martedì 4 dicembre 2018

AGHATA


AGHATA

P. TRE





Aprile arrivò con venti più tiepidi. Aghata passava molto tempo sulla scogliera a guardare il mare. Sua madre, sull’uscio di casa la sorvegliava spesso, avrebbe voluto chiamarla, spiegarle, poi sospirando rientrava e piangeva in silenzio.
Aghata conosceva il dolore che i suoi genitori stavano provando, conosceva troppe cose e altrettante ne vedeva, la sua mente sembrava un’immensa voragine dove entrava e usciva di tutto e questo, spesso la faceva soffrire.
I suoi occhi erano come fari, ogni volta che si soffermavano su qualcuno trasmettevano a lei e a chi aveva di fronte sensazioni reciproche. Conosceva da sempre questa percezione, per questo desiderava tanto andarsene dove nessuno la conosceva, anche se sapeva che tutto questo non l’avrebbe mai abbandonata.
Erano giornate soleggiate, così rare in quel periodo e le donne avevano iniziato i grandi lavori di pulizia mentre gli uomini erano nei campi a raccogliere le ultime patate rimaste, ormai quasi immangiabili.
Book le stava al fianco e non l’abbandonava mai. Aghata si abbassò e lo guardò negli occhi. Il cane guaì, aveva capito che presto, la sua adorata padroncina lo avrebbe abbandonato.
Era la sera della riunione del clan. Tutto il villaggio si era radunato nella grande sala del pub. Il vecchio David, il loro capo indiscusso fece cenno a tutti di fare silenzio.
Vedo che avete consegnato la merce e i capi di bestiame che il lord ci ha chiesto. (Il nome di quel tiranno veniva espresso il meno possibile). Ora dobbiamo scegliere le dieci ragazze da inviare al castello, l’incaricato del lord passerà a controllarle una per una, come sempre. Ci fu un mormorio animato che l’uomo placò con un gesto. Sapete bene che non possiamo ribellarci. Farò in modo di scegliere fanciulle di famiglie che ancora non hanno inviato nessuna figlia, ma so che sarà impossibile.
Alcune donne avevano gli occhi lucidi di lacrime e tanta rabbia nel cuore sapendo di non poter evitare quell’obbligo.
Il capo clan riprese la parola e scandì i nomi delle dieci ragazze, compreso quello di Aghata. Voi fanciulle, domani vi presenterete qui nel vostro miglior assetto possibile. Io sarò al vostro fianco mentre il delegato del lord farà la sua valutazione. Non voglio storie, questa è la regola. Nel numero delle dieci ragazze c’era anche sua figlia, Sofia, la sua unica figlia femmina, e anche il suo cuore si stava lacerando dal dolore del distacco. Davanti al suo esempio, nessuna delle famiglie coinvolte ebbe il coraggio di protestare.
La stanza, piena di gente e di fumo era stranamente silenziosa. Ognuno aveva nel proprio cuore il dolore e la rabbia di non potersi ribellare. Le loro figlie, una volta inviate al castello, non sempre ritornavano e molto spesso subivano soprusi e angherie che non avevano il coraggio di raccontare. Anche molti ragazzi venivano inviati per umili lavori, si aspettavano anche questa richiesta che, stranamente non era arrivata. Certo sapevano che i lavori più importanti venivano svolti da persone mandate dall’alto, nessuno del posto ricopriva posti di rilievo, erano considerati semplicemente manovalanza di bassa lega e come tali venivano trattati.
Si alzò in piedi il vecchio Hugo e si rivolse al capo clan. Perché dobbiamo sottostare a tutto quello che ci viene imposto dal castello? Stava continuando il discorso ma David si alzò immediatamente in piedi. Taci! Non dire un’altra parola! Il vecchio Hugo si sedette ma continuò a borbottare. Lo avrebbero trovato cadavere due giorni dopo sul ghiaccio scivoloso di un ruscello.
Sì, nonostante la lealtà e la fratellanza di quel clan c’erano anche alcuni delatori che per soldi o per altro si erano abbassati ad essere delle spie al soldo del lord.
Aghata guardò il vecchio Hugo seduto e imbronciato, avrebbe voluto avvicinarsi ma sua madre la trattenne con la forza. Allora la ragazza alzò lo sguardo e i suoi splendidi occhi verdi spaziarono in quel salone e si piantarono nel viso di un uomo, di uno di loro e capì che era la spia. Anche l’uomo percepì un certo disagio ma non fece una mossa e nessun altro si accorse di niente.
La riunione era terminata e venne servita della birra. Arian si avvicinò a David e chiese se poteva parlargli. L’uomo la fece sedere al suo tavolo allontanando gli altri, era costume ascoltare in privato chi chiedeva udienza al capo clan.
Ho visto che anche tua figlia Sofia verrà inviata al castello. L’uomo fece un cenno col capo. Tu sai che mia figlia non è come le altre e ti chiedevo se tua figlia la potesse tenere vicino a sé, che l’aiutasse ad ambientarsi, che le insegnasse come comportarsi. Ho davvero paura di quello che le può succedere! Il capo David già sapeva ogni cosa e le assicurò che avrebbe parlato con Sofia e avrebbe fatto in modo che potessero lavorare vicine.
Sollevata, ma sempre troppo preoccupata, Arian lasciò il posto ad altri. Tornò da suo marito e da sua figlia e, nel buio e freddo di quella notte stellata ritornarono a casa.
Sapevano tutti e tre che non c’era bisogno di parlare, Aghata aveva già capito. Dormi bene, figlia mia, domani dovrai essere presentata al delegato del lord.
Si spensero le candele e il silenzio accompagnò quella notte insonne perfino per Book.


Illustrazione di Donatella Casiraghi. Diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

lunedì 3 dicembre 2018

AGHATA



AGHATA

P. UNO E DUE





Aghata a maggio avrebbe compiuto quindici anni, ed era una bellezza mozzafiato. Tipica di quel posto: capelli rossi e lunghi, occhi verdi, labbra perfette e un fisico già sbocciato.
Viveva in quel villaggio da sempre, così come io suoi genitori Arian e Goran. Tutti i suoi avi erano nativi di quell’isola, a volte maledetta a volte benedetta. Il clima piovoso rendeva quella terra benedetta dal verde e da pascoli immensi, dove greggi di pecore e capre pascolavano passando le stagioni, a volte la stessa pioggia la faceva diventare maledetta, perché marcivano campi interi coltivati a patate, il loro principale sostentamento.
Vivere lì era sempre una sorpresa e i tempi cambiavano a seconda di chi risiedeva nel grande castello. C’erano stati padroni generosi e altri perfidi e senza cuore, come quello che ci abitava ora, lord Aram e la sua famiglia.
In tutta quella parte dell’isola gli abitanti avevano imparato a temerlo, sapevano quanto poteva essere spietato, e aveva su di loro potere di vita e di morte.
Non era un bel periodo quel 1650, ne avevano visti sicuramente di migliori.
Marzo stava terminando il suo passare, e l’inverno, rigido più del solito cominciava a lasciar andare un briciolo di freddo. Sarebbe arrivata la primavera di lì a poco e tutto si sarebbe risvegliato. Le piccole casupole avrebbero riaperto la porta e le finestre lasciando finalmente entrare aria pulita, le lenzuola sarebbero state lavate e messe a sventolare nel vento profumato, ogni cosa sarebbe stata ripulita, e ogni cattivo odore accumulato durante il freddo inverno sarebbe sparito lasciando il posto a nuova vita.
Molte donne si sarebbero ritrovate gravide, molti uomini avrebbero ripreso a frequentare l’unico posto pubblico dove si beveva e fumava senza i rimproveri delle mogli. Donne, uomini, bambini si sarebbero ritrovati dopo mesi passati praticamente chiusi nelle loro casupole.
C’era il villaggio che era un agglomerato di parecchie abitazioni, uno spaccio, un pub, una chiesa e poco altro. Molte altre piccole case, fatte di terra, pietra e paglia erano sparse nel grande territorio, ognuna aveva un ovile o una stalla, un riparo per il foraggio, vari animali da cortile, una staccionata per raggruppare le greggi nella bella stagione e dove tosarle ed iniziare il grande lavoro che ne conseguiva.
La vita seguiva inesorabilmente le stagioni, così come le nascite e le morti. Tutto sembrava sempre uguale, gli anni scorrevano e la vita correva insieme agli anni.
Aghata amava la sua terra, amava i suoi genitori e loro la amavano in modo immenso, dopotutto era la loro unica figlia ed era un evento raro, non erano più riusciti ad avere altri figli, sembrava che il buon Dio avesse dato loro solo questa figlia troppo speciale, non facile né da gestire né da proteggere. Fin’ora ci erano riusciti ma si era fatta donna, una gran bella donna e molti ragazzi le ronzavano intorno, anche se ancora nessuno si era avvicinato del tutto, la temevano: le bastava alzare lo sguardo e la luce che emanavano i suoi splendidi occhi verdi sembrava penetrare fin nel cuore di chi aveva di fronte. Si sentivano spogliati, e questo li spaventava, nessuno di loro aveva mai sentito la sua voce e si facevano molti pettegolezzi su di lei e sulla sua famiglia.
Fra quella gente semplice e laboriosa c’era anche molta solidarietà, nessuno di loro si sarebbe mai sognato di mettere in pericolo Aghata e la sua famiglia, con nessun forestiero e men che meno col lord che abitava al castello. Non era la prima ad essere diversa fra la loro gente, altre prima di lei ce n’erano state e di sicuro molte altre ne sarebbero venute al mondo e loro le rispettavano, sapevano che erano persone sulle quali si poteva contare, questo era più sicuro della chiesa stessa.
Nonostante il vento freddo, Aghata era seduta al suo posto preferito, una piccola rientranza nella roccia della scogliera che la riparava un po’ dal vento. Guardava il mare, le onde ancora alte e burrascose sbattevano contro la roccia con forza e determinazione e lei si ritrovava in quelle onde ed aveva un desiderio che mai a nessuno aveva confessato: voleva andarsene da lì. Non lo avrebbe mai detto a nessuno. I suoi genitori sarebbero morti dal dispiacere, preferiva affliggersi in silenzio e da sola piuttosto di vederli soffrire a causa sua. Come sempre era in compagnia del suo cane, Book, un trovatello senza un occhio e con un’orecchia mozzata, segni lasciati da passate scorribande che lo avevano lasciato morente sul ciglio del sentiero dove Aghata lo aveva trovato e curato come faceva spesso, ma Book non se ne era più andato ed era diventato la sua guardia del corpo. Ringhiava a chiunque le si avvicinava e se lei non gli faceva un cenno diventava aggressivo.
Seduta a guardare il mare pensava alla sua vita, ai suoi quindici anni, a cosa sarebbe arrivato quell’anno, sentiva che qualcosa sarebbe successo.


Il vento soffiava freddo e i capelli di Aghata sfuggivano alla pesante sciarpa ma lei non ci faceva caso. Guardava il mare e fantasticava su quello che c’era oltre l’orizzonte, anelava a trovare l’amore, come ogni ragazza ma non voleva rimanere lì anche se sapeva di non avere speranza. Sognare e fantasticare non era proibito e la sua mente volava lontana insieme ai gabbiani che, con le loro ali spiegate venivano cullati e dondolati dalle folate di vento.
I suoi splendidi occhi lacrimavano per la polvere che si insinuava sotto le ciglia. Il suo cuore batteva tenendo il ritmo delle onde. I suoi capelli volavano nel vento come rami teneri di rovi. Alzò gli occhi e immerse il suo sguardo nel cielo ancora grigio di piombo, dove grosse nuvole si stavano rincorrendo annunciando pioggia imminente. Sospirò, amava anche la pioggia e rimase immobile finchè i primi grossi goccioloni non le caddero sulla testa. Allora sorrise. Anche i suoi sorrisi erano rari, sembrava che una profonda tristezza la impregnasse sempre ed era il cruccio dei suoi genitori che avrebbero voluto fosse come le altre ragazze che già erano pronte per il matrimonio.
Aspettò mentre la pioggia cresceva di intensità e la voce di sua madre la richiamava. Non l’ascoltò e rimase immobile dov’era, ancora a lungo a parlare col vento e la pioggia e col mare che biancheggiante di onde alte spumose le cantava la sua canzone.
Rientrò che era completamente fradicia. Sua madre la portò vicino al fuoco e la spogliò tenendola vicina alla fiamma viva del camino. L’asciugò con amore mentre le parlava. Prima o poi ti ammalerai, non puoi rimanere fuori con questa tormenta. Aghata sorrise a sua madre, prese una scodella di brodo caldo e rimase a sorseggiarlo guardando le lingue di fuoco.
Arian cosse la testa, non sapeva più cosa fare con sua figlia, prima o poi le sarebbe successo qualcosa, il cuore di madre sente queste cose e lei sapeva che non poteva proteggerla per sempre.
Anche Goran rientrò di corsa, bagnato fradicio, la pioggia lo aveva colto mentre tornava a casa dal villaggio. Dopo essersi asciugato e messo vicino al fuoco accanto a sua figlia si decise a guardare sua moglie, era andato a sentire le ultime notizie e le riferì loro.
La barba lunga non nascondeva le sue labbra tirate. Lord Aram ha mandato il suo messaggero. Ogni famiglia deve consegnargli dieci capi di pecore e cinque di montoni, tre sacchi di patate o due sacchi di farina. Sospirò e continuò. Vuole 10 giovani ragazze a lavorare al castello, ha bisogno di sguattere, cuoche e cameriere e le vuole di bell’aspetto. Il suo sguardo furtivo si posò brevemente su sua figlia che lo stava ascoltando.
Cadde il silenzio. Soltanto le fiamme tenevano accesa l’atmosfera mentre fuori la pioggia imperversava con raffiche di vento che facevano sbattere le finestre.
Arian guardò suo marito. Resteremo con pochi capi di bestiame e praticamente senza sostentamento una volta consegnato quello che vuole il lord, ma ci possiamo arrangiare con la pesca e con le uova. Cercherò di far durare la farina più a lungo possibile e nell’orto è rimasto qualche cavolo. Gli occhi di Arian e Goran si puntarono su Aghata che alzò lo sguardo in attesa.
Fu Arian a riprendere il discorso. Non possiamo mandare Aghata al castello, non possiamo! Dobbiamo chiedere a tutti gli altri di mandare qualcun’altra al suo posto. Goran scosse la testa. Stai chiedendo ad un’altra famiglia di rinunciare ad una figlia, tu lo faresti? Arian si passò la mano sulla fronte, come a cercare un’altra soluzione, sapeva bene che nessuno avrebbe dato niente più del necessario a quel lord.
Andrò io, mamma, non temere, tornerò ogni sera a casa e tu potrai stare tranquilla. Farò in modo di comportarmi bene, lo farò per voi. La donna abbracciò sua figlia e le baciò i capelli che erano ancora bagnati, fragranti dell’odore dolce che sua figlia emanava e che solo loro conoscevano, era il frutto del loro amore, una figlia speciale ed ora sarebbe stata in pericolo. Non sei tu che mi preoccupi, ma quel lupo cattivo che c’è al castello, e tutti quelli che sono ai suoi ordini, sei una ingenua pecorella che non sa cosa ci sia di cattivo nel bosco.
Goran e sua moglie strinsero la figlia in un doloroso e amorevole abbraccio, presto ci sarebbe stata la riunione del loro clan che avrebbe deciso chi mandare e loro avrebbero dovuto obbedire. Ancora due settimane e poi avrebbero conosciuto la decisione del clan.
Arian avrebbe voluto mettere in guardia sua figlia, ma come dire che il mondo fuori di lì era ben diverso e cattivo da come lo conosceva? Proprio non sapeva come affrontare l’argomento e decise di parlare alle ragazze che sarebbero state scelte per il lavoro al castello, era disperata e avrebbe preso volentieri il posto di Aghata e lo avrebbe proposto alla riunione che ci sarebbe stata, ma non aveva nessuna possibilità.
Intanto Aghata e la sua famiglia avevano ancora due settimane per prepararsi all’evento, al distacco, al dispiacere, al dolore della separazione. Che dio aiuti mia figlia. Pensò Arian.



Immagine di Donatella Casiraghi- diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

domenica 2 dicembre 2018

CHE COLPO AL CUORE


Che colpo al cuore!




E’ bastato ascoltare i Nomadi “Canzone per un’amica” e subito il mio cuore ha perso un colpo.
Ho ripensato a quel maledetto 19 novembre, all’incidente che ti ha portata via.
Quante volte mi sono chiesta cosa hai pensato, cosa hai provato mentre volavi sull’asfalto e cadevi rompendoti quasi tutte le ossa.
Cosa ti è passato nella mente, mentre eri stesa sull’asfalto e amorevoli mani sconosciute ti aiutavano aspettando l’ambulanza, se hai pensato alle tue figlie o se la tua mente era tanto immersa nel dolore da non riuscire nemmeno a pensare.
Come ti sei sentita mentre gli ululati dell’ambulanza ti portavano via, tu che ogni volta che la sentivi avevi brividi in tutto il corpo al pensiero che c’era qualcuno che stava male e ti facevi il segno della croce mandando una preghiera allo sfortunato.
Com’è stata quando la tua coscienza se n’è andata e per oltre sette minuti il tuo cuore ha smesso di battere e i medici ti hanno riportata in vita nonostante fossi messa molto male.
Com’è mamma, quando tutto sta per finire? Il passaggio da questa dimensione all’altra? Com’è mamma che non hai più riaperto gli occhi mentre il respiratore immetteva ossigeno nei tuoi polmoni?
Cos’hai provato mentre mi aspettavi e sapevi che non mi avresti più sentita?
Dio! Mamma! quanto dolore in quei minuti, in quella corsa per venire da te senza sapere se eri viva, morta o solo ferita.
Dio! Mamma! quanto dolore quando ho capito che te n’eri andata, in quello stesso momento che il mio cuore ha subito lo strappo del distacco.
Dio! Mamma! quanto dolore quelle ore nella sala d’attesa della rianimazione aspettando un cenno, l’autorizzazione ad entrare.
Dio! Mamma! quanto dolore mentre ero vicina al tuo letto ed eri attaccata ai macchinari, i tuoi capelli sporchi di sangue, i tuoi occhi chiusi che mai più ho potuto rivedere.
Dio! Mamma! quanto dolore quando ho accarezzato la tua spalla fredda e umida mentre te ne stavi andando via da questo mondo che aveva cominciato a farti paura.
Dio! Mamma! quanto mi manchi, non avrei mai immaginato quanto!

immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

venerdì 30 novembre 2018

IL MIO ROMANZO FANTASY - LA FARFALLA GENTILE


LA FARFALLA GENTILE




Nel bosco proibito sono celate tutte le risposte, ma nessun umano ci è mai entrato. Toccherà alla Farfalla Arcobaleno, unico essere in grado di salvare la vita di Olli, nata col simbolo della farfalla e in pericolo di vita fin dalla sua nascita.
Molte prove, molti inganni, molti sacrifici estremi, molti personaggi nel bene e nel male contribuiranno a porre fine al Regno del Male e salvare la Farfalla Gentile.
La sfida finale fra Saabh, Colui che Guida e la sua malefica magia porterà finalmente a ritrovare nel Bosco Perduto la Terra della Verità.
PREFAZIONE DI MARCELLO DE SANTIS. Splendida persona ormai passata nel mondo spirituale, conosciuto in Facebook che mi ha aiuta senza chiedere niente in cambio. Persone così ne esistono ancora. Grazie Marcello, proteggici da lassù.
Ho scritto, specialmente negli anni passati, quando ancora l’età non mi pesava come adesso sulle spalle la prefazione a diversi libri, sia di poesia che di prosa (racconti) ma mai a un romanzo; e sempre su richiesta di amici o conoscenti che amabilmente mi hanno sottoposto le loro opere perché dessi un giudizio. Poi ho avuto il piacere di vedere i miei scritti sui libri di questi amici dati alla stampa.
Mi proverò a scrivere qualcosa anche su quest’opera – piacevolissima, devo dire – di Milena Ziletti, un’amica acquisita tra le amiche che si fanno su Facebook.
Mi ha chiesto se potevo visionare ed eventualmente “correggere” un suo romanzo, ho risposto di sì e l’ho ricevuto per e-mail.
E’ una favola, una lunga favola che racchiude un mondo di fantasia, fantasia che non sempre si riscontra nelle favole tradizionali.
Molti personaggi fantastici, un mondo incantato dove una miriade di personaggi si incontrano e si scontrano per agevolare o impedire la ricerca di qualcosa che dovrà contribuire a portare la pace nel mondo.
Ma raccontata così non rende l’idea della trama che si intreccia partendo dalla nascita di una bambina nel castello di un conte. Né io voglio svelare di più, lo scoprirà il lettore.
La signora Ziletti – ho constatato è dotata di un’immaginazione che non mi aspettavo. E devo confessare che l’ha messa a frutto con perizia e abilità.
Ha creato un mondo fantastico che sta tra sogno e realtà come si addice ad un racconto lungo e pieno di stravagante immaginazione.
Io voglio fermarmi qui, quello che c’era da dire l’ho detto e non voglio dilungarmi oltre.
Non voglio essere come la gran parte dei (o dei taluni) critici letterari di professione che per esaltare l’autore di uno scritto o per pura inconfessata piaggeria paragonano lo stesso ad autori – siano essi del passato o contemporanei – più o meno noti, celebri o famosi, facendo sì che un lettore acuto e attento osservatore – alla fine si accorga che la relazione presentata manca di solidità e realtà.
Siano dunque i lettori a giudicare.
MARCELLO DE SANTIS

p.s. I miei libri fantasy hanno la prerogativa di avere tantissimi personaggi, tutti creati da me. In questo romanzo, che si divide in due parti (sono praticamente due libri) ho dato libero sfogo alla mia fantasia e devo dire che ne sono molto fiera. Spesso mi soffermo a chiedermi se davvero sono io l’autrice di tanta bellezza (lasciatemelo dire) e poi mi accorgo di avere intorno a me tutti i personaggi che si prendono gioco di me, se io li conosco e li descrivo, vuol dire che esistono ed io li pubblico per chi li vorrà conoscere. Se sai ascoltare nel silenzio ti accorgi anche della magia e di universi dove questi personaggi hanno la loro casa, se li percepisci ti invitano da loro e ti raccontano le loro storie, a me succede così.
SE DESIDERATE LEGGERLO CHIEDETELO A ME. VI ARRIVERA’ CON DEDICA PERSONALIZZATA.

giovedì 29 novembre 2018

EMILIANA


EMILIANA

P. DIECI (FINALE)





Per la prima volta entro nella sua camera e metto le mani nei suoi cassetti e mi sembra di essere una ladra. Mi faccio coraggio, ormai lei non c’è più e devo mettere in ordine.
Ad uno ad uno apro cassetti e ripostigli segreti e trovo un piccolo cassetto nascosto nel comò.  Lo apro con molta fatica e con curiosità, pensando di trovarci vecchi ricordi ingialliti della sua giovinezza. Con un sorriso e con un po’ di pena nel cuore guardo in quel piccolo vano e vedo tre lettere.
Sono indirizzate a me e vengono dall’Australia. Un colpo al cuore mentre capisco cosa è successo. Giustina le ha intercettate e me le ha nascoste, non ha mai fatto mistero di essere contraria al mio desiderio di andarmene, ma non avrei mai pensato potesse arrivare a tanto.
Le gambe non mi reggono e sono costretta a sedermi sul letto. Apro le lettere e leggo quello che Cecilia mi ha scritto. Loro mi hanno aspettato a lungo, nella loro casetta avevano preparato una stanza anche per me e non capivano il motivo del mio silenzio. Nell’ultima lettera mi scrive che ha perso la speranza di rivedermi e mi augura tanta felicità.
Lacrime di dolore e di rabbia mi bagnano il viso. Giustina che cosa mi hai fatto? Non avevi il diritto di decidere per me.
In un impeto di rabbia raccolgo tutte le sue cose, le porto fuori e le brucio. Lacrime di dolore si mescolano a lacrime di fumo. Non posso perdonarti Giustina, proprio non posso.

Con una pena immensa nel cuore rientro in casa e finisco di sistemare le ultime cose. Presto ricomincia la scuola e non so quanti ragazzi si presenteranno.

E’ arrivato un nuovo parroco don Mariano. E’ un giovanottone grande e grosso. Ha due mani che sembrano due pale ed ha cominciato a lavorare con tutti noi.
Intanto che lavora e vanga la terra recita infiniti rosari. Elargisce benedizione a tutti e si è fatto subito ben volere. Finalmente sembra che stia tornando la normalità. Lunedì ricomincia la scuola e vedremo di riprenderci tutti la nostra vita.

Il freddo si fa sentire molto presto e le serate le passo davanti al camino con un libro o a preparare le lezioni. Il gatto mi tiene compagnia con le sue fusa e fuori è già buio.

La mia mente torna alle lettere che mi ha spedito Cecilia e il dolore del tradimento di Giustina mi logora il cuore. Se penso che in questo preciso momento potrei essere in Australia…
Sento bussare alla porta e mi spavento. Ho paura che sia successo ancora qualcosa di brutto e corro ad aprire.
Martino ed Ornella sono venuti a trovarmi. Con molto imbarazzo li faccio accomodare e mi accorgo ancora una volta della bellezza di Ornella e di suo padre. “Siamo venuti a vedere come stai e se hai bisogno di qualcosa.”
“Io sto bene e non mi serve nulla.” “Abbiamo noi una cosa importante da chiederti Emiliana: vuoi sposarci?” Non ha usato giri di parole e mi sento confusa. “Noi abbiamo bisogno di una mamma e di una moglie e tu mi sei sempre rimasta nel cuore. Ornella è una brava bambina e sono sicuro che vi piacerete entrambe. Cosa ne pensi?”
Già, cosa ne penso? Ho 25 anni e sono sola, adesso più di prima. Non ho mai avuto un corteggiatore all’infuori di Martino, adesso cosa voglio fare della mia vita? “Mi hai colto di sorpresa, non so cosa risponderti. Lasciami qualche giorno per pensarci, ti prometto una risposta entro domenica, venite a pranzo da me”.

Ora sono davvero arrivata al capolinea e devo decidere cosa fare. Continuare a seguire i miei sogni o mettere finalmente i piedi per terra? Sono stanca e sfiduciata, questi ultimi anni sono stati molto duri: ho aspettato lettere che non arrivavano, ho cercato l’espatrio in Argentina ma non mi è riuscito, ed ogni volta, mi legavo sempre di più a questa terra. Prima il lavoro contabile in filanda, poi l’insegnamento ai ragazzi che mi ha dato molta soddisfazione, poi l’epidemia terribile di influenza che mi ha lasciata indenne, vorrà pur dire qualcosa tutto questo.

Devo dare l’addio ai miei sogni di viaggi, agli amori sognati, devo accontentarmi di un marito che è già stato di un’altra e di una figlia che non ho partorito io. Non so se essere delusa, disperata o rassegnata.
Quello che ho sempre temuto e disprezzato ora tocca a me. Finisco qui i miei sogni ad occhi aperti e mi preparo ad una vita ordinaria e tranquilla, non ho più voglia di aspettare.

Aspetto a pranzo Martino ed Ornella, oggi darò loro la mia risposta.

Il giorno del mio matrimonio tutti hanno fatto festa. Mi sono resa conto di quante persone mi vogliono bene e mi sono vicine. Don Mariano ha cantato gli inni col suo vocione da baritono e alla fine, tutti hanno battuto le mani, e mi sono commossa.
Abbiamo stabilito di rimanere nella mia casetta, l’altra la occupa il padre di Martino e la signora Lucia, lunga vita anche a loro.


E ’passato un anno. Sono qui, seduta sotto al portico a godermi gli ultimi raggi del crepuscolo. Adesso so cosa si prova nell’intimità con un uomo. Il solo pensiero mi fa sempre arrossire.
 Oggi è un giorno speciale: mentre guardo il tramonto colorato di arancione dico finalmente addio all’America, all’Australia, all’Argentina, ai miei sogni di fanciulla e perdono Giustina con tutto il cuore. Appoggio le mani sul ventre che sta crescendo piano piano. Presto anch’io avrò un figlio. Desidero con tutto il cuore che sia una femmina per poterla chiamare Clara e ricoprirla di baci, abbracci e tante carezze, sperando che la piccola Clara di tanti anni fa le faccia da angelo custode.
 Dopo aver fantasticato di posti esotici e lontani mi sono accorta che non esiste posto migliore di quello dove c’è amore. In questo piccolo paese, fatto di gente semplice e generosa ho finalmente trovato l’approdo dei miei desideri.
 Prendo la manina di Ornella e le accarezzo i capelli. Entro in casa a preparare la cena, non vedo l’ora che rientri Martino e coricarmi fra le sue braccia in cerca di calore, quel calore che nessun camino e nessuna fiamma può dare. Ora lo so e arrossisco al pensiero dei baci che al buio ci scambieremo.

“Ben tornata a casa Emiliana” mi dico,” La felicità finalmente ha trovato dimora, è sempre stata accanto a te, aspettava solo di essere riconosciuta.” Ora, il nastro trasportatore della vita, che porta ogni giorno uguale al precedente, spero non cambi più.

Che la vita ci sorrida sempre.
                                                                  Emiliana

                                                                 


foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

mercoledì 28 novembre 2018

EMILIANA


EMILIANA

P. NOVE





Quasi non mi accorgo del trascorrere del tempo. Un anno, un altro anno e un anno ancora. Non passa giorno che non mi chieda perché Cecilia non mi scriva, io non perdo la speranza, i miei sogni sono l’unica cosa alla quale aggrapparmi.
In questi anni poco o niente è cambiato. Il lavoro in filanda, quello nei campi, figli che nascono e vecchi che muoiono: il solito nastro trasportatore della vita che ci presenta sempre un giorno uguale al precedente.

Io sono ancora sola, ho 24 anni e Giustina che quasi non si regge più in piedi. Per fortuna posso aiutarla, non ha più la forza nemmeno di lavarsi da sola.

Quest’autunno così piovoso mi ricorda quello di alcuni anni fa, quando il fiume è uscito dagli argini. Oggi, come allora, c’è molta paura, è quasi un mese che non smette di piovere. Anche a scuola c’è freddo e umido ed i ragazzi faticano a seguire la lezione.
Giustina non si alza più dal letto ed io sono molto indaffarata anche con lei.

Ci sono molte persone che si ammalano. Sembra una banale influenza, ma giorno dopo giorno la situazione si aggrava.

Intere famiglie si sono ammalate, intere famiglie sono rimaste a casa dal lavoro perché non hanno la forza di uscire. Questa che è iniziata come una banale influenza sta diventando una epidemia.
Anche la scuola ha sospeso momentaneamente le lezioni. Perfino in filanda hanno dovuto diminuire le lavorazioni, troppe persone sono assenti. Il signorino Guglielmo, mi dicono sia molto arrabbiato, e ha deciso di licenziare tutti quelli che non si presenteranno al lavoro. Così, per paura di restare senza niente, molte persone ammalate vanno ugualmente in filanda e, ogni giorno, parecchi di loro, vengono portati fuori con la febbre altissima. Anche il signor Alberto non si presenta al lavoro da parecchi giorni e i lavoratori sono rimasti senza la paga. Il signorino Guglielmo sbraita e inveisce tutto il giorno contro chiunque gli capita a tiro, non vuole che la gente si assenti ma non riesce a pagarli. Anche il signor Cesare si è ammalato e, in paese, c’è molta paura.

Nessuno sa più cosa fare per curare questa strana febbre. I rimedi che conosciamo sembrano non funzionare e cominciano i primi morti.
All’inizio sono i più deboli e i più anziani che se ne vanno. Ognuno spera, ma le famiglie molto numerose, l’igiene scarsa, cibo insufficiente e tanti animali vicino non fanno che aumentare il pericolo di contagio. E per la prima volta da che ho memoria, anche la filanda viene chiusa.

Siamo tutti molto spaventati. Cosa possiamo fare per non ammalarci e per curare chi si è già ammalato? Cominciano a circolare strane abitudini e strane e vecchie usanze. C’è chi dice di lavarsi spesso le mani con acqua e aceto, di risciacquarsi la bocca con liquore forte, di mangiare molto aglio e cipolle e di bruciare certe e strane erbe secche in ogni stanza. Ormai puzziamo come animali, ma la situazione sembra non cambiare.
La gente continua a morire. Anche Don Claudio ci ha lasciati e non c’è più nessuno che benedice i morti prima della sepoltura.

Non c’è più nessuno nemmeno che va a servizio al castello, dove sono tutti ammalati, il signor Cesare, sua moglie e anche il signorino Guglielmo. Sono in pochi quelli che non hanno avuto la febbre, ed io sono fra questi, sembro immune, ma Giustina non ce l’ha fatta, l’abbiamo sotterrata ieri.
Anche mia madre e i miei fratelli non si sono ancora ammalati, mentre le piccole hanno tutt’ora la febbre, ma sembra si stiano rimettendo.
Molti animali non vengono accuditi e muoiono anche loro. Chi sta ancora bene ha paura a muoversi e quando lo fa, si copre la bocca e il naso con un fazzoletto. Non sembriamo più umani. Abbiamo paura a toccarci, a stare chiusi nella stessa stanza, non sappiamo più cosa fare.
Io cerco di aiutare chi posso, sono talmente tanti gli ammalati che ogni sera mi addormento distrutta, ora non sono più la maestra del paese, sono l’infermiera di tutti. Non so niente di queste febbri e di come si curano, non ho trovato molto nella biblioteca di Giustina. Sarebbe stato meglio leggere libri di medicina invece di quegli stupidi libri di avventura, almeno adesso potrei fare qualcosa di più. Sono stata anche a casa del dottore a prendere alcuni volumi per vedere se riesco a capirci qualcosa di più, ma i termini usati sono fuori dalla mia portata, perciò mi aggrappo alla tradizione popolare e faccio quello che posso.

E’ un mese che è scoppiata questa epidemia, quanta gente è già morta? Quanta gente è ancora ammalata? Quanta invece è già guarita e potrebbe darci una mano?
 Questo è un incubo. Oggi sono state sotterrate anche la madre e la moglie di Martino, della sua famiglia sono rimasti solo il padre, lui e la sua piccola Ornella. Ogni famiglia ha perso qualcuno e non ci sono più lacrime da piangere. Nel nostro piccolo cimitero non c’è più posto per nessuno, bisogna scavare fosse comuni e questo è un dispiacere che si somma al dispiacere, una cosa così non era mai successa, nessuno la ricorda.
Tutti con il fazzoletto sul volto aiutiamo, ognuno per quello che sa fare. Non sappiamo molto di malattie ma di sicuro sappiamo che bisogna sotterrare in fretta i morti, isolare gli ammalati e cercare di sopravvivere. Perché di sicuro sappiamo che tutto questo dovrà finire.
Ogni sera mi lavo accuratamente le mani e sciacquo la bocca con acquavite. Cerco di mangiare verdure accuratamente lavate e spero soltanto di svegliarmi il giorno dopo e trovare tutto finito.

Nella fossa comune sono finiti anche il signorino Guglielmo e la madre. Il signor Cesare è una roccia, si è ripreso dalla malattia e si è ritrovato da solo. Nessuno di noi ha voglia di andare da lui, non è mai stato gentile con noi, ed ora, sta capendo cosa significa essere emarginati.  Nonostante il grave lutto che lo ha colpito sembra non aver cambiato atteggiamento. Si aggira spesso in filanda da solo e nessuno sa cosa ci va a fare: quello è il suo mondo e non conosce altro. Le sue terre sono incolte, i suoi animali morti o dispersi, ma lui non ha un attimo di cedimento. Non si mescola con noi, resta solo e nessuno gli porge una mano.
Quando tutto questo sarà passato, le cose saranno molto diverse da ora, ma per adesso, ognuno pensa per sé.
Nonostante le amorevoli cure di mia madre, la dolcissima Margherita non ce l’ha fatta. Il signor Carlo, invece, con molta fatica si sta riprendendo. I miei fratelli hanno aiutato tutti con molto impegno, ma la lotta sembra non finire ancora.
Ogni sera mi ritrovo sempre sola e sempre più stanca, con l’unico desiderio di svegliarmi e scoprire che è tutto passato.

Da alcuni giorni non ci sono nuovi ammalati. Siamo tutti con il fiato sospeso e con la speranza che questa brutta storia finisca presto. Anche i morti sono diminuiti e da ieri non è morto più nessuno. Tiriamo tutti un sospiro di sollievo e aspettiamo ancora alcuni giorni per vedere come si evolve la situazione.

Un’altra settimana senza morti. Alcune persone stanno meglio e, soprattutto nessuno si è più ammalato.
Abbiamo un grande desiderio di normalità, di riprendere la nostra vita e oggi, che è domenica, andiamo tutti in chiesa. Non c’è il prete, ma sappiamo recitare da sempre le preghiere di invocazione alla Madonna. Ci ritroviamo a cantare inni e recitare Rosari: che sia finalmente finita.

Ora che l’emergenza è passata bisogna riprendere la vita. Molte famiglie sono decimate, molti bambini sono rimasti orfani, molti giovani sono ancora deboli. Come sempre accade in queste situazioni, sono le donne che prendono in mano la situazione.
Non c’è bisogno nemmeno di passare parola. Cominciano a partire ordini di ripristino delle abitazioni, dei lavori nell’orto, di sistemazione del cimitero, di recupero degli animali e, giorno dopo giorno, ognuno si ritrova con un compito da svolgere.

Molti vedovi e vedove si mettono insieme recuperando una parvenza di normalità. Le persone anziane trovano accoglienza nelle famiglie dei vicini o degli amici. Io sto ripristinando la scuola: bisogna andare avanti.

Oggi devo sistemare la mia casetta. Non c’è più Giustina e devo raccogliere le sue cose e cercare dei documenti. Cerco soprattutto la sua collana preferita da portare al collo in suo ricordo.



foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

martedì 27 novembre 2018

EMILIANA


EMILIANA

P. OTTO





Giustina ha continuato a dare lezioni a Martino ma ci lascia spesso da soli. Abbiamo cominciato a parlare di tante cose e scopro che abbiamo alcuni interessi in comune. Scopro anche che sono molto timida, non sapevo fosse così difficile parlare con un ragazzo di cose personali. Lui è molto più estroverso di me, ha il sorriso sempre pronto e guarda alla vita con molto ottimismo. Mi decido e gli racconto il mio più grande desiderio, quello di partire. Vedo il suo sorriso spegnersi ed i suoi occhi farsi più seri. “Perché te ne vuoi andare? Mi chiede. “Io qui ho tutto, una bella famiglia, un lavoro, degli affetti e ci sei tu, Emiliana, io non ho desiderio di andare lontano, non sono un sognatore come te. E’ qui che desidero formare la mia famiglia, con te. Se tu continui a volare e non torni con i piedi per terra rischi di perdere ogni occasione bella.”
 Ho ricevuto uno schiaffo in pieno viso. E’ più importante il sentimento per un uomo o il mio desiderio di vita nuova e lontana da qui? Non ho esitazioni: io voglio andarmene.
Di uomini ne trovo ovunque, purché in terra straniera. Ho già deciso.
Lo guardo dritto negli occhi e scopro di aver perso la mia timidezza.
“Ho sempre portato nel cuore un unico grande desiderio: andarmene lontano da qui. Ho sacrificato tutto a questo mio desiderio che tu chiami sogno, e non intendo rinunciarci nemmeno ora. Sei libero di cercarti la ragazza che fa al caso tuo, quella che vuoi non sono io. Ti ringrazio per la tua attenzione, ma la nostra storia finisce qui.”
Non riesce ad aggiungere altro. Scuote la testa, quasi incapace di capire la mia scelta. “Ti auguro di trovare tutto quello che cerchi, ma ho paura che i sogni siano molto diversi dalla realtà. Quello che leggi nei libri è solo fantasia e tu stai sprecando i tuoi anni migliori inseguendo un sogno che non sai se si avvererà. Avremmo potuto formare una splendida famiglia insieme, e mi mancherà la tua intelligenza e la tua perspicacia. Sono dispiaciuto.” Esce mestamente di casa e Giustina mi guarda in un muto rimprovero. Non serve che parli, i suoi modi esprimono tutto il disappunto per la mia decisione.

Ora che sono sola nel mio letto comincio ad avere dei dubbi. Possibile che abbia davvero preso la decisione sbagliata?  Sono io ad essere diversa dalle altre? Il mio cuore è solo aperto all’avventura e non all’amore? Cosa c’è di sbagliato in quello che desidero? Al momento non lo so, ma presto, sono sicura, lo scoprirò.

Passano poche settimane e circola la voce del matrimonio di Martino con Alice. Non ha perso tempo a consolarsi. Alice è una bella ragazza e faranno insieme molti figli: tanti auguri!

 Alcune famiglie stanno per organizzare il viaggio in Argentina. Le conosco quasi tutte, anche se superficialmente. Mi accorgo che ho solo conoscenze superficiali, non ho amicizie vere che possano farmi da sponda per cose importanti come può essere l’emigrare in Argentina. Ma non mi importa. Vado a informarmi sul viaggio.
Ne parlo con Giustina e lei cerca di farmi desistere, mi dice di aspettare la lettera di Cecilia, che qui non mi manca niente, ma non la ascolto: voglio andarmene.
Il costo del viaggio è molto alto ma me lo posso permettere. I documenti non mi mancano, sono ancora minorenne e serve qualcuno che si prenda la mia tutela, ma anche questo lo risolvo. Mi aggrego alla famiglia di Tiziana e vengo inserita nel loro gruppo. Si parte fra un mese e sono molto emozionata.

In filanda non ho ancora detto niente, aspetto ancora qualche giorno poi mi licenzierò. Non sto più nella pelle, ho sempre il batticuore e mi sembra di vivere in un sogno: il mio bellissimo sogno.

Ogni sera torno a casa canticchiando e con la certezza che qualcosa sta cambiando. Entro in casa e trovo il dottore che visita Giustina. Si è sentita male, il suo cuore è vecchio e debole e deve stare a riposo. L’aiuto come posso; dopo una giornata di lavoro anch’io sono stanca e non riesco a fare molto. Deve pensare a come fare quando sarò partita e cerco di parlarle, ma lei non vuol sentire niente. Non importa, quando io me ne sarà andata ci sarà sicuramente qualcuno che si prenderà cura di lei, ha molti amici e parecchie persone le devono molto e sapranno ricambiare. Io non mi faccio intenerire: voglio partire.
I preparativi per il viaggio sono quasi ultimati, fra una settimana dovrò consegnare i soldi per il biglietto e dopo mi licenzierò. Andrò a salutare mia madre e i miei fratelli, raccoglierò tutti i miei sogni e mi imbarcherò verso un nuovo futuro. Porterò nel cuore il mio paese, ma voglio amare anche quello che mi ospiterà, sono pronta e mi sembra che il tempo non passi più.

Oggi è domenica, fa caldo e mancano ancora pochi giorni al punto di non ritorno. Vedo venire un gruppo di persone. Verranno a trovare Giustina, penso, invece vengono per me. Hanno una proposta molto importante da farmi. Vogliono che diventi la maestra del paese, che insegni ai bambini e anche a quelli un po’ più grandi. Sono sicura che c’è lo zampino di Giustina in tutto questo. Il signore che sembra essere la persona più importante mi elenca tutti i benefici che ne trarrei: la paga non inferiore a quella che percepisco attualmente, massima libertà di insegnamento, e in più, ho in eredità la casa e la terra di Giustina quando lei se ne andrà. Avrò il privilegio di preparare i ragazzi per il loro futuro, così da potersene andare ovunque con il loro bagaglio di cultura e sperare in una vita migliore. Devo dare una risposta entro la settimana o chiederanno ad altri.

Questo è un tiro mancino! Mi sento in trappola e non riesco a decidere.
Vado al comitato per l’Argentina e scopro che il viaggio è rimandato di un paio di mesi, Non è la stagione giusta per imbarcarsi e c’è molto lavoro nei campi da sbrigare prima di partire. Purtroppo mi sono già licenziata dalla filanda e non ho un altro lavoro.

Mestamente e molto tristemente ritorno a casa. Mancano due mesi alla partenza per l’Argentina, due mesi anche all’inizio della scuola che serviranno per i preparativi dell’aula e delle lezioni ed io sono disoccupata.
Non ho scelta, ho bisogno di lavorare e accetto di diventare la maestra del paese. Fra due mesi il lavoro fatto non andrà perduto, chiunque prenderà il mio posto troverà tutto pronto e io sarò comunque libera di andarmene.

Giustina si è ripresa dal suo malore, e solo io riprendo con un nuovo dolore nel cuore.

Intanto non ho perso la speranza: Cecilia, ti prego, scrivimi, non puoi esserti dimenticata di me. Non voglio spegnere i miei sogni.




QUARTO CAPITOLO

Comincio i preparativi per la nuova scuola e sono molto impegnata. L’aula da sistemare, i banchi, la lavagna e, soprattutto, i libri che mi serviranno per cominciare le lezioni. Ci saranno bambini e ragazzi di varie età, ma ognuno dovrà imparare dall’inizio. Cercherò di infondere loro anche l’amore e l’interesse per terre sconosciute e lontane, cercando di passare loro un po’ della mia passione. Poi, penso che non sarò io a dare lezione, io sarò in Argentina. Sto pensando a questo quando il padre di Tiziana mi viene a cercare. “Vieni Emiliana, tutto il comitato è riunito a casa mia, ci sono novità. Corri.”
Siamo circa una trentina, e mi accorgo subito che c’è qualcosa che non va.
Armando prende la parola:” oggi sono andato a parlare con il signor Giuseppe per sentire la nuova data della partenza e mi hanno comunicato che è sparito, e con lui, tutti i soldi che gli avevamo consegnato per i biglietti e per le pratiche. Purtroppo nessuno sa dove sia andato e noi non riavremo più i nostri quattrini.”
C’è disperazione in tutti noi. Molti hanno già venduto tutto quello che possedevano, hanno abbandonato il lavoro ed ora, sono praticamente rovinati. Le donne cominciano a piangere e gli uomini sono talmente infuriati che spaccherebbero volentieri la faccia al signor Giuseppe. Ognuno di loro dovrà reinventarsi una vita, e non sarà per niente facile.
Ancora una volta scopro che sono una privilegiata, io un lavoro ce l’ho. Ho perso molto denaro, ho infranto il mio sogno, ma posso ancora rimediare. Ma loro? Cosa ne sarà di loro?
Adesso non ho più indugi, dovrò fare la maestra e aspettare la prossima partenza. Ricomincio a sognare l’America ma, soprattutto, aspetto la lettera di Cecilia.

E’ il primo giorno di scuola e credo di essere io più emozionata dei miei scolari. Sono 19 e sono tutti lavati e con i vestiti della festa. Li conosco praticamente tutti, e ora dovrò farmi conoscere anch’io.

Una volta rotto il ghiaccio mi accorgo di essere proprio portata per questo lavoro. E’ un’emozione profonda riuscire a insegnare quello che so e vedere con quanto impegno e interesse vengo seguita. Sono proprio contenta di aver accettato l’incarico.
Ora ho meno impegno di prima, ma la mia pignoleria non mi permette di trascurare niente, così finisco per essere impegnata per tutto il giorno e per sei giorni alla settimana.
Il primo anno trascorre così in fretta che quasi non me ne accorgo.
Le famiglie che sono state imbrogliate dal signor Giuseppe sono tornate a lavorare alla filanda o nei campi, ma hanno dovuto subire uno squallido ricatto. Il signor Guglielmo, da perfido padrone, ha imposto regole molto dure. Ha finto di essere rimasto molto offeso dall’abbandono subito e avrebbe dato loro lavoro solo a paga dimezzata. Purtroppo non hanno avuto scelta. Quella povera gente ha dovuto abbassare la testa ed accettare se non voleva morire di freddo e di fame. E’ un’ingiustizia che, spero, il Signore vorrà punire. Non è giusto approfittarsi così dei bisogni della gente, ma qui, è sempre stato così.


foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti