mercoledì 20 maggio 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA

parte sei






Il giorno non era ancora sorto del tutto ma i frati avevano già assolto a vari compiti, primo fra tutti la Santa Messa dell’Aurora ed erano pronti alla semplice colazione per poi iniziare i loro lavori.
Tutto si svolse in silenzio e durò pochissimo. Il frate chiese a Gastone di seguirlo.
“Cosa ti piacerebbe fare per noi?” Gli chiese, facendo un ampio gesto con la mano.
“Vorrei occuparmi degli animali, e vorrei sapere il suo nome.”
“Va bene, fratel Andrea sarà felice di avere un aiuto. Io sono fratel Carlo.”
“Io sono Gastone. Il Priore mi ha chiesto di rimanere per qualche giorno. Posso sapere perché il Priore vive là così isolato?”
“Dammi del tu, lo devi fare con tutti i fratelli. Il Priore è vecchio e non si muove molto, ma so che aspetta la tua visita.”
Così dicendo raggiunsero una stalla che custodiva un asino, alcune capre, una varietà incredibile di pollame, conigli, e altri animali.
“Non sono per noi, noi mangiamo pochissima carne, li usiamo come baratto, va da fratel Andrea, sarà felice di averti con lui, è un chiacchierone nato.”
Un giovane frate con le maniche rimboccate lo accolse con un grande sorriso. Gastone si guardò intorno e vide che la recinzione aveva bisogno di essere sistemata e si mise al lavoro.
L’uomo lavorata alacremente e in silenzio mentre il suo compagno non smetteva mai di parlare, parlava con le capre, con ogni singolo animale che chiamava per nome, era una compagnia insolita e rilassante per Gastone che non desiderava essere distolto dai suoi pensieri.
Fratel Andrea sgranò gli occhi quando vide il pugnale che usava Gastone ma non disse niente e continuò il suo ciarlare e il suo lavoro.
La campana richiamò per la funzione ma Gastone non ci andò, rimase da solo e continuò il suo lavoro, aveva bisogno di essere impegnato.
Il sole era ancora alto quando fratel Carlo venne a chiamarlo, era l’ora di darsi una ripulita e di cenare per poi ritirarsi.
Fu così per tre giorni. I frati lo trattavano come uno di loro e lui si trovava davvero bene con loro, ma era irrequieto, doveva riprendere la sua strada, aveva riposato e meditato abbastanza sul da farsi, avrebbe ripreso il suo cammino.
Quella sera, dopo il pasto, fratel Carlo lo condusse dal Priore.
Gastone era di nuovo di fronte a quell’uomo e aveva un sacco di domande che voleva rivolgergli.
“So che presto te ne andrai. Sono felice che tu abbia accettato la nostra ospitalità. C’è qualcosa che vuoi chiedermi?”
Gastone si guardava intorno, così tanti libri non li aveva mai visti in tutta la sua vita, chissà come sarebbero piaciuti alla sua Lisa. Il ricordo di sua figlia, inaspettato, gli trafisse il cuore e i suoi occhi si incupirono.
“Cos’è che ti tormenta, figliolo?”
L’uomo estrasse il quaderno che portava sempre con sé sotto il giubbotto. Lo sfogliò e mostrò al Priore il simbolo che aveva così ben disegnato.

Il priore portò il quaderno molto vicino agli occhi per guardare meglio e lo rimise sul tavolo.
“Cos’è questo?”
“Lo chiedo a voi.”
“Perché lo vuoi sapere?”
“Perché ho bisogno di sapere.”
L’anziano Priore rimase assorto e pensieroso. “E’ la causa del dolore che porti nel cuore?”
“Ne sono convinto!”
“Che intenzioni hai?”
“Capire, e forse altro.”
“Lasciami pensare. Torna domani dopo il pasto serale. Ora puoi andare e ti ringrazio per il lavoro che stai svolgendo. Sei un uomo prezioso e potresti rimanere a lungo con noi, ma so che ci lascerai presto. Vai con la mia benedizione.”
Ormai Gastone conosceva bene il convento e nessuno più lo accompagnava. Andò dritto nella sua stanza, estrasse il quaderno e riguardò quel simbolo. Si addormentò col quaderno di sua figlia sul cuore.
La giornata si svolse come le precedenti. Gastone si accorgeva che si stava adeguando alla vita del convento, tranquilla e serena. Voleva rimanere solo un paio di giorni ed invece erano passati troppi giorni, doveva andarsene o avrebbe sofferto troppo a lasciare quel posto. Certo gli era servito per tranquillizzare un po’ la sua rabbia, ma non aveva perso di vista quello che era il suo fine, il suo desiderio di vendetta si era quietato, e per questo era ancora più pericoloso. Quella settimana gli era servita per trovare la calma che gli sarebbe servita per compiere il suo piano. Aveva capito che doveva agire con estrema prudenza e, quei giorni trascorsi in convento lo avevano rasserenato da un lato e reso ancor più determinato dall’altro, aveva un compito da portare a termine e doveva essere in grado di farlo, lo doveva alle sue donne.
La frugale cena era terminata ed i frati erano riuniti in canti e preghiere. Gastone bussò alla porta del Priore ed entrò.
“Pace a te.” Lo salutò come sempre il vecchio frate, e come sempre Gastone rispose con un cenno del capo, poi prese posto sulla solita sedia.
“Posso guardare il tuo quaderno?” La domanda lo colse di sorpresa, non era sicuro di voler mostrare ogni cosa al Priore.
Il vecchio, a mani giunte e con il suo solito sorriso aspettava silenzioso. Vedeva passare negli occhi dell’uomo che aveva di fronte molteplici emozioni, dubbi, sofferenze, e tante lacrime trattenute.
Il vecchio orologio scandiva i secondi come se anche lui aspettasse.
Gastone, pur riluttante prese il quaderno e glielo porse.
Il Priore cominciò a sfogliarlo dall’inizio, osservava gli schizzi, leggeva gli appunti ed i suoi occhi chiari si incupivano mano a mano che sfogliava le pagine.
Senza che se ne rendesse conto, Gastone cominciò a parlare e raccontò a quel vecchio frate tutta la sua storia, iniziando da quel gelido giorno in cui trovò Ines addormentata davanti al fuoco del suo camino. Raccontava e pareva che un fiume di dolore uscisse dal suo petto, ma ancora troppo ne restava imprigionato, sapeva bene che solo la morte, la sua morte avrebbe posto fine a quel dolore.
Le candele si erano consumate di molto da quanto era entrato nello studio del Priore e lui stava ancora raccontando, mentre il vecchio frate lo guardava con i suoi occhi dolci che si erano riempiti di lacrime di compassione.
Il silenzio li avvolse per parecchi minuti alla fine del racconto. Gastone, a testa bassa lasciò che l’emozione riprovata mentre raccontava scemasse e lo lasciasse libero di rialzare lo sguardo. Il Priore aveva chiuso il quaderno poggiandovi sopra le mani e aspettava che il suo ospite si riprendesse. Capiva bene che un dolore così grande poteva fare impazzire un uomo.
I loro occhi si incontrarono e il sorriso dolce del frate rincuorò l’uomo.
“Hai sofferto davvero tanto. Ora capisco, quello che non so è cosa vuoi fare ora.”
“Voglio vendicare mia moglie e mia figlia, non voglio che altri debbano sopportare un dolore simile al mio.”
“La vendetta non appartiene al Signore né ai bravi cristiani.”
“Io ho perso la mia fede quando ho tolto il corpo di mia figlia dai chiodi.”
“E come pensi di riuscire nel tuo intento?”
“Cercherò i colpevoli, dovessi impiegarci tutta la vita. E quando li troverò farò loro quello che loro hanno fatto a me. Occhio per occhio, devono capire cosa si prova!”
“Io non posso aiutarti a fare del male ad altri esseri umani.”
“Padre, chi fa queste cose non è un essere umano, io ho più rispetto per un animale che per loro e niente mi distoglierà da quello che ho intenzione di fare.”
“Lo vedo. Sento il tuo dolore e vedo la tua determinazione, la conosco molto bene!”
“Cosa vuol dire?”
“Avevo otto anni quando successe. Aspettavamo la primavera per festeggiare il matrimonio di mia sorella maggiore. Lorena aveva 17 anni quando la trovammo inchiodata ad un albero. Io ero piccolo ma riuscivo ad ascoltare quello che i grandi dicevano e non scorderò mai il momento in cui riuscii a vedere il suo corpo. Era già stato ricomposto e pronto per la sepoltura ma, quello che non scorderò mai furono alcune frasi che ascoltai, e seppi che non era la prima ragazza che trovavano così. Come vedi non sei il primo padre che perde la figlia in questo modo. Ce ne sono stati altri, molti altri, purtroppo!”
Gastone era esterrefatto. Non immaginava che fosse successo anche ad altri, non se ne capacitava.
“Cosa significa tutto questo? Se voi sapete qualcosa dovete dirmelo, io voglio porre la parola fine a tutto questo.”
“Non puoi, Gastone. Non puoi!”
“Può darsi che non possa, ma di una cosa sono sicuro: che ci proverò fino alla mia morte!”
“Io sono un uomo di pace non di vendetta, ho giurato fedeltà al mio Signore e non posso venire meno al mio giuramento.”
“Io non ho giurato niente a nessuno se non di vendicarmi.” Gastone cominciava ad irritarsi, aveva capito che quel vecchio frate sapeva qualcosa ma non voleva dirglielo.


romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

martedì 19 maggio 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA

parte cinque






Gli alberi si stavano diradando e il rumore di alcuni carri giunse alle sue orecchie dall’udito fine come quello di un animale selvatico. La strada sterrata era ancora abbastanza lontana ma il movimento di carri e persone era piuttosto nutrito. Si rese conto che, per la prima volta era uscito dai suoi confini, dalla terra che aveva sempre conosciuto e non sapeva di preciso dove si trovasse ora.
Con circospezione si accucciò vicino ad uno degli ultimi alberi del bosco ed osservò il traffico poco più in là. Gli ci volle poco per capire che erano carri e carretti carichi di merce varia diretti ad un mercato, significava che era vicino ad un centro abitato. Decise di unirsi alla silenziosa carovana e seguirli senza dare nell’occhio.
C’erano uomini, donne, bambini ed ognuno portava qualcosa con sé. Il profumo di pane appena sfornato arrivò fino a lui facendogli brontolare lo stomaco.
Lentamente raggiunse una famigliola che a fatica trascinava due capre e un mulo con due ceste stracolme di mercanzia. Prese la corda delle capre e, senza fatica le condusse con loro. Un bambino piccolo era legato sulla schiena della madre e il padre trascinava il mulo che, stranamente lo seguiva docile. La donna lo ringraziò con un sorriso stanco, felice di lasciargli il compito. Gastone, senza fretta raggiunse l’uomo e si affiancò, salutandolo.
“Grazie per l’aiuto, mia moglie è molto stanca.”
“Non c’è di ché. Io non ho altro da fare e sono felice di darvi una mano. Dove state andando?” Chiese noncurante.
“Al mercato di Vissai, è il più grande della zona e c’è sempre molta folla. Lei da dove viene?”
“Oh, io sono solo di passaggio, vado a trovare dei parenti.”
La strada era polverosa e si sentivano gli incitamenti della carovana alle proprie bestie. Alcuni bambini si rincorrevano, il sole stava salendo e tutti pregustavano il giorno di mercato come una festa.
Le prime case del paese si affacciarono non appena sbucarono dall’ultima curva. Il suono delle campane colse di sorpresa Gastone, non aveva mai sentito un suono come quello. Il suo compagno si accorse del suo sguardo e gli disse che erano le campane del convento dei frati che, ogni giorno di mercato suonavano in quel modo per richiamare alla Santa Messa il maggior numero di persone possibile, e chi ci fosse andato avrebbe trovato anche un pasto caldo. Era una antica comunità di frati, nessuno sapeva dire da quanto fossero in quella zona, sembrava ci fossero sempre stati.
Il paese si andava animando, il canto dei galli, le campane che suonavano ancora, le voci concitate dei venditori che prendevano posto rendevano quel paese, almeno in quel giorno, una giostra di colori e di allegria. I primi richiami dei venditori cominciarono a farsi sentire, Gastone consegnò la corda che teneva le due capre e salutò la famigliola.
Era il primo paese dopo il bosco, di sicuro ce n’erano altri in posizioni diverse ma era arrivato qui e da qui avrebbe iniziato la sua ricerca.
Passava nella strada dove banchetti e carretti esponevano la più varia mercanzia. Si avvicinò al carretto del pane e ne acquistò insieme ad un pezzo di formaggio. Lo divorò in pochi bocconi e si diresse alla taverna per un boccale di birra. Mentre si avvicinava al locale cambiò idea e prese il sentiero che portava al convento. Non poteva sbagliarsi, il suono delle campane lo guidava verso una dolce altura dove spiccava un campanile con la sua croce, un’idea gli frullava in testa.
Non dovette nemmeno bussare, il portone era spalancato e un vecchio frate gli fece strada verso la cappella, la Santa Messa stava per iniziare.
Il luogo era davvero bello, giardini, piccoli prati verdi, altro non fece in tempo a vedere perché fu guidato all’interno della piccola chiesa. Le candele e due grandi vetrate rischiaravano quell’ambiente che profumava di fiori. I suoi occhi, lentamente si abituarono alla luce fioca. Si sedette su una panca mentre i frati iniziavano a cantare. Non era un uomo che frequentava la chiesa ma colse l’opportunità per pregare per le sue donne, si ricordò che non l’aveva ancora fatto. Rimase seduto fino alla fine con lo sguardo puntato alla statua della Madonna e al crocifisso. Il rito gli fluiva intorno senza che lui lo seguisse e quasi non si accorse che era finito se non per il silenzio che, tutto ad un tratto lo avvolse.
Era talmente assorto che il frate non lo richiamò subito. Gli si sedette vicino e aspettò.
Gastone alzò il viso verso il frate, era bagnato di lacrime, lacrime silenziose che non era riuscito a trattenere. Doveva essere colpa di quel posto, lui nemmeno si era accorto che stava piangendo.
Il frate gli posò una mano sul ginocchio. “Vuoi parlarmene?” Ma non ottenne risposta. Allora gli batté affettuosamente la mano sulla spalla. “Vieni, il desco è preparato e tutti ci stanno aspettando per cominciare a mangiare, senza di te non si inizia, non facciamoli attendere oltre. Vieni.”
I due uomini uscirono dalla piccola chiesa e si diressero al refettorio. Un lungo tavolo teneva occupata la stanza per tutta la lunghezza ma, solo pochi posti erano occupati. Con gentilezza, il frate lo fece sedere e gli si mise al fianco. Tutti quelli seduti avevano davanti una scodella fumante come la sua. Il frate seduto a capo tavola benedisse il cibo e iniziarono a mangiare. Nessuno parlava, c’era un’atmosfera di tranquillità che Gastone non aveva mai provato. Mangiò in silenzio, come tutti gli altri commensali.
Una voce dolcissima iniziò un canto di ringraziamento. Un giovane frate si era alzato da tavola e, mentre sparecchiava cantava un canto in una lingua che Gastone non conosceva.
Il frate che lo aveva accolto lo fece alzare e lo accompagnò fuori.
“Vieni, facciamo due passi. Ti mostro il nostro convento, poi potrai parlare con il nostro Priore.”
Il silenzio che si respirava in quel posto era simile a quello che lui conosceva quando andava nel bosco. Al suo fianco il frate sorrideva tranquillo mentre lo accompagnava nel loro grande orto, nel giardino, nel frutteto. C’era perfino un piccolo stagno con alcune anatre che sguazzavano tranquille. Era piuttosto grande e tutto ben tenuto.
Il frate condusse Gastone all’interno e gli fece visitare la cucina, la dispensa, la sala refettorio dove avevano mangiato, una piccola infermeria. Tutto era ordine, silenzio, perfino i frati che incrociavano sembravano camminare a un palmo da terra tanto erano silenziosi, e tutti lo salutavano con un cenno del capo e un sorriso.
“Ora ti accompagno dal Priore. E’ un uomo anziano, un frate che per noi è come un padre, con lui puoi parlare di tutto, puoi stare sicuro che saprà ascoltarti e confortarti.”
Arrivarono davanti ad una porta di legno uguale a tutte le altre e il frate bussò. Senza aspettare l’invito ad entrare, aprì la porta e fece cenno a Gastone di passare.
“Io non entro. Lui ti aspetta, sa che sei qui, che oggi avevamo un ospite, ed è sempre felice di incontrare qualcuno che non sia uno di noi. Va tranquillo, io sarò qui quando uscirai.”
Con la sacca in spalla varcò la soglia. La stanza era abbastanza grande, in un angolo c’era il letto ma quello che saltava subito agli occhi era la scrivania piena di libri e carte di varie dimensioni, le pareti erano formate da ripiani tutti occupati da libri e arrivavano fino al soffitto. Aspettò che i suoi occhi si adattassero alla penombra prima di muoversi. Da esperto cacciatore quale era notò ogni cosa.
Seduto dietro il grande tavolo stava il frate Priore. Gastone si avvicinò e quello gli fece cenno di sedersi. Due sedie scomode erano davanti alla scrivania. L’ospite posò la sacca ai piedi e, silenzioso osservò il vecchio frate.
Si guardavano a vicenda. Gastone notò subito il sorriso come quello di tutti i frati che vivevano lì, così come notò i pochi capelli bianchi e la grande magrezza di quel viso incavato. Quello che lo sorprese di più furono gli occhi del frate, erano azzurri e talmente chiari da sembrare un tutt’uno. Le sopracciglia erano spettinate, lunghe e cespugliose. Era assorto ad osservare quell’uomo facendosi un sacco di domande, quando sussultò al suono della sua voce.
“Hai guardato bene ogni cosa?”
Gastone si sentì arrossire, non si era accorto di essere stato così palesemente scortese. Fece per scusarsi ma il Priore lo prevenne.
“Io sono il frate Priore di questo convento, il mio nome nel mondo al di fuori di qui era Santo ma quello che ho scelto per la mia vita dedicata al Signore è Romano, tu chi sei che ti porti dietro un fardello così pesante?”
Istintivamente, Gastone posò la mano sulla sacca, non era gran cosa per lui e stava per dirglielo.
“Non quel fardello, ma quello che porti nel cuore, quello che ti opprime.”
Come faceva quel frate a sapere queste cose? Gastone non riusciva a capacitarsi, avrebbe voluto fuggire, ma lo sguardo del Priore era come se lo tenesse inchiodato alla sedia.
Rimasero entrambi in silenzio, ognuno aspettava che fosse l’altro a parlare, ad iniziare a dire qualcosa.
“Perché non ti avvicini? Io fatico a camminare. Vieni, voglio osservarti meglio. Non temere sono solo un vecchio curiosone che raramente vede uno straniero, qui non entra quasi nessuno se non per prendere del cibo e scappare, come se fossimo appestati.”
Il vecchio lo fece inginocchiare e gli posò la mano sulla testa bisbigliando parole che l’uomo non riuscì a capire. Alla fine gli fece il segno della croce sulla fronte e sul cuore.
Tenendo la mano sul cuore di Gastone, il priore gli parlò, bisbigliando come se qualcuno fosse lì nascosto e potesse origliare.
“Troppo dolore, troppa rabbia hai dentro al cuore. Vuoi raccontarmi cosa ti è successo?”
Gastone aveva un nodo che gli serrava la gola e non riusciva a parlare, fece solo un cenno con la testa per dire di no. Il frate gli accarezzò il viso con una dolcezza infinita.
“Hai bisogno di riposo, di vero riposo, resta con noi per un po’, potrai aiutarci con semplici lavori, avrai una stanzetta per te e, quando sarai pronto mi parlerai. Non puoi andare nel mondo con quello che porti nel cuore, lascia che ti aiuti, rimani con noi e raccogli le idee. Nessuno ti tratterrà un minuto in più di quello che tu deciderai.”
Gastone prese la mano del frate fra le sue e la baciò. “Solo pochi giorni, non posso rimanere oltre.”
Il Priore suonò un piccolo campanello che aveva sul tavolo e congedò Gastone.
Il frate che lo aveva accompagnato era già lì ad attenderlo e, senza aggiungere una parola lo accompagnò nella sua cella.
Rimase solo ed assorto. Il piccolo letto era una semplice branda, l’arredo era formato da un catino con la brocca di acqua, un piccolissimo tavolo con una sedia, un orinale e un minuscolo armadio dove posò la sacca. Una finestra, piccola e posta in alto faceva entrare un po’ di luce, avrebbe dovuto presto accendere la candela perché il buio sarebbe arrivato in fretta.
Si sdraiò sulla branda con l’intenzione di raccogliere le idee su tutto quello che gli era successo, quello che aveva scoperto e sul Priore che doveva avere un dono speciale per aver capito quello che lui teneva così ben nascosto. Chiuse gli occhi per pensare meglio e si addormentò.
Un leggero bussare lo fece sussultare. Per un nano secondo non ricordò dove si trovasse ma si riebbe subito. Si alzò e aprì la porta. Il solito frate col solito sorriso gli disse che la colazione era già in tavola.


romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

lunedì 18 maggio 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA



IL SEGRETO DELLA LUNA

parte quattro





Si risvegliò che era notte fonda. Aveva dormito per tutto il pomeriggio ed oltre. Il silenzio lo circondava come il velo di nebbia che aveva avvolto il corpo martoriato di sua figlia. Cercò di scacciare i ricordi, le emozioni e si impose di non lasciarsi sopraffare dal dolore. Si concentrò sulla sua rabbia, sulla sua sete di vendetta.
Aprì un cassetto e ne estrasse alcuni documenti. Ne aprì un altro e prese un fazzoletto colorato di sua moglie, da un altro estrasse alcuni indumenti che ficcò in una capiente sacca, poi, tenendo il lucchetto del suo cuore ben chiuso per non soffrire, entrò nella cameretta di sua figlia. Accarezzò con lo sguardo i pochi suppellettili che la ornavano. Fu difficile trattenere le lacrime ma ci riuscì. Si avvicinò al comodino e prese il piccolo angioletto di legno che lei stessa aveva scolpito, era davvero brava nel disegno e nella scultura, e lo mise in uno scomparto della sacca insieme al foulard di sua moglie. Fu tutto ciò che prese per ricordarsi di loro. Non aveva bisogno di niente, nel suo cuore e nella sua mente erano rinchiusi tutti i bei ricordi di quegli anni felici trascorsi insieme, a partire da quel giorno quando, rientrando a casa aveva trovato una ragazza addormentata davanti al suo camino. Ci fu una fitta che gli trapassò il cuore, si sforzò con tutto se stesso ma non riuscì a trattenere le lacrime al ricordo di quello splendido giorno in cui divenne padre. Con un gesto di rabbia si asciugò gli occhi e si fece una promessa, non avrebbe più pianto, mai più, perché ne era sicuro, mai ci sarebbe stato un dolore più forte di quello che provava ora.
Si mise in spalla la sacca, il fucile a tracolla e il pugnale negli stivali. Si calò il cappello sulla fronte e nascose i suoi occhi, occhi che erano pieni di odio e di rabbia, così come lo era il suo cuore e la sua anima, e solo la vendetta gli avrebbe dato sollievo, ma non ne era sicuro. Niente poteva essere più come prima, niente poteva restituirgli la sua vita, le sue donne, si sentì davvero solo come non lo era mai stato. Diede un ultimo sguardo a quelle stanze ormai prive di vita e, silenziosamente uscì.
Il platano era lì, con le sue foglie appena spuntate. Era primavera inoltrata. Si inginocchiò fra i due tumuli di terra e pose una mano su ognuna di esse e fece loro una promessa: non si sarebbe fermato fino a quando non avesse distrutto i colpevoli, sapeva che erano più di uno. Non riuscì nemmeno a dire una semplice preghiera, anche la fede era morta con le sue donne, accarezzò per l’ultima volta quella terra ancora umida, si alzò e, senza più voltarsi indietro, se ne andò.

Capitolo tre
Il mattino era ancora fresco e i merli cantavano i loro inni al sole nascente, accompagnandolo nel suo cammino. Si inoltrò nel bosco e tornò là, dove aveva trovato il corpo di sua figlia. Si inginocchiò e raccolse i lunghi chiodi che aveva lasciato a terra. Ne prese uno e lo osservò attentamente. Non era un articolo che si poteva vendere in qualche bottega, qualcuno si era preso la briga di fabbricarlo. La testa del chiodo era rotonda, quasi perfetta. Gli passò sopra un dito e sentì i graffi di un’incisione. Strizzò gli occhi per vedere meglio e scorse due piccole incisioni che non riusciva a decifrare. Roteò il chiodo in varie direzioni e alla fine gli sembrò di capire che ai lati della testa rotonda del chiodo ci fossero incise due mezze lune. Non poteva esserne certo, potevano essere qualsiasi cosa. Erano ancora sporchi del sangue di Lisa ma non li ripulì. Prese i tre grossi chiodi e li avvolse in un pezzo di stoffa che ripose nella sua sacca. Era giunto il momento di controllare le orme, non per niente sapeva seguire qualsiasi tipo di animale, era un esperto in materia. Vide l’erba calpestata da diverse persone, cercò di capire quante fossero ma non ci riuscì. Poteva trattarsi di sei otto individui. Osservando il terreno quasi trattenendo il fiato, si accorse che una serie di impronte erano fiancheggiate da un foro nel terreno, come se chi avesse lì camminato avesse usato un bastone poggiandolo a terra. Estrasse dalla sacca il quaderno e la matita e cominciò a prendere appunti e fare schizzi. Osservando la corteccia dell’albero notò una cosa che gli era sfuggita mentre toglieva il corpo di sua figlia. In prossimità dei fianchi vide lo stesso simbolo che era inciso sui chiodi. Qui poté osservarlo meglio: un cerchio quasi perfetto e due mezze lune, una di fronte all’altra poste sotto il cerchio. Fece uno schizzo anche di questo e ritornò ad osservare il luogo.
Girava in tondo per non lasciare niente di inesplorato e mano a mano allargava la ricerca. Ci volle parecchio tempo, e il sole era già alto quando trovò qualcos’altro. Di nuovo lo stesso simbolo questa volta disegnato con pietre e sassi: un cerchio quasi perfetto e due mezze lune poste sotto e ai lati esterni. A prima vista sembrava una grossa testa e due braccia monche, non riusciva a capire proprio di cosa si potesse trattare ma, di sicuro era molto importante visto che era ricorrente. Si avvicinò per osservare meglio e vide che la terra al centro del cerchio aveva uno strano colore. Allungò un dito e lo immerse in quell’intruglio. Gli ci volle poco per capire che si trattava di sangue, sicuramente il sangue di sua figlia che era stato versato in quel cerchio. Non provò nulla. Rimase un attimo inginocchiato ad osservare, con estrema freddezza estrasse il quaderno e riprodusse il simbolo mettendo alcuni appunti. Si alzò in piedi e vide ciò che gli era sfuggito perché aveva solo osservato il terreno senza quasi mai alzare lo sguardo. Intorno a quel simbolo c’erano ben sette grosse pietre dove ci si poteva sedere e, un masso più grande completava il cerchio. Si avvicinò e vide lo stesso segno lasciato dal bastone, o quello che supponeva fosse un bastone. Con riluttanza si sedette su quel masso, da lì poteva vedere tutti gli altri oltre al simbolo che era visibile da tutti. Si rese conto, perciò, che le persone erano otto, ma chi potevano essere? Chi poteva essere così deviato da fare una cosa simile ad una ragazza innocente? Ebbe un attimo di smarrimento ma si riprese subito.
Aveva scoperto molte cose in poche ore, era stanco, affamato ma non voleva fermarsi. Sapeva bene che le tracce vanno seguite quando sono ancora fresche. Si rialzò e scacciò fame e sete. Riprese a seguire le orme e si ritrovò su un sentiero dove soltanto i segni delle ruote di due carri o carrozze erano visibili e si perdevano in lontananza. Le seguì ma, ad un certo punto non riuscì più a ritrovarle. Come era possibile? Non potevano essersi smaterializzate. Ritornò indietro, rifece il percorso ma non riuscì più a ritrovare nessuna traccia.
Il buio stava scendendo e lui era in piedi dall’alba, doveva riposare o non avrebbe avuto la forza di continuare la sua missione.
Ritornò verso il bosco e scelse un angolo ben riparato ma con la visuale su tutte le direzioni. Accese un piccolo fuoco e mangiò qualcosa senza sapere cosa fosse. Si mise il fucile fra le braccia e cercò di dormire, aveva iniziato da un giorno e già aveva molte informazioni che prima o poi sarebbe stato in grado di decifrare. Strinse il fucile e si addormentò con i sensi svegli e all’erta.
L’alba non era ancora spuntata ma Gastone era già sveglio. Un rigagnolo era servito per bagnarsi il viso. I merli cominciarono il loro inno al nuovo giorno e lui si mise in cammino. Ancora si chiedeva come fosse possibile aver perso le tracce dei due carri, era un mistero che avrebbe risolto, ne era sicuro. Ora, la cosa più importante era trovare qualcuno che conoscesse il significato di quel simbolo ma avrebbe dovuto essere molto discreto e attento, aveva visto quanto potevano essere pericolosi.
Camminava assorto ma con i sensi ben svegli. L’ombra degli alberi era fresca e il gioco che il sole faceva fra le foglie che dolcemente erano cullate da una leggera brezza mattutina gli feriva gli occhi. Si calò il berretto sulle ciglia cespugliose e ripensò alla famiglia che aveva perso, alle sue donne che aveva sepolto da poco e che si erano portate via il senso stesso della sua propria vita. Non aveva più nessun motivo per vivere se non restituire il suo stesso dolore ai colpevoli. Al pensiero di quello che avrebbe fatto a coloro che si erano macchiati di tale delitto sentì il sangue ribollire. Aveva tempo per pensare, per meditare mentre, solitaria figura oltrepassava il bosco. Il dolore lancinante che portava con sé gli aveva tolto ogni sentimento umano, non cercava altro che la sua vendetta e pensava al modo di renderla la più terribile possibile.


romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

venerdì 15 maggio 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA

parte tre






Cercò la forza per rialzarsi, era sua figlia. Si mise di fronte a quel corpo martoriato senza darsi pace. Le lacrime ed i singhiozzi gli stavano squassando il petto e un dolore così forte al cuore non lo aveva mai provato. Cos’era successo? Perché era uscita? E con chi? Come avrebbe fatto a dirlo a sua madre?
A mani nude cercò di strappare i chiodi che la tenevano attaccata a quel tronco ma non ci riusciva, non ne aveva la forza mentre le accarezzava il viso e le scostava i capelli incrostati di sangue. Era un cacciatore e sapeva che dovevano essere molte ore che sua figlia era stata così massacrata. Prese il pugnale e con estrema delicatezza tolse i chiodi, prima quelli dei piedi e poi quelli delle mani e, il corpo di sua figlia, libero da quella tortura gli cadde fra le braccia come uno spaventa passeri.  Si tolse la giacca e la avvolse continuando a piangere e baciarle il viso. Non si decideva a tornare, per sua moglie sarebbe stato un duro colpo e temeva per la sua salute.
Accompagnato dal sole che stava riscaldando l’aria e i canti degli uccelli, fece il tragitto piangendo. Non entrò in casa ma si fermò nella piccola infermeria. Lavò il corpo e i capelli di sua figlia e rimase ad osservare quelle ferite. Tre erano al cuore, tre su ogni seno e tre sul pube che risultava completamente rasato. Provava vergogna e pudore ad osservare così impunemente il corpo di sua figlia, ma voleva imprimersi bene ogni cosa perché lui, avrebbe trovato chi aveva fatto questo, poteva volerci una vita intera ma lui lo avrebbe trovato. Prese un foglio di carta e la matita che sua figlia usava e disegnò tutto quello che vedeva. Sapeva, istintivamente sapeva che c’era dell’altro, lo aveva capito dal sangue che era colato sul viso di Lisa, le alzò le palpebre e cadde in ginocchio piangendo e urlando quando ebbe la conferma che le avevano cavato gli occhi, i suoi begli occhi neri come il cielo di notte. Pianse a lungo poi, la freddezza entrò in lui e non sentì più niente. Entrò in casa silenziosamente e prese alcuni abiti, la rivestì, le incollò le palpebre come se dormisse, le asciugò i capelli e la pettinò, poi andò da sua moglie.
Ines si era svegliata da poco e si pettinava i lunghi capelli. Sorrise a suo marito quando lo vide entrare ma si accorse subito che qualcosa non andava. L’uomo si avvicinò a sua moglie e si inginocchiò ai suoi piedi. Le prese la mano che era diventata di ghiaccio e se la portò alle labbra. Il suo cuore grondava lacrime e dolore ma dal suo viso non traspariva niente, soltanto un pallore che non aveva mai provato. Con l’altra mano, Ines gli accarezzò i capelli, non sapeva cosa pensare, non lo aveva mai visto così e gli sollevò il viso guardandolo nel profondo di quei pozzi neri che tanto erano simili a quelli della loro figlia.
Gastone sospirò e si rialzò. Prese la mano di sua moglie e la condusse nella piccola infermeria. Si fermò solo un attimo sulla soglia, come a prendere coraggio anche per lei, le passò il braccio intorno alla vita, pronto a sorreggerla.
“E’ successo qualcosa di molto grave, preparati, nostra figlia …” non fece in tempo a finire la frase, Ines irruppe come una furia e si bloccò davanti al corpo di sua figlia.
Le sembrava di urlare ma nessun suono le usciva dalla gola, si accasciò abbracciando la sua  adorata figlia e svenne sul corpo freddo di Lisa.
Gastone prese in braccio sua moglie ancora svenuta e la portò in camera da letto, posandola delicatamente sul letto ancora sfatto, la coprì e con un panno umido sulla fronte aspettò che riprendesse i sensi. In quel frangente era lei che aveva bisogno di lui, a sua figlia avrebbe pensato dopo. Lacrime silenziose bagnavano il viso di Ines e la mano stringeva quella di suo marito.
“Cosa è successo?” Riuscì a dire fra i singhiozzi.
“Non lo so, l’ho trovata senza vita nel bosco.” Non aggiunse altro, non le avrebbe mai detto come l’aveva trovata, sapeva che il cuore debole di sua moglie non avrebbe sopportato una cosa simile.
“Vai da lei, portala in casa, non voglio che rimanga da sola.”
Col cuore a pezzi fece quello che sua moglie gli aveva chiesto. Pose il corpo senza vita di Lisa sul suo letto, e portò una sedia dove fece sedere Ines.
La donna prese la mano fredda di sua figlia e la strinse piangendo lacrime silenziose.
“Non voglio che nessuno la veda. Non voglio il prete. Non voglio nessuno. Lasciamela almeno per un giorno poi potrai seppellirla insieme al mio cuore.”
Gastone accarezzava la testa di sua moglie e capiva molto bene i suoi sentimenti perché erano gli stessi che provava lui.
“Va bene, l’avvolgeremo nel lenzuolo che ha ricamato con tanta cura e la sotterreremo nel suo posto preferito. Rimango un po’ con voi, poi quando farà buio andrò a scavare la fossa.”
Si sedette ai piedi di sua moglie e rimasero per tutto il giorno a vegliare il corpo della loro splendida figlia. Gastone cercava di allontanare ogni pensiero, ogni emozione, non era quello il momento di sfogare la sua rabbia, sarebbe arrivato quel momento e qualcuno avrebbe pagato caro quello che avevano fatto a sua figlia e alla sua famiglia.
Il buio era sceso così silenzioso e loro erano ancora lì. Gastone si rialzò sentendo le gambe irrigidite per la posizione scomoda. Accarezzò la fronte di sua figlia e baciò la testa di sua moglie.
“Vado.” Non c’era bisogno di dire altro, fra di loro non c’erano mai state molte parole, erano fatti così, si capivano anche nei silenzi.
Il grande platano era lì, silenzioso nella notte rischiarata da una luna grande e bellissima, prima di cominciare alzò gli occhi al cielo e guardò l’astro fermo e freddo ma più vicino del solito, o così gli parve. Quello era il posto preferito di Lisa, ci andava spesso a godere dell’ombra e fare schizzi di animali e piante. Gastone cominciò a scavare la fossa di sua figlia e ad ogni badilata di terra che smuoveva erano lacrime che la bagnavano. Sembrava che con quel lavoro sfogasse la sua rabbia ma sapeva bene che la sua rabbia sarebbe svanita solo con la sua vendetta, forse.
Rientrò e riprese posto ai piedi di sua moglie che ancora non aveva lasciato la mano della loro figlia. Ines alzò gli occhi su di lui solo per un attimo. Passarono così le ultime ore della notte fino a quando i merli iniziarono a cantare al nuovo giorno mentre l’alba spuntava come se nulla fosse mai successo.
Gastone si alzò a fatica e con delicatezza fece alzare anche sua moglie. Avvolsero il corpo di lisa nel suo lenzuolo ricamato, le baciarono la fronte e uscirono alla luce debole e liquida del primo mattino.
Raggiunsero il grande platano e, con estrema delicatezza deposero il corpo della loro amata figlia. Insieme riempirono la fossa e rimasero lì, ancora insieme, ben sapendo che nulla sarebbe più stato come prima.
Ines cedette, le sue gambe non la sorressero. Gastone l’avvolse nel suo abbraccio e la riaccompagnò in casa. E ora? Cosa avrebbero fatto ora senza la loro adorata figlia?
Gastone accese il fuoco e scaldò del latte da portare a sua moglie con la speranza che riuscisse a superare un dolore così grande, sperando che il suo cuore già malato non cedesse per il dispiacere.
Entrò nella loro camera con la tazza fumante, la posò sul comodino e si sedette sul letto. Abbassò la testa e diede libero sfogo alle lacrime. Accarezzò il volto esanime di sua moglie e uscì di corsa. Andò di nuovo sotto al platano e scavò una fossa vicino all’altra.
Era ormai mezzogiorno e lui era davanti a due tumuli di terra fresca. Adesso non aveva più niente e più nessuno per cui valesse la pena di vivere, gli restava solo il grande desiderio di vendetta. Qualcuno gli aveva tolto tutto e lui avrebbe tolto tutto a chi gli aveva fatto questo. Lo giurò sulle tombe delle sue donne. Guardò il grande platano e gli disse di prendersi cura di loro. Rientrò in casa, si lavò e si tolse la terra e il sudore che lo ricopriva, si sdraiò sul letto e si addormentò.


romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

giovedì 14 maggio 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA 
parte due





“Chi sei?” Le chiese Gastone. “Che ci fai in casa mia?”
Tremava visibilmente e alcune lacrime avevano cominciato a scendere da quegli occhi scuri come i suoi capelli.
“Puoi stare tranquilla, qui nessuno ti farà del male, di certo non io. Mi chiamo Gastone e questa è casa mia, cosa ci fai qui?”
“Morivo dal freddo, non sapevo dove mi trovassi quando ho visto uscire del fumo dal camino e sono entrata. Non ho rubato niente, non ho toccato niente, mi sono solo riscaldata, me ne andrò via subito ma non farmi del male!”
“Da chi stai fuggendo? Chi sei? Non importa, puoi dirmelo più tardi, dopo che avremo mangiato qualcosa di caldo, hai fame?”
La ragazza non riusciva a parlare, voleva trattenere il pianto ma non ci riusciva, e si limitò ad assentire col capo.
“Mettiti comoda, ci penso io, parleremo dopo aver mangiato, non c’è fretta, tanto non puoi andare da nessuna parte finché dura la bufera di neve.”

Capitolo due
Seduti a tavola gustavano un piatto fumante di minestra mangiando in silenzio. Gastone guardava quella ragazza e si faceva un sacco di domande, capiva bene che doveva aver patito la fame e subìto violenze, lo sguardo non mentiva e lui aveva imparato leggendo gli sguardi degli animali e capiva altrettanto bene quelli delle persone. Vestiva un abito troppo leggero e ciabatte consumate, calze piene di buchi e un fazzoletto al collo che di solito usava per coprirsi i capelli. Ecco, i capelli erano davvero molto belli, neri e lucidi e lunghissimi, incorniciavano un viso magro e minuto e costantemente spaventato, era magrissima e aveva le mani rovinate da chissà quali lavori.
La cena era terminata e la ragazza teneva le mani unite davanti a sé e la testa china, come se fosse in attesa di ricevere una punizione.
Gastone la osservava e lei sapeva di essere osservata ma non si decideva ad alzare lo sguardo e rispondere alle domande che, giustamente quell’uomo gentile le aveva rivolto e si meritava le risposte, visto che era stata lei ad introdursi in casa sua.
Il fuoco del camino scoppiettava fin troppo rumorosamente e il calore della casa era davvero piacevole. La sconosciuta si decise, alzò lo sguardo e cominciò a parlare.
“Mi chiamo Ines, ho vent’anni e faccio la sguattera nella casa del marchese.” Non c’era bisogno di precisare oltre, tutti sapevano chi era il marchese, della sua ricchezza e anche della sua avidità e cattiveria.
“Sono scappata, non potevo più sopportare di subire le angherie di quella casa.” Trattenne un groppo e non diede ulteriori spiegazioni sul tipo di trattamento che subiva.
“Ho corso, camminato e mi sono ritrovata nel bosco, non sapevo come uscirne, avevo freddo, fame ed ero molto spaventata e stanca quando ho visto il fumo del tuo camino. Ho seguito quel fumo e poi tu mi hai trovata.”
Non era di molte parole.
“Credi che il marchese ti cercherà?” Gastone non voleva avere a che fare con quell’uomo che in cuor suo detestava da sempre.
“Non lo so, ma credo di no. Di sicuro penserà che mi sono buttata nel fiume come dicevo tante volte di voler fare. Lo volevo fare davvero ma non ho trovato il coraggio.”
“Hai fatto bene, nessuno deve porre fine alla propria vita. Puoi rimanere quanto vuoi, vuol dire che mi darai una mano in casa. Con me puoi stare tranquilla e qui nessuno alzerà mai le mani su di te o ti farà del male in qualsiasi modo. Vieni, c’è un letto più comodo nell’altra stanza, il posto davanti al camino è dove dormo io.”
Fu così che iniziarono la loro convivenza, che poi si trasformò in affetto e alla fine decisero di sposarsi. Due anni dopo nacque Lisa e fu la felicità che arrivò a completare la loro vita.
Avevano una vita semplice, non mancava loro nulla, nemmeno lo sapevano di amarsi immensamente, mentre erano consapevoli dell’amore infinito che provavano per la loro figlia. Vivevano una vita tranquilla e Lisa cresceva sana e bella come la madre. Gli anni erano passati così velocemente e Lisa aveva compiuto sedici anni proprio in quel mese di primavera. Gastone era l’uomo più felice del circondario, aveva una famiglia che amava, un lavoro che adorava e non desiderava niente di più, soltanto che niente potesse porre fine a quella vita meravigliosa che aveva trovato in un freddo pomeriggio d’inverno.
Lisa era una bella ragazza, aveva preso la delicatezza e la dolcezza della madre e la passione per la natura che suo padre le aveva insegnato portandola spesso con sé nei boschi. Sapeva riconoscere le orme degli animali, distinguere i frutti selvatici e i funghi buoni da quelli velenosi, amava gli animali e, molto spesso portava a casa qualche cucciolo o animale ferito che curava e poi liberava. Avevano un esercito di gatti, tre cani e una piccola stanza adibita a infermeria per la cura degli animali feriti. Molto spesso le persone del paese si rivolgevano a lei per far curare il proprio gatto o cane, ma anche cavalli, vitelli, era davvero brava.
Aveva già qualche corteggiatore e suo padre ne era molto geloso. Passava al vaglio ogni giovanotto che si presentava a chiederle di uscire e doveva sempre intervenire Ines per rabbonirlo o Lisa non sarebbe mai uscita.
Era una ragazza allegra, aiutava spesso la madre che col tempo si era debilitata e ammalata perdendo le forze, per questo non avevano avuto altri figli ma l’amore che nutrivano gli uni per gli altri era sufficiente per la loro vita semplice e completa.
Gastone era fuori da tre giorni e stava rientrando a casa. Non vedeva l’ora di riabbracciare le sue donne.
Doveva però andare prima al fiume perché alcuni grossi rami ostruivano lo scorrere dell’acqua in un punto dove la riva formava un’ansa, poi avrebbe raggiunto la sua famiglia per fare colazione insieme. Decise di passare dal bosco e controllare che tutto fosse in ordine, era la stagione della riproduzione di molte specie animali e, spesso si trovavano corpi di animali che avevano perso la lotta per la conquista delle femmine. Ogni volta lui sorrideva pensando a come aveva trovato la sua donna, e si sentiva sempre felice e fortunato.
Si inoltrava sempre più nel bosco mentre ad est, il sole si stava faticosamente alzando e gli uccelli avevano già cominciato a cantare al nuovo giorno.
Era sereno, tranquillo, sarebbe stata una bella giornata. Quando era partito Ines sembrava stare meglio e, con l’arrivo della bella stagione la sua tosse sarebbe migliorata.
Si immobilizzò e sgranò gli occhi.
Era grottesco quel corpo di donna nuda inchiodato al tronco dell’albero. Le braccia alte sulla testa unite con un unico grosso chiodo. Le gambe, leggermente divaricate e inchiodate alla base dell’albero. I lunghi capelli le coprivano il volto e tutto il corpo era ricoperto di sangue ormai secco, tanto che non si capiva quante e quali ferite ci fossero.
Gastone, era caduto in ginocchio dall’orrore e dalla sorpresa e si puntellava al fucile per non cadere svenuto. Chi era quella ragazza? E chi poteva aver fatto una cosa così orrenda? Non aveva il coraggio di avvicinarsi.
La foschia ancora densa in quell’alba padana avvolgeva quel corpo come un pudico lenzuolo ma, niente avrebbe potuto coprire quel cadavere così devastato.
Cercò di ritrovare il respiro mentre pensava a cosa fare. Toglierla da quell’indecente posizione? Andare a chiamare qualcuno? Scosse la testa cercando di schiarirsi le idee e prendere una decisione.
Faticosamente si rialzò e decise di avvicinarsi per scoprire se conosceva quella disgraziata.
Con mani tremanti le scostò delicatamente i capelli incrostati di sangue e un urlo gli uscì direttamente dal cuore.
Cadde col viso premuto al terreno ancora umido e urlò, imprecò, no, non poteva essere vero, quella non poteva essere sua figlia, la sua adorata Lisa.


romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà riservati

mercoledì 13 maggio 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA


parte uno

Introduzione
Era grottesco quel corpo di donna nuda inchiodato al tronco dell’albero. Le braccia alte sulla testa unite con un unico grosso chiodo. Le gambe, leggermente divaricate e inchiodate alla base dell’albero. I lunghi capelli le coprivano il volto e tutto il corpo era ricoperto di sangue ormai secco, tanto che non si capiva quante e quali ferite ci fossero.
Il cacciatore che lo aveva appena scoperto era caduto in ginocchio dall’orrore e dalla sorpresa e si puntellava al fucile per non cadere svenuto. Chi era quella ragazza? E chi poteva aver fatto una cosa così orrenda? Non aveva il coraggio di avvicinarsi.
La foschia ancora densa in quell’alba padana avvolgeva quel corpo come un pudico lenzuolo ma, niente avrebbe potuto coprire quel cadavere così devastato.
Il cacciatore cercava di ritrovare il respiro mentre pensava a cosa fare. Toglierla da quell’indecente posizione? Andare a chiamare qualcuno? Scosse la testa cercando di schiarirsi le idee e prendere una decisione.
Faticosamente si rialzò e decise di avvicinarsi per scoprire se conosceva quella disgraziata.
Con mani tremanti le scostò delicatamente i capelli incrostati di sangue dal viso e un urlo gli uscì direttamente dal cuore.


La storia è di pura invenzione, ogni riferimento a persone o fatti è del tutto casuale.

CAPITOLO UNO
Gastone era giunto in quel piccolo paese proprio nel giorno della sagra paesana, era la festa del Santo Patrono e tutta la comunità partecipava ai festeggiamenti. Alla processione partecipavano tutti. La statua del Santo era portata a spalla da uomini e giovanotti che si davano il cambio a suon di preghiere. Le donne, accodate cantavano inni alla Madonna e al Santo, mentre i bambini spargevano petali di fiori secchi e profumati. Le femminucce avevano ghirlande di fiori nei capelli e i maschietti una cintura di pelle rossa in vita. Era l’usanza, un rito che ogni anno, la prima domenica di ottobre veniva rinnovato quale ringraziamento della prosperità dei campi e dei vigneti.
Gastone era un forestiero in quel posto, vi era giunto dopo lungo vagabondare, aveva scelto proprio quel giorno di festa per poter passare inosservato. Aveva preso alloggio all’unica locanda, La zanna di Lupa, ed ora era steso su uno scomodo letto a riposare. Non gli interessavano i festeggiamenti, non era cosa che lo riguardasse, c’era un altro e ben più importante motivo che l’aveva fatto arrivare in quel paesino praticamente sconosciuto.
Prima di prendere alloggio alla locanda aveva ispezionato quella zona per imprimersi nella mente la disposizione di quel pezzo di terra. Il paese era poco più di un borgo, un centro con la chiesa e alcune botteghe, una scuola maltenuta, tante piccole cascine e borgate sparse sul territorio che facevano capo a quel centro del paese dove l’unica costruzione che svettava su tutte era la chiesa affiancata dagli uffici del municipio.
Non aveva gran ché come bagaglio: una sacca con pochi indumenti di ricambio e il suo fucile, dal quale non si separava mai, così pure come da un lungo pugnale che portava infilato negli stivali, nascosto alla vista. Sembrava fosse sempre all’erta e che la sua vita fosse costantemente in pericolo, non abbandonava mai il suo innato e sviluppato spirito di sopravvivenza e non abbassava mai la guardia.
Sapeva che tutti erano alla processione e poi al banchetto e alle bevute che sarebbero seguite, così, si rilassò un pochino e chiuse gli occhi in cerca di riposo, quel riposo che da tempo non trovava né da sveglio né da addormentato. Posò il fucile vicino al letto e il pugnale sotto il cuscino e andò in cerca di quel sonno che gli mancava da troppo tempo.
I canti e i rumori dei festeggiamenti arrivavano smorzati dentro la piccola stanza e lui, senza accorgersene, vinto dalla stanchezza scivolò in un sonno ristoratore.
Dormire significava anche sognare, e sognare era spesso solo una questione di incubi, per questo dormiva pochissimo ma, era talmente stanco e in un posto sicuro, almeno per il momento, che il suo corpo non diede ascolto alla mente e si rilassò, ne aveva troppo bisogno, sia per la stanchezza passata che per quello che lo aspettava nel prossimo futuro.
Si era addormentato con la mano sotto il cuscino, ben salda sul manico del pugnale quando il suo peggior incubo si presentò: rivide il corpo di una donna inchiodata ad un albero e risentì l’urlo che era scaturito dal suo cuore. Si agitò e scalciò nel vuoto poi, fortunatamente riprese a dormire di un sonno relativamente tranquillo.
Non stava sognando, stava rivivendo la sua vita degli ultimi tre anni, tre anni nei quali …

PARTE PRIMA
Capitolo uno
Gastone era un guardia caccia e un esperto di piante e alberi. Non aveva studiato, aveva imparato da suo padre e dalla sua stessa passione per gli animali e per tutto il mondo vegetale. Viveva in un posto dove boschi, animali, colline e fiume erano un tutt’uno con la natura e con le persone. Suo padre gli aveva trasmesso tutto il suo amore e il suo sapere riguardante quel mondo,così lui era cresciuto col fucile in spalla e il pugnale negli stivali fin da quando aveva cinque anni e aveva cominciato a seguire suo padre nel suo lavoro. Era affascinato dal modo di vivere di tutte quelle specie animali e non si capacitava di come l’uomo potesse cacciare solo per il piacere di uccidere. Sapeva bene che certe famiglie vivevano di caccia e pesca e lui le rispettava, ma sapeva altrettanto bene che c’erano bracconieri e parecchi giovanotti che uccidevano animali senza il minimo rispetto per il territorio, la natura e gli animali stessi, i quali, lui lo sapeva bene, possedevano un’Anima spesso migliore di quella degli umani.
Era cresciuto nel rispetto di regole non scritte, aveva conoscenze che nessun altro aveva in quel territorio ancora molto selvaggio. Spesso partiva da solo e se ne stava lontano da casa per settimane intere solo per seguire la pista di qualche animale ferito, per rendersi conto se lo poteva curare o abbattere e mai lo faceva a cuor leggero.
Era ritornato a casa dopo due settimane passate nei boschi, fiero di quello che aveva fatto e fischiettava mentre si avvicinava alla sua casupola. Aveva un grosso cesto di funghi e di frutta selvatica, sapeva che suo padre ne era ghiotto ed era contento di averne trovato in abbondanza. Fu stupito di non vedere il fumo uscire dal camino e si allarmò. Sua madre era morta anni prima e suo padre, se pur vecchio godeva di buona salute e fra di loro c’era un’intesa che nessuno avrebbe potuto scalfire. Allungò il passo per raggiungere in fretta la porta di casa con uno strano presentimento. Entrò, si guardò intorno e sentì il gelo entrargli nelle ossa e nel cuore, aveva capito che qualcosa di grave era successo, suo padre sapeva del suo ritorno e non avrebbe mai lasciato morire la fiamma nel camino.
Uscì di corsa e bussò alla porta della prima casa che trovò. Luciana aveva gli occhi lucidi quando aprì a quel ragazzone e lo fece accomodare davanti al fuoco con una scodella di minestrone in mano.
“Tuo padre se n’è andato, lo abbiamo sepolto tre giorni fa. Nessuno sapeva come rintracciarti, ci abbiamo pensato noi.”
Gastone abbassò gli occhi per non far vedere che anche un uomo grande e grosso come lui poteva piangere. La carezza di Luciana gli scaldò il cuore, mai come in quel momento sentì forte la mancanza dell’affetto di una madre. Prese la mano della donna e se la portò alle labbra. “Grazie per quello che avete fatto, grazie di cuore.” E se ne ritornò a casa.
Aveva ventidue anni ed era completamente solo. Entrò in casa, accese il fuoco e passò nelle tre piccole stanze. Cosa avrebbe fatto ora? Il primo istinto fu quello di riprendere il fucile e andarsene ma la brutta stagione incombeva e non era ragionevole passare nei boschi l’inverno che stava arrivando.
Le stanze si stavano riscaldando e la gatta arrivò a reclamare del cibo.
“Siamo rimasti solo noi, Ciufolina.” Bisbigliò mentre le accarezzava il pelo.
Mangiò qualcosa in compagnia della gatta e distese una pesante coperta davanti al camino, non aveva voglia di andare nella sua camera, da giorni dormiva sul nudo terreno e avrebbe continuato a dormire in terra. Ciufolina si infilò sotto la coperta e gli scaldò il cuore. Dormirono insieme, abitudine che non avrebbero abbandonato presto.
Quell’inverno fu più duro di tutti gli altri per Gastone, per la prima volta nella sua vita era completamente solo, riscaldato soltanto dalla sua gatta. Non c’era molto da fare in quel periodo, la legna era già stata tagliata e sistemata, molte provviste preparate da suo padre erano nella dispensa e nell’orto resisteva ancora qualcosa di duro e insapore.
Usciva spesso per andare nel bosco, sistemava qualche nido, sotterrava piccoli animali morti per il troppo freddo e rientrava a casa prima che le fiamme del camino si fossero spente, era tutto talmente gelato che non si poteva lasciar spegnere le braci.
Assaporava la solitudine ma non l’apprezzava. Non si era mai reso conto di quanto fosse importante la compagnia di suo padre, del suo modo di affrontare la vita con allegria senza mai farsi prendere dalla tristezza. Si chiese cosa avrebbe fatto suo padre se fosse stato al suo posto. Come spesso succedeva era seduto davanti al camino con la gatta sulle ginocchia e sgranocchiava del pane secco con un pezzo di formaggio. Già, cosa avrebbe fatto suo padre? Cosa gli avrebbe detto? Rimase pensieroso con gli occhi illuminati dalle fiamme e li distolse girando lo sguardo per quella stanza ma aveva le pupille dilatate dalla luce del fuoco e non riusciva a vedere quasi niente. Fu sorpreso quando gli parve di sentire la voce di suo padre, sapeva bene che non era possibile, ma nella testa riecheggiarono alcune parole e gli sembrò perfino di sentire la sua risata.
Con un calcio stizzito allontanò un ciocco di legna. Era arrabbiato, aveva perso sua madre che ancora era un ragazzino ed ora anche suo padre se ne era andato, si sentiva abbandonato. Fece un respiro profondo e cercò di calmarsi, rimise a posto il ciocco di legna, prese il fucile e uscì in quel pomeriggio di vento gelido che anticipava l’arrivo della neve, si sentiva nell’aria che entro poche ore tutto si sarebbe imbiancato.
Vagò ai lati del bosco ascoltando il rumore dell’acqua del fiume e si sedette su un grosso masso poggiando il fucile accanto a sé. Il fiato si condensava e formava piccoli cristalli di ghiaccio sui suoi baffi, l’aria era davvero troppo fredda e sembrava gelargli perfino i polmoni, era fuori da un paio d’ore ma era meglio rientrare, i primi fiocchi di neve avevano già cominciato a bagnargli il mantello e non voleva farsi sorprendere dal buio lontano da casa. Con passo svelto fece rientro a casa.
Aprì la porta sbattendo i piedi per liberarsi dalla neve che ricopriva gli scarponi, si tolse il mantello e si diresse veloce vicino al camino, era davvero intirizzito e aveva bisogno di calore.
Si avvicinò al fuoco, abbassò gli occhi e rimase di stucco. Sgranò gli occhi alla vista di quella ragazza che era raggomitolata sulla sua coperta insieme a Ciufolina.
Era proprio una sorpresa. Chi era quella ragazza? Non sapeva che era pericoloso introdursi nelle case di sconosciuti? Certo lui non la conosceva e di sicuro lei non conosceva lui, come mai sfidava la sorte in quel modo? Si sedette ad osservarla mentre dormiva, era incerto se svegliarla o lasciarla dormire ma aveva bisogno di risposte. Poteva essere che qualcuno la stesse cercando e lui non voleva problemi con nessuno.
Con gesto gentile le posò la mano sulla spalla e, con un lieve tocco cercò di svegliarla.
La ragazza aprì gli occhi assonnati ma li sgranò appena vide quel ragazzo grande e grosso che incombeva su di lei.
Alzò istintivamente le braccia a ripararsi il viso come se temesse di essere percossa e Gastone capì che era una cosa alla quale era abituata, lo dimostrava bene la sua reazione.
La sconosciuta si mise seduta e si guardò intorno spaventata, quasi non si rendesse conto di dove si trovasse e la gatta le saltò in grembo facendo le fusa. Lei istintivamente l’accarezzò e sembrò che quel gesto calmasse entrambe.


romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà riservati

martedì 12 maggio 2020

DOMANI 13 MAGGIO 2020 RIPRENDE LA PUBBLICAZIONE.

IL ROMANZO SI INTITOLA 
"IL SEGRETO DELLA LUNA"

CI SARA' DA INORRIDIRE

BRRRR