non vogliamo più avere in giro quei tre investigatori del cazzo. Non vogliamo altre riunioni prima di quella di ottobre, da lì in poi ognuno deciderà del proprio futuro. Questo è quello che noi quattro abbiamo deciso.” Disse Morietti, e guardò con disprezzo Numero Otto che non aveva mai aperto bocca.
Ci fu un lungo silenzio prima che Numero Uno si decidesse a parlare.
“Va bene, io farò il mio dovere e voi continuerete a fare il vostro. Ora che non c’è più il sacrestano non abbiamo chi ci trasmette i messaggi, perciò incarico te, Numero Due, soltanto in caso di estrema necessità di venire da me e soltanto da me, io so già cosa devo fare e voi dovete solo continuare come sempre. Se io avrò bisogno di parlarvi vi contatterò. Presumo che nessuno di voi stasera voglia intrattenersi di sopra, lascerò libere le ragazze e il convento tornerà ad essere solo un convento, per adesso. Potete andare.”
Tutti uscirono.
“Vi aspetto alla mia baita, domenica.” Bisbigliò il marchese, e se ne andarono.
Numero Uno rimase seduta a scrivere sul solito registro. Numero Otto era rimasto. Lei alzò lo sguardo.
“Cosa fai ancora qui?” Gli disse in malo modo.
“Aspetto che gli altri se ne vadano. Hai visto come mi hanno guardato. Io non capisco cosa sta succedendo. Sono con voi da poco.”
“Vai a casa, capirai quando sarà il momento opportuno.” Riabbassò lo sguardo e continuò a scrivere, mentre l’ultimo cavaliere si svestiva e se ne andava.
Sentì entrare qualcuno. Alzò lo sguardo e vide la madre superiora ferma che aspettava ordini.
“In quella busta c’è tutto quello che ti serve. Provvedi.”
La suora prese la voluminosa busta e se ne andò.


Romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati