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martedì 18 settembre 2018

ELOISE


ELOISE

P. VENTUNO E VENTIDUE



Scesero velocemente da cavallo e corsero dal loro compagno. La freccia lo aveva preso alla spalla, pochi centimetri e non ci sarebbe stato più niente da fare.
Imprecando lo sollevarono con cura mentre sir Power e Steven cominciavano la perlustrazione, inutilmente.
Dovettero tornare in fretta dagli altri, il pericolo non era certamente passato. Leroi si lamentava ma stava coraggiosamente in sella.
Nei loro alloggi medicarono il ferito, ancora non avevano detto una parola. Cosa significa questo, sir Power? Gli chiese Allen. Il loro capo sospirò, li avvicinò e tenendo la voce bassa raccontò come erano andate veramente le cose. Chi può volere la sua morte, sir Power? Lei è un protetto del re! Gli disse di nuovo. Purtroppo non lo so, credevo fosse legato ai messaggi che ho portato ma ora sono nelle mani del re, io non ho più niente che valga la pena prendere e non conosco il contenuto degli stessi. Rispose loro. Possibile che non abbia nemmeno dei sospetti? Allen non demordeva. Niente che abbia un senso. Gli rispose.
Rimasero silenziosi per alcuni minuti. Poi sir Power riprese la parola. Vi chiedo di non fare cenno a quanto successo, state molto all’erta e non uscite da soli per nessun motivo, nemmeno se vi chiamassi io stesso. Non vedo l’ora di tornare a casa e togliermi da questo nido di vipere!
Li lasciò per tornare nella sua stanza. I pensieri gli vorticavano nella mente, non riusciva a trovare un senso a quello che gli era successo, ma aveva ben capito che era in pericolo, era lui il bersaglio e togliere di mezzo i suoi uomini era solo il modo per lasciarlo sguarnito, senza difese. I corridoi illuminati che oltrepassava gli sembravano luoghi per agguati, il suo senso sviluppato di spia e di molti anni trascorsi sul filo del rasoio ora erano al massimo dell’esasperazione. Non sarebbe stato facile coglierlo di sorpresa, nemmeno nel sonno, chiunque ce l’avesse con lui avrebbe trovato pane per i suoi denti.
Chiuse la porta dietro di sé e si versò da bere. Stava portando il boccale alle labbra ma si fermò: non avrebbe toccato niente che non fosse anche per tutti gli altri.
Maledizione. Maledizione. Maledizione. Disse scagliando il calice colmo di vino contro il camino.
Riprese il controllo quando sentì bussare alla porta. Una dama della regina chiedeva se poteva accompagnarlo dalla sovrana. Non poteva certo rifiutare, e la seguì.
Raggiunse gli appartamenti della regina, lei lo aspettava con a fianco Mariclaire. Il viso dell’uomo si illuminò di un sorriso quando la vide e la regina lo fece accomodare di fronte a lei.
Ho sentito parlare molto bene di lei, sir Power. Mio marito, il re ne decanta le qualità, la sua lealtà e la sua rettitudine, al punto di prometterle in sposa la mia dama preferita. Ho voluto conoscerla di persona per avere il piacere di brindare con lei e Mariclaire in privato prima dell’annuncio ufficiale. Sarò molto triste quando lei me la porterà via, ma sono sicura che sarete felici. Disse la regina.
Una cameriera versò del vino e insieme brindarono alla futura vita dei due giovani. Trascorsero alcuni minuti in inutili conversazioni fino a che lui e la sua fidanzata furono congedati. Si inchinarono alla regina e uscirono insieme
Conosco bene la regina, e lei, mio signore le ha fatto un’ottima impressione. Sono davvero felice di avere anche la sua approvazione, è molto importante, sarà lei stessa a fornirmi la dote che mi serve. Gli disse mentre uscivano. Mi vuole accompagnare nelle mie stanze? Gli chiese soavemente.
Entri, sir Power, non abbia timore, qui, finalmente potremo stare un po’ da soli. L’uomo si chiuse la porta alle spalle, finalmente poteva rilassarsi.
Si sedettero su un comodo sofà e lei gli prese la mano fra le sue. Tutta la stanza era pregna del suo profumo, troppo forte per i gusti dell’uomo. E’ stato lontano a lungo, mio caro, me ne vuole parlare? Ho saputo che è stato ferito, spero non sia niente di grave.
Sir Power la guardava, non erano mai stati così in intimità, sapeva che era sconveniente e doveva stare attento a come comportarsi, a dispetto di quello che gli altri credevano lui conosceva l’etichetta oltre a tante altre cose. Miss Mariclaire, gli ordini del re sono discussi solo con lui, non posso parlare delle missioni che lui mi ha ordinato, né ora né mai. Le rispose baciandole la mano. Avevo la certezza che lei fosse un uomo leale e retto, il re dovrebbe averne altri come lei, ed io sono fiera di diventare sua moglie. Le cinguettò baciandogli l’orecchio.
Mariclaire si tolse i guanti e cominciò a sbottonarsi il corpetto. Lui la osservava senza dire nulla, poi si alzò di scatto. Questo è sconveniente! A malincuore devo tornare dai miei uomini. Porterò con me il ricordo di questi momenti, in attesa che tutto venga approvato dal re e finalmente stare insieme. Le baciò la mano e uscì.
Ci era voluto un buon autocontrollo ma non voleva rischiare le ire del re solo perché non era stato capace di stare al suo posto.
Era ora di cena e raggiunse i suoi uomini, più corrucciato che mai. Loro capirono che non era di buon umore e mangiarono in silenzio.





I giorni che lo speravano dal ballo per il suo fidanzamento sembrava non passassero mai. Li trascorreva con i suoi uomini anche se avrebbe voluto avere più tempo da passare con la sua fidanzata. Lo innervosiva quella faccenda, ore passate col sarto per il suo abito da ballo, un pomeriggio a ripassare i passi di danza, era davvero esasperato, ma finalmente il giorno era giunto e gli ospiti avevano cominciato ad arrivare.
La musica arrivava fino alla sua stanza, lui, in piedi indossando il suo abito nuovo si guardava allo specchio. Era elegante, come confaceva l’etichetta per quell’occasione. Si girava per osservare la sua figura, il suo viso era perfetto con barba e capelli ben tagliati, sembrava proprio un damerino di corte. Per un attimo gli sembrò di vedere nello specchio il riflesso di quella mocciosa che rideva di lui. Certo quella ragazzina non avrebbe mai avuto modo di vivere nemmeno un minuto come i signori che abitavano il palazzo e i loro simili. La rivide in sella alla sua cavalla nera che cavalcava meglio di un maschio, rivide le sue mani ruvide per il troppo lavoro ma, soprattutto rivide lo sguardo di sfida che gli aveva lanciato l’ultima volta che si erano visti. Non era una ragazzina comune, e sarebbe stata completamente fuori luogo in un ambiente come quello. Pensò, invece alla sua fidanzata, sempre perfetta, sempre consapevole del posto che occupava e di quello che avrebbe avuto una volta che si fossero sposati. Non c’era confronto fra le due. Rivide nella sua mente i due volti che si affiancavano, il più giovane col sorriso di chi sa cosa significa vivere fino in fondo, l’altro col sorriso di chi sa come si vive fino in fondo.
Fra le due chi era la più vera? Si chiese. Ma non ebbe il tempo di rispondersi, un paggio era arrivato per condurlo nel salone.
Sir Power respirò profondamente prima di varcare la soglia. La musica avvolgeva tutto il salone, lunghe tavole erano imbandite di ogni ben di dio, camerieri passavano con vassoi carichi di bicchieri colmi e di manicaretti fra le persone convenute. Erano davvero tante ed erano in attesa dei sovrani.
La musica cessò e tutti si voltarono verso la scalinata. Il re e la regina scendevano affiancati sorridendo, dietro di loro Mariclaire li seguiva sorridendo felice.
I sovrani presero posto sui loro troni e la musica riprese. Erano una coppia notevole, il re di bell’aspetto e la regina non era una gran bellezza ma erano molto uniti, mai nessuno aveva sentito pettegolezzi su di loro ma tanti sapevano che le cose non erano proprio come sembravano.
Il valletto personale del re chiese il silenzio e tutti trattennero perfino il fiato.
Il re e la regina si alzarono dal trono e chiamarono al loro fianco sir Power e Mariclaire.
Fu il re a prendere la parola.
Dame e cavalieri, benvenuti a questa festa. Oggi è per me un giorno speciale, perché posso dare seguito alla promessa fatta a sir Power e miss Mariclaire. Un uomo che ha rischiato la propria vita per portare a termine missioni che io stesso ho comandato, nessuno come lui mi è stato fedele e leale. Una donna amata in modo particolare dalla regina, dalla bellezza indescrivibile e dai modi più raffinati che questa corte abbia mai goduto. Perfetti per stare insieme, con la nostra benedizione comunico ufficialmente il loro fidanzamento. Il matrimonio avrà luogo non appena il castello di sir Power sarà pronto per accogliere la sua sposa, e credo avverrà più presto di quanto si creda. Lunga vita a sir Power e miss Mariclaire. Disse il re alzando un calice di vino.
Tutti brindarono ai fidanzati e la festa ebbe inizio.
Congratulazioni, sorrisi, battute sagaci, tutto procedeva nel migliore dei modi.
I due fidanzati erano davvero belli e sorridevano a tutti, lei sottobraccio al suo uomo era radiosa e lui si adeguò alla situazione godendo di quella serata che il suo re aveva programmato proprio per loro. Iniziarono i balli e la notte li accompagnò nella festa.
Sir Power fu accompagnato dal re. Io ho mantenuto la mia promessa, il tuo castello sta vedendo la luce, molto velocemente, la tua futura sposa è una delle più belle donne del regno e ti libero dall’obbligo che avevi con me. Non sai quanto sia stata importante la tua ultima missione. Domani potrai tornare a quella che già è la tua casa ma esigo che quando ti chiamo tu torni a palazzo. Ora torna dalla tua fidanzata o qualcuno te la porterà via. Rise il re congedandolo.
Fu una notte di balli e divertimenti, l’alba già spuntava quando gli ultimi invitati, molto alticci lasciavano il salone.
Sir Power accompagnò la sua fidanzata nelle sue stanze ed entrò con lei. Erano esausti ma sul viso della donna c’era ancora il sorriso e sembrava fresca come una rosa bagnata di rugiada.
So che dobbiamo salutarci, che lei deve tornare al suo castello. Mi mancherà, mio signore. Gli si avvicinò. Le lascio un ricordo di me. Lo abbracciò e lo baciò ardentemente sulla bocca. L’uomo la strinse senza mai staccare la bocca dalla sua e la sollevò da terra. La fece sdraiare sul letto e le slacciò il corpetto di quell’abito scandalosamente scollato. I seni della donna avevano capezzoli scuri e turgidi. Cominciò a baciarglieli mentre lei si dimenava e miagolava come una gattina. Lo lasciava fare, anche le sue mani cercavano di sbottonare i calzoni così attillati che non lasciavano niente all’immaginazione.
Fu sir Power a riprendere per primo il controllo. Si sollevò ammirando quel corpo perfetto e stupendo, che sarebbe stato suo molto presto. Aspettò che la sua erezione si placasse e si rivestì.
E’ proprio un bel ricordo che porto con me. Ora devo proprio andare.
I suoi uomini lo stavano già aspettando, il cavallo sellato e la sua sacca pronta. Non si tolse il vestito da cerimonia, portava ancora impresso il profumo intenso della sua futura sposa, anche quello sarebbe stato un ricordo da portare via.



foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

lunedì 17 settembre 2018

ELOISE


ELOISE

P. DICIANNOVE E VENTI





Dal campanile arrivarono i rintocchi, erano le dieci e il buio era fitto. La luna era una piccolissima falce ma le stelle sembravano illuminare la terra per dispetto.
Vado al porto e cerco il nostro battello. Non muoverti fino al mio ritorno, prima dell’alba sarò di nuovo qui. Disse sir Power.
Perché non andiamo insieme? Se il battello è pronto partiremo, altrimenti aspetteremo in qualche bettola, sarà certamente più sicuro che qui. Fece presente il capitano.
Sir Power rimase pensieroso per qualche istante, forse aveva ragione il suo compagno. Sella in fretta il tuo cavallo.
Si tenevano ai bordi della strada evitando i centri abitati. Erano in pericolo, davvero in pericolo ora, se fossero stati catturati sarebbe stata la loro fine.
Sir Power sentì il capitano bestemmiare e fermare il cavallo. Lo raggiunse, piuttosto contrariato. Cosa succede? Volle sapere. Il mio cavallo sta zoppicando, devo scoprire di cosa si tratta. Gli rispose.
Avevano entrambi i sensi all’erta, erano su un viottolo secondario ma la distanza da coprire era ancora lunga. Sir Power scese da cavallo per aiutare il capitano che era curvo sulla zampa posteriore del suo cavallo. Ti do una mano. Gli disse, e si abbassò.
Fu un lampo, il capitano estrasse il suo pugnale e con uno scatto lo conficcò nel costato dell’altro. Sir Power si scansò ma non riuscì ad evitare di essere ferito. Impugnò il suo pugnale e i due lottarono nel silenzio della notte. Erano entrambi allenati e non era facile per nessuno dei due sopraffare l’avversario.
Perché mi fai questo? Ansimò sir Power mentre lottava. Ho ricevuto degli ordini. Gli rispose l’altro. Sir Power era con la schiena a terra mentre il suo avversario era sopra di lui e gli bloccava le gambe con le sue. Aveva una morsa d’acciaio nelle braccia e nelle mani e spingeva il pugnale sempre più vicino alla gola di sir Power. Al capitano bastava davvero poco per finire il suo lavoro ma un guizzo improvviso dell’uomo a terra ribaltò la situazione e per un solo attimo il capitano perse la lucidità e la concentrazione, gli fu fatale. Sir Power con un gesto ben studiato e già usato in passato gli recise la giugulare. Il capitano si afflosciò mentre i sensi lo abbandonavano.
Chi ti ha dato l’ordine di uccidermi? Chi è stato? Aveva gli occhi fissi sulla faccia cadaverica del suo nemico, gli bastava un sussurro ma quello morì portandosi nella tomba il suo segreto.
Dannazione, dannazione, dannazione! Imprecò sir Power ad alta voce. Trascinò il corpo lontano dal sentiero, lo spogliò completamente, non doveva correre il rischio che fosse riconosciuto. Sotterrò poco lontano i suoi abiti tenendo per se una piccola medaglia che quello portava al collo. Prese le briglie del cavallo del capitano e, più corrucciato che mai riprese la sua strada.
La ferita gli doleva, ma ancora di più gli faceva male scoprire che qualcuno lo aveva tradito. Non voleva ammetterlo ma soltanto il re poteva aver dato quell’ordine. Ora non sapeva più di chi fidarsi.
Giunse al porto e fu fortunato, il battello era lì ed era pronto a salpare. Fece solo in tempo a salire a bordo prima di cadere svenuto dal cavallo.
Lo svegliarono in vista dell’approdo. Era stato medicato e fasciato. Gli girava la testa ma si alzò e si vestì con molta fatica.
Scese dal battello e non perse tempo a tornare a palazzo.
Qui era su terra amica e non doveva continuamente guardarsi le spalle ma, dopo la brutta avventura che aveva passato la sua prudenza non lo abbandonava nemmeno qui.
Non si fermò fino a che giunse a destinazione. Aveva di fronte il palazzo reale e si chiese, mentre si avvicinava cosa lo aspettasse, e come lui stesso dovesse comportarsi. Lo avrebbe scoperto molto presto.
Lasciò il cavallo alla stalla e fu accompagnato nella sua stanza. Si sdraiò cercando di riposare. Un paggio del re lo raggiunse e lo accompagnò dal sovrano.
Bentornato, sir Power. Ha la mia risposta? Chiese il re.
Sir Power gliela consegnò.
Il paggio versò da bere a entrambi e uscì.
Lei mi ha reso un grande servigio, sir Power ed io ho mantenuto la mia parola. I lavori al suo castello procedono più spediti che mai e presto vi farà ritorno. Dov’è il capitano Carrel? Volle sapere il re.
Sir Power misurò bene parole prima di rispondere. Abbiamo subito un’imboscata e il capitano non ce l’ha fatta. Ho provveduto a che niente portasse a noi. Rispose osservando la reazione dell’altro.
Non capisco perché non abbia voluto con sé il capitano Wollen, mi sarei sentito più sicuro, sono rimasto sorpreso quando ho saputo che non l’ha voluto. Ribadì.
Sir Power era confuso. Il suo re si stava forse prendendo gioco di lui? Stava dicendo la verità? Se così era chi aveva fatto lo scambio dando ordine di ucciderlo? Era sempre più confuso ma tenne per sé i suoi dubbi. Qui ho finito, sire. Ho portato a termine la missione, voglio solo tornare al castello e vedere di persona i lavori. Sono stato lontano fin troppo a lungo. Gli ricordò.
Ci tornerà presto, sir Power. Prima c’è un’altra cosa da portare a termine, l’annuncio ufficiale del suo fidanzamento nel ballo che si terrà la prossima settimana. Intanto si riposi, passi del tempo con miss Mariclaire e si conceda i lussi che ancora là non si può permettere, se l’è meritato.
A malincuore, lo ringraziò e si congedò.





Aveva bisogno di riposare, la ferita gli doleva ma non tornò nella sua stanza, andò direttamente all’alloggiamento delle guardie in cerca dei suoi uomini.
Fu un sollievo ritrovarsi, e si appartarono per poter parlare liberamente. Come sta, sir Power? Avevano notato che si teneva il costato. Oliver dà un’occhiata alla ferita, ha bisogno di essere medicata. Chiese a uno di loro. Ci vollero solo pochi minuti per preparare bende e medicamenti.
Cosa avete fatto in queste settimane? Chiese loro mentre lo medicavano. Abbiamo oziato, mio signore, ci siamo tenuti in allenamento fra di noi ma non siamo mai stati chiamati ad unirci al corpo delle guardie reali. Ci hanno trattati bene, ma ci siamo sentiti come pesci fuor d’acqua. Gli rispose Allen, il più vicino a sir Power.
Avete ascoltato pettegolezzi? Voci? Qualcosa che possa interessarmi? Non poteva e non voleva essere più esplicito, da una parte non li voleva attirare in qualche tranello, da un’altra aveva cominciato ad essere sospettoso con tutti, e questo non gli piaceva.
Mio signore, l’unica cosa che abbiamo notato è stato un via vai di soldati e guardie ma non sappiamo per dove, nessuno ci ha mai né interpellati né coinvolti. Abbiamo l’impressione che ci siano soldati che obbediscono ad altri che non è il re. Era una cosa grave da riportare, ma si fidavano del loro capo.
Tenete gli occhi e le orecchie aperte e se notate qualcosa di anomalo venite subito a riferirmelo. Ci fermeremo ancora una decina di giorni, poi potremo ritornare a casa nostra. Si rivestì e tornò nella sua stanza.
Trovò abiti nuovi e un valletto pronto a rispondere ad ogni suo ordine. Il paggio del re lo aspettava con una missiva e gliela consegnò direttamente prima di allontanarsi.
Aprì il foglio. Era l’invito ufficiale per il ballo e l’annuncio pubblico del suo fidanzamento con Mariclaire per il fine settimana successivo. Avrebbe dovuto essere felice ma qualcosa lo tormentava e lui non riusciva a godere di quello che il re gli stava dando.
Il valletto gli disse che miss Mariclaire lo aspettava nel giardino dei tulipani e uscì anche lui.
Si sedette sulla poltrona a sorseggiare un boccale di vino, pensieroso. Di cosa parlavano i messaggi che aveva portato? Maledisse la sua lealtà per non averli aperti, ora almeno avrebbe avuto qualche indizio in più. A quanto pareva nello stesso palazzo del re c’erano spie e congiure, tradimenti che non trovavano mai fine e lui non vedeva l’ora di allontanarsene, aveva chiuso con quella vita.
Poggiò il boccale e raggiunse la sua futura sposa.
I giardini reali erano un incanto. Ettari di terreno dove giardinieri davano libero sfogo alla loro arte. Attraversò un sentiero bordato di fiori piccoli, fiori teneri che sembravano occhieggiare dispettosi verso il cielo. Gli tornò in mente Eloise, ecco se doveva paragonarla ad un fiore sarebbe stato quello. Si fermò e chiese ad un giardiniere che fiore fosse. Non ti scordar di me. Gli rispose gentilmente. Sorrise fra sé, poi tornò corrucciato, il primo pensiero era stato per quella mocciosa mentre andava all’appuntamento con la sua fidanzata. Scacciò il pensiero mentre in lontananza si scorgevano aiuole di tulipani di ogni colore e Mariclaire con un abito giallo seduta su una panchina in ombra.
Lo sentì arrivare e gli sorrise alzandosi e allungando le braccia. Sir Power le baciò le mani e si sedettero ad ammirare il giardino.
Sono felice che lei sia tornato, mi è mancata la sua dolce compagnia. Gli disse quasi cinguettando. Anche lei, miss Mariclaire mi è mancata, è stato il suo pensiero che mi ha tenuto compagnia in queste lunghe settimane, il suo sorriso e il nostro castello che ci aspetta. Gli rispose sincero.
Gli occhi della donna brillavano mentre lui le parlava. Era come sempre impeccabile e chiese di fare una passeggiata.
Fra pochi giorni il nostro fidanzamento sarà ufficiale, ne sono onorata e felice. Mi dispiace solo che dovremo aspettare a lungo prima del matrimonio, quando il castello sarà terminato. Il re mi ha costretta a rimanere a corte fino ad allora, spero soltanto che possiamo vederci di tanto in tanto o mi scorderò del suo stupendo viso. Gli disse con fare suadente.
Purtroppo è così, ma le prometto che verrò spesso a corte e niente e nessuno potrà tenermi lontano dalla mia futura meravigliosa moglie. Lei gli strinse la mano e lo baciò castamente sulla guancia. Ancora una volta il suo persistente profumo gli disturbò l’olfatto. Farò in modo di anticipare i tempi, non vedo l’ora di iniziare la nostra vita, spero che verrà in visita non appena le condizioni lo permetteranno, avrò modo di mostrarle quelle che sono le nostre terre. Aggiunse l’uomo.
Furono raggiunti da una dama della regina. Miss Mariclaire, la regina chiede di lei. I due si guardarono. Sospirando di delusione lo salutò. Mi dispiace di aver avuto così poco tempo, ma devo proprio andare. E si allontanò con la dama.
Sir Power era deluso, se doveva passare in solitudine i prossimi giorni senza la compagnia della sua fidanzata tanto valeva stare coi suoi uomini. Li raggiunse, sellarono i cavalli e uscirono dal palazzo.
Gli sembrava di tornare a vivere, qui si sentiva a casa e con i suoi uomini al fianco si sentiva anche al sicuro.
Nessuno se ne accorse fino a che non sentirono il tonfo di un corpo che cadeva. Leroi, ultimo della fila era stato raggiunto da una freccia e giaceva a terra sanguinante.


foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

sabato 15 settembre 2018

ELOISE


ELOISE

P. DICIASSETTE E DICIOTTO





La locanda era deserta quando scesero per la colazione. Un tavolo appartato con la visuale sulla porta d’entrata era stato apparecchiato per loro. Si sedettero e non dissero nemmeno una parola fino a che furono portati via i piatti vuoti.
Cosa dobbiamo fare, sir Power? Io non ho ordini se non eseguire i suoi. Gli disse il capitano.
Sir Power aveva ordini ben precisi, che aveva imparato a memoria, ogni sera, alle otto in punto doveva farsi trovare al quel tavolo e qualcuno si sarebbe presentato mostrandogli una moneta particolare, a lui avrebbe consegnato il messaggio del re. Questo non lo disse al capitano. Abbiamo le giornate libere, il nostro obbligo è essere presenti a cena. Può andare dove vuole non dimenticando la prudenza. Io farò altrettanto. Gli rispose.
Il capitano assentì, ma non era molto contento di separarsi dal suo compagno, certo non poteva fare diversamente ma avrebbe fatto in modo di non perderlo di vista. Anche lui aveva degli ordini da eseguire.
 Iniziarono così lunghe e noiose giornate. Ogni mattina partivano ognuno per luoghi diversi (o così pareva) e ogni sera cenavano con gli occhi puntati all’entrata.
Una settimana volò in questa maniera. Sir Power si chiedeva cosa trattenesse il messaggero dall’arrivare e l’incertezza lo logorava.
Quella mattina partì prima del solito senza fermarsi nemmeno per la colazione. Sellò il suo cavallo e prese una direzione che ben conosceva. Si era accorto che il capitano lo seguiva spesso tenendosi nascosto e a distanza, ma una spia come lo era lui era sopravvissuto proprio per il suo istinto e la sua capacità di scoprire i fatti prima degli altri. Quell’uomo gli piaceva sempre meno.
Arrivò ad un bivio e fece in modo di lasciare tracce nella direzione opposta a quella che avrebbe preso, questa volta non voleva essere seguito.
Spronò al galoppo il cavallo e passò più di due ore prima di farlo rallentare e riposare entrambi. In lontananza si vedevano delle fattorie piuttosto isolate, e più in là ancora c’era il villaggio. Un tuffo al cuore gli risvegliò i ricordi.
Aveva vissuto nella fattoria più grande, accudendo i cavalli mentre svolgeva il compito per il suo re, lì aveva conosciuto Marianne, la splendida figlia del proprietario, l’aveva sedotta e si erano amati, ovvero lei si era innamorata perdutamente di lui, che a quel tempo si faceva chiamare Leon e lui ne aveva approfittato. Non ne andava per niente fiero ma la sua copertura era essenziale. Avrebbe voluto che il suo re non lo richiamasse ma sapeva di essere un soldato, anzi una spia del suo sovrano e che sapeva svolgere molto bene il suo compito. Si avvicinò alla fattoria che il sole era alto, alcuni uomini lavoravano nei campi e riusciva a vedere i grandi serragli per i cavalli, le scuderie e vari animali tranquilli. Anche il suo cavallo proveniva da quell’allevamento e lo stava riconoscendo, per questo lo legò ad un albero e continuò a piedi.
Che ci sono venuto a fare qui? Pensò. Ma la risposta la conosceva molto bene: Marianne. Avrebbe voluto rivederla, solo da lontano per potersi accertare che era felice e stava bene. Si sedette su un punto rialzato e rimase ad osservare.
Piano piano i lavori ripresero il loro ritmo e, finalmente anche Mariane uscì di casa.
Si emozionò rivedendola, sapeva che anche lui aveva provato dei sentimenti per lei, ci aveva provato a rimanere insensibile, ma la dolcezza e la sensualità della ragazza erano riuscite ad entrargli nel cuore.
Marianne era sul portico e osservava la sua terra e i suoi uomini che lavoravano. Spinse avanti il suo sguardo e sir Power, per un attimo ebbe paura di essere stato scoperto, ma non poteva essere così. Qualcun la chiamò e lei, sorridente si voltò. Fu allora che si accorse dell’avanzato stato di gravidanza della donna e dell’uomo che, appena arrivato la stringeva fra le braccia. Per un attimo sentì una stretta allo stomaco. Sentimenti contrastanti gli alimentavano la mente e il cuore: avrebbe potuto essere lui al posto dell’altro uomo ma era sollevato che Marianne avesse trovato l’amore anche senza di lui.
Quanti ricordi passarono nella sua mente mentre rimaneva ad osservare, come poteva essere diverso il suo destino se non fosse stato una spia del re, ma lui lo era e poteva solo portare a termine questa ultima missione e ritirarsi al suo castello con la sua sposa.
Sospirò e tornò al cavallo riprendendo la strada del ritorno.
Giunse alla locanda pochi minuti prima delle otto e si sedette, non aveva toccato cibo per tutto il giorno ma faticò a inghiottire il pasto.
Rimase fino alle dieci ma nessuno, nemmeno questa volta si presentò.
Dovremo aspettare ancora per molto, sir Power? Gli chiese il suo compagno.
Vorrei proprio saperlo. Gli rispose. Ogni giorno che passiamo su suolo nemico diventa sempre più pericoloso per noi.
Diede un’occhiata all’oste che scosse la testa e salì nella sua stanza.
C’era qualcosa di diverso, se ne accorse subito. Qualcuno aveva rovistato nelle sue cose.
Questo era un brutto segno se nemmeno l’oste se ne era accorto, a meno che fosse d’accordo con chiunque fosse stato, il che era ancora più pericoloso.
Si tolse gli stivali, mise il pugnale, come al solito sotto il cuscino e si sdraiò. Quella sera, prima di dormire non furono né Mariclaire né Eloise il suo ultimo pensiero, ma Marianne, alla quale disse mentalmente addio.




Quasi due settimane, aprile era al termine della sua corsa e ancora nessuno si era presentato. Sir Power faticava a tenere sotto controllo il suo nervosismo. Aveva ridotto le uscite, troppi soldati e aria di complotti e tradimenti si respiravano ovunque.
Insieme al capitano stava pranzando al solito tavolo quando entrarono quattro guardie e si diressero dall’oste che versò loro da bere. La pattuglia si guardava intorno cercando di cogliere qualsiasi cosa fosse fuori posto e i due compagni si ritirarono nell’ombra più che poterono. Trattenevano il fiato mentre le guardie passavano fra i tavoli, istintivamente portarono la mano all’elsa della spada pur continuando a bere. C’era silenzio nella locanda, un silenzio innaturale mentre quelli facevano la loro ispezione. Ci pensò l’oste a distogliere la loro attenzione chiamando Lucille a servire da bere e fare bella mostra del suo decolté e del suo fare suadente.
Sir Power e il capitano ne approfittarono per raggiungere ognuno la propria stanza.
Era innegabile che stavano correndo un grosso pericolo, soprattutto se avessero scoperto la lettera del re, per sir Power sarebbe stata la fine. Maledisse quell’attesa insopportabile, si sdraiò sul letto aspettando l’ora di cena.
Il sorriso di Mariclaire si insinuò subito nei suoi pensieri e questo lo rilassò. La immaginò nel suo castello, al suo fianco, marito e moglie con i frutti del loro amore.
Sentì bussare alla porta che si aprì facendo entrare l’oste. Sir, la situazione sta degenerando, le guardie e i soldati arrestano un sacco di gente e la portano in gattabuia, la impiccano senza motivo apparente. Vi stanno cercando, sanno che ci sono spie sul nostro territorio. Dovete andarvene il più in fretta possibile, o penderete sulla forca in piazza. Gli disse.
Non posso andarmene, non ancora, sto aspettando un messaggero e non capisco questo ritardo. Gli rispose. Farò attenzione e la ringrazio per l’aiuto che ci ha dato oggi. Aggiunse.
Quella sera, alla locanda c’erano pochi avventori. Poca gente aveva voglia di uscire dopo il tramonto, ogni scusa era buona per essere arrestati. La porta si aprì e gli sguardi dei due uomini, come sempre corsero al nuovo venuto. Andò dall’oste e poi li raggiunse.
Il nuovo venuto mise sul tavolo la moneta che sir Power osservò attentamente. Ce ne avete messo di tempo! Ringhiò sir Power in faccia al nuovo venuto. Ma quello non si scompose. Devo solo ritirare un messaggio e voi dovete aspettare la risposta. Gli rispose. Da sotto il tavolo la missiva cambiò di mano. Quanto tempo ci vorrà? Volle sapere il capitano. Il tempo che servirà! Gli rispose secco lo sconosciuto. Si alzò dal tavolo e li guardò. Devo imparare le vostre facce per non sbagliarmi. E se ne andò riprendendosi la moneta.
Avrei voluto che fosse finita. Bisbigliò sir Power. Anch’io. Gli rispose il capitano.
Iniziava maggio e in piazza le esecuzioni avvenivano ogni giorno. Una folla di uomini, donne e bambini assisteva alle impiccagioni che avvenivano come normale routine. La forca aveva sette cappi ed ogni giorno veniva usata parecchie volte.
Era sempre più difficile per i due stranieri mescolarsi con i residenti, perfino nella locanda c’era aria di sospetto. Era stata messa una taglia e chiunque consegnasse forestieri avrebbe avuto il proprio tornaconto. Sir Power e il capitano smisero di uscire perfino dalla loro stanza. Le ore erano interminabili, l’attesa e la noia li divorava. Si affacciavano alla finestra nascosti dalle tende e osservavano il movimento che c’era in strada, perfino i bambini correvano per non incorrere nelle guardie, ci voleva davvero poco per essere arrestati.
Dopo aver bussato, l’oste entrò nella stanza di sir Power. Sono costernato, sir, ma dovete lasciare la locanda. Ho saputo che subiremo un’ispezione minuziosa, non so se qualcuno ha fatto segnalazioni o se sia di routine. Stiamo rischiando tutti e ne va della vita della mia famiglia. Gli disse molto dispiaciuto.
Sir Power sapeva che l’uomo stava dicendo la verità, ed era sicuro che gli stava di nuovo salvando la vita, ma gli ordini che aveva ricevuto erano molto precisi. Io devo essere qui ogni sera alle otto precise, il messaggero dovrebbe arrivare presto e poi ce ne andremo. Gli confermò.
Dovete andarvene, sir. Sto rischiando la vita e questo non era nei patti. Rimarcò l’oste.
Sir Power sospirò. Avete una stanza da qualche altra parte? Qualunque sia il posto. Vi prometto che aspetterò fuori dalla locanda il messaggero e lei non sarà coinvolto per nessun motivo. Lo stava pregando. L’oste gli offrì un bugigattolo nascosto nelle stalle, di più non poteva fare e uscì.
Sir Power e il capitano raccolsero le loro poche cose e si nascosero in quel buco puzzolente e scomodo. Si davano il turno per dormire nell’unico letto, se così si poteva chiamare e ogni sera uscivano nascosti nell’ombra per aspettare quel maledetto messaggero che non si decideva ad arrivare.
Passò un’intera settimana prima che quello arrivasse. Lo videro arrivare e lo bloccarono prima che entrasse nella locanda. Si guardarono negli occhi senza parlare e si riconobbero. Velocemente sir Power ritirò la tanto attesa missiva e con il capitano rientrò.
Finalmente possiamo andarcene. Aspetto che si faccia buio pesto e vado al porto a vedere quando parte il nostro battello, prega il tuo dio, se ne hai uno che sia lì ad aspettarci, o con quello che abbiamo da trasportare, se ci scoprono ci tagliano la testa senza nessuna esitazione. Disse sir Power. Controlla i cavalli e tieniti pronto. Aggiunse prima di uscire.



 foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

venerdì 14 settembre 2018

ELOISE

ELOISE

P. QUINDICI E SEDICI





Si sentiva molto più a suo agio insieme ai suoi soldati e fidi amici. Rimase con loro a lungo bevendo e trascorrendo il tempo in chiacchiere da uomini.
Il mattino giunse fin troppo in fretta. Sir Power sentì bussare ed entrò il paggio per accompagnarlo dal re.
Nel grande studio il re era stranamente da solo, la colazione era già stata servita e lui era seduto. Si sieda, sir Power, mi faccia compagnia. Il cavaliere ringraziò e cominciò a mangiare di malavoglia, non vedeva l’ora di scoprire cosa il re volesse da lui.
Terminarono di mangiare e si accomodarono ad un tavolo più piccolo. Sarà curioso di sapere perché l’ho fatta chiamare. Gli disse. Ebbene, mi servono ancora i suoi servigi, mi serve lei per un’ultima missione. Aggiunse. Sir Power si agitò, aveva ricevuto la promessa dal suo re che dopo l’ultima missione il suo compito sarebbe terminato. Aveva rischiato la vita e molto altro per portare a termine gli ordini ricevuti, per questo era molto perplesso e nervoso.
Lo so che le avevo concesso libertà da ogni compito pericoloso, ma stavolta ho proprio bisogno di un uomo di fiducia, e di lei mi fido ciecamente. Aggiunse quasi bisbigliando. Aprì un cassetto ed estrasse una pergamena col suo sigillo. Questo documento deve essere assolutamente consegnato nel più breve tempo possibile ad un uomo che incontrerà in territorio straniero. Territorio che lei conosce bene, dove molti nemici della nostra Terra stanno aspettando solo l’occasione per conquistarci. In quest’altro documento ci sono tutte le istruzioni che dovrà imparare a memoria prima di uscire da qui, io stesso poi lo distruggerò. Avrà tutto ciò che le serve a disposizione. L’accompagnerà il capitano Wollen, mi fido di lui e dovrete partire domani mattina. Il re rimase in silenzio.
Perché non posso portare i miei uomini? Di quelli mi fido, non conosco il capitano Wollen e se la missione è così riservata e pericolosa preferisco avere i miei soldati. Gli rispose. E i lavori al mio castello? Quanto tempo starò via? Aggiunse.
Ho scelto il capitano e lui sarà, i suoi uomini potranno tornare al castello o rimanere ad aspettarla. Per quanto riguarda la durata della missione non sono in grado di rispondere, non dipende solo da me, ma le prometto che manderò altra mano d’opera per sveltire i lavori e quando tornerà, a missione compiuta, ci saranno altre soprese per lei. So che non mi deluderà, sir Power ed io le prometto che questa è l’ultima missione che le affido. Gli disse il re. Ha la mia parola.
Sir Power sapeva che non poteva rifiutarsi. Era molto deluso della mancata promessa del re, tre anni era stato lontano e credeva di aver meritato quel premio, ma così non era, non ancora. Prese il documento e cominciò a leggerlo sotto lo sguardo attento del re. Rimase un’ora a memorizzare nomi e mappe prima di restituire il documento che il re gettò nel fuoco.
Prese la pergamena ben sigillata nella custodia, salutò il re e raggiunse la sua stanza.
Non poteva fare a meno di essere contrariato, che il re non mantenesse la parola lo aveva molto sorpreso. Possibile che non ci fosse nessun altro che poteva svolgere quella missione? Possibile che non sapesse che rischiava la sua vita se fosse stato riconosciuto? Doveva assolutamente essere molto prudente, in quella terra si era lasciato dietro cadaveri e nemici in nome del suo re e della sua patria, ritornarci era quasi un suicidio.
Uscì dalla stanza e raggiunse il salone dei soldati. Chiese del capitano Wollen.
I due uomini fecero conoscenza cercando di entrare in sintonia, sapevano entrambi del pericolo cui andavano incontro e la fiducia reciproca era indispensabile. Rimasero in disparte a discutere e si diedero appuntamento per la mattina successiva per la partenza.
Il pomeriggio era luminoso e soleggiato. Aprile si stava preannunciando con una bellissima primavera. I giardini del palazzo erano fioriti e un paggio che lo aspettava lo accompagnò in un punto particolarmente colorato. Mariclaire era seduta su una panchina e lo aspettava.
Il viso corrucciato dell’uomo si distese in un sorriso quando vide la sua fidanzata. Bellissima e perfetta come sempre, la donna gli sorrise e gli fece cenno di sedersi accanto a lei.
So che ha parlato col nostro re, mio signore e so della sua partenza. Sono molto dispiaciuta che ci sia stato così poco tempo per noi, ma ci rifaremo al suo ritorno. Io sarò qui ad aspettarla e il re mi ha promesso una grande festa per l’annuncio ufficiale del nostro fidanzamento. Non vedo l’ora! Gli disse stringendogli un braccio affettuosamente.
Anch’io non vedo l’ora che tutto sia finito. Voglio solo tornare e finire il nostro castello nei tempi che mi ero prefissato. Voglio averla al mio fianco e iniziare la nostra vita colma d’amore e di felicità. Sospirò l’uomo.
Rimasero alcuni minuti in silenzio, vicini. La donna sfiorò la guancia del suo fidanzato con un lieve bacio che lasciò indelebile il suo profumo su di lui.
Dobbiamo rientrare, mio caro. So che ha dei preparativi da fare. Ci rivediamo stasera, ceneremo col re e ci saluteremo allora. Si alzarono e presero il viottolo per il palazzo.
Non fu una serata particolarmente allegra. Sir Power aveva la mente occupata dalla missione e molti pensieri gli affollavano la mente.
Raggiunse la sua stanza appena gli fu possibile, preparò una sacca e si coricò, ben sapendo che non avrebbe dormito.
Nella stalla il suo cavallo era già sellato e pronto e un cavaliere lo stava spettando.
Dov’è il capitano Wollen? Chiese irritato.
Il capitano Wollen ha ricevuto ordini diversi, l’accompagnerò io nella missione, sono stato messo al corrente. Sono il capitano Carrell.
Irritato più che mai, spronò il cavallo e, seguito dal suo nuovo compagno uscì dalle mura del palazzo, irrequieto, inquieto e corrucciato. 




Galoppavano affiancati su strade sterrate e viottoli secondari. Avevano parecchia strada da percorrere e nessuno dei due aveva voglia di parlare o di perdere tempo. Dovevano raggiungere in serata il porto e prendere il traghetto notturno, dovevano sbarcare col buio se non volevano correre pericoli.
Fecero solo una breve sosta per mangiare. Era metà aprile e il canto degli uccelli era molto armonioso mentre volavano in un cielo particolarmente limpido. Il pensiero di sir Power corse alla sua terra, al suo castello e ad una ragazzina che lo guardava come se fosse un nemico. L’ultimo loro incontro lo aveva lasciato scosso e perplesso, la bellezza acerba e lo sguardo di sfida che gli aveva lanciato non lo lasciavano. C’era qualcosa in quella ragazzina che lo attraeva, e questo lo innervosiva.
Ogni volta che il pensiero di Eloise si insidiava nei suoi pensieri si corrucciava e si arrabbiava con se stesso. E in fondo non ne capiva del tutto il motivo.
Giunsero al piccolo porto che il buio era totale. Solo le lanterne sul molo rischiaravano la notte. Cercarono il battello e vi salirono con i cavalli al seguito, il viaggio era già stato pagato e loro non sarebbero scesi dal ponte fino all’arrivo, erano solo poche ore di viaggio. Si sedettero togliendo del cibo dalla sacca e cercarono di riposare.
Conosce bene il posto dove dobbiamo andare? Chiese il capitano
Lo conosco fin troppo bene. Gli rispose sir Power. E non aggiunse altro. Era abituato a portare a termine le sue missioni da solo e non capiva perché questa volta fosse diverso.
Si appisolarono entrambi, la traversata era tranquilla l’alba non era ancora spuntata quando si svegliarono. La riva del loro approdo era visibile e l’avrebbero raggiunta entro poco tempo.
Dobbiamo essere molto cauti e cercare di passare inosservati. La missione deve essere portata a termine senza intoppi e in giro ci sono tanti soldati che pattugliano le strade e non sono molto delicati con gli stranieri. Lo istruì sir Power.
Non si deve preoccupare. Starò molto attento e seguirò i suoi ordini, è questa la mia missione, fare in modo di tornare indietro entrambi sani e salvi, deve tenere molto il re alla sua sicurezza se ha voluto che l’accompagnassi. Gli rispose.
Scesero a terra nel fresco del mattino appena iniziato. Salirono in groppa ai loro cavalli ed uscirono dal caos che sul molo stava iniziando. Il cavaliere avrebbe preferito arrivare col buio ma l’urgenza della missione glielo aveva impedito.
Sir Power conosceva molto bene il posto e si avviò per stradine secondarie seguito dal capitano. Oltrepassarono vari villaggi, solo a sera, finalmente giunsero dove si sarebbero fermati.
La locanda era piccola e piena di fumo. I due consegnarono i cavalli allo stalliere con alcune monete e molte raccomandazioni.
Si sedettero e, finalmente poterono rifocillarsi. Il locandiere si sedette al loro tavolo. Le vostre camere sono pronte, come mi è stato chiesto. I pasti li consumerete qui quando vorrete. Siate prudenti, i soldati e le guardie sono molto sospettose con gli stranieri e vengono almeno una volta al giorno anche da me. Io li pago, ma non posso garantire la vostra sicurezza. Non aggiunse altro, consegnò loro le chiavi delle camere e tornò al suo lavoro.
Erano davvero molto stanchi e non persero altro tempo, si ritirarono con l’accordo di trovarsi a colazione il mattino successivo.
Sir Power potè lavarsi e togliersi la povere del viaggio prima di sdraiarsi. Il letto era duro e cigolante ma sarebbe andato bene per il tempo che avrebbe trascorso lì, e sperava che fosse un tempo breve.
Si sdraiò e portò la mano al petto, sentì la custodia con il messaggio del suo re, non vedeva l’ora di consegnarlo, se glielo avessero trovato addosso per lui sarebbe stata la fine. I suoi pensieri, inevitabilmente tornarono a casa sua. Dio cosa avrebbe dato per vedere come procedevano i lavori al suo castello! Lo corrucciava il fatto di non sapere quanto sarebbe durata la missione e non gli piaceva il capitano, un istintivo senso di contrarietà verso di lui non gli permetteva di considerarlo un alleato, c’era qualcosa di ambiguo che non riusciva a capire. Aveva sopportato senza sforzo i disagi del viaggio, non si era mai lamentato e obbediva ad ogni sua richiesta. Era un uomo magro, ma era evidente che si allenava, il viso aguzzo e il naso ancora più sottile sottolineava ancora di più la grandezza degli occhi chiari, enigmatici, inespressivi in ogni circostanza.
Smise di pensare al capitano e la sua fronte si distese al pensiero della sua fidanzata. Era davvero bellissima e si chiese per quale arcano motivo il re gliel’avesse riservata in moglie, di sicuro era un altro dono per i servigi resi. Era talmente bella, educata per l’alta corte che non avrebbe avuto difficoltà a trovare un marito facoltoso o nobile, era fiero che il suo re avesse scelto lui per marito, doveva essere grato a sua maestà per il castello e per la fidanzata.
Non fu il suo ultimo pensiero prima di dormire. Un cavallo nero e una ragazzina che galoppava sorridente gli comparvero nella mente un attimo prima di addormentarsi.



foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

giovedì 13 settembre 2018

ELOISE


ELOISE

P. 13 E 14



Il lavoro alla fucina di Tom si era ridimensionato. Il cavaliere gli aveva inviato un messaggio e lo richiedeva al castello.
Novembre era iniziato sotto la neve, i vecchi dicevano che quell’inverno sarebbe stato terribilmente freddo, con tanta neve e ghiaccio e di solito non sbagliavano.
Tom aveva sellato il suo cavallo e, sotto una sottile nevicata andò al castello per la prima volta da quando ci era arrivato tanti anni prima.
Varie baracche mandavano fumo grigio dai camini, avevano fatto un gran lavoro a prepararle, dovevano avere un grande esperto a dirigere i lavori, certamente il re non aveva lesinato nemmeno su questo.
Raggiunse la baracca del cavaliere e fu accompagnato all’interno. Il cavaliere stesso e altri due uomini stavano discutendo curvi su grandi fogli e piuttosto animatamente. Tom rimase in disparte in attesa di parlare col cavaliere.
Ci vollero parecchi minuti prima che sir Power si decidesse a raggiungerlo. Venga con me, Tom, raggiungiamo la fucina, voglio il suo parere, ho paura che ci sia qualcosa che non va.
La neve aveva cominciato ad allargare le sue ali, ora il nevischio si era trasformato in una nevicata davvero intensa. Del fumo nero usciva dalla fucina dove tre uomini stavano litigando fra di loro. Si zittirono appena si accorsero dei nuovi venuti.
Tom si guardò intorno con occhio esperto, mentre il cavaliere parlava con i suoi fabbri. Vide subito quello che non andava e ne parlò con loro. Il cavaliere era soddisfatto e consegnò una borsa con delle monete a Tom. Accetti questa ricompensa, se l’è meritata, senza il suo valido aiuto non avremmo risolto il problema. La chiamerò di nuovo quando avrò bisogno, spero che possa venire. Lo salutò frettolosamente e ritornò nella sua baracca.
Tom riprese la strada del ritorno mentre dal cielo grossi fiocchi intensificavano il loro danzare.
Rose lo aspettava con del vino caldo e la cena pronta. Com’è andato il tuo viaggio? Gli chiese la moglie. E’ stato proficuo. Rispose mettendo sul tavolo la borsa col denaro. Stanno facendo un gran bel lavoro. Sono sicuro che dopo il disgelo verranno gettate le fondamenta e in men che non si dica si alzeranno muri molto in fretta. Sono davvero in tanti ed hanno validi esperti in ogni settore. Riferì Tom.
Eloise continuava a mangiare senza intervenire nel discorso. Non aveva più nominato né il cavaliere né il castello da quando ne era stata allontanata, ed era diventata più silenziosa.
Rose e Tom la osservavano cercando di insinuarle qualche curiosità su quello che l’uomo aveva visto, ma lei se ne rimase zitta.
Arrivò l’inverno all’improvviso, così come all’improvviso era arrivata la primavera. Non era ancora finito novembre ma il freddo aveva già ghiacciato la neve e l’acqua dei ruscelli. I lavori da fare erano davvero pochi e la luce del giorno durava poche ore. Tom lavorava solo alcune ore al giorno, il freddo era talmente intenso che non resisteva molto nemmeno nella fucina riscaldata dal fuoco.
Arrivò anche il tredicesimo compleanno di Eloise. Sua madre la osservava con occhi colmi d’amore, si era fatta davvero una gran bella ragazza, era sbocciata come un prato a primavera e il suo viso aveva perso la spensieratezza di bambina che l’aveva sempre accompagnata. Si era alzata in statura e superava sua madre, le sue forme erano ancora un po’ acerbe ma entro la primavera tutto il suo corpo avrebbe gridato al mondo la sua nuova e splendida femminilità. Peccato, sospirava sua madre, che mentre il suo corpo fioriva lei rimanesse sempre un gran maschiaccio.
Fu un inverno tremendo. Molti anziani e bambini cagionevoli di salute si ammalarono e morirono. La guaritrice del villaggio era chiamata in continuazione mentre la gente moriva.
Eloise curava la sua cavalla e quella del padre, si teneva impegnata aiutando i più anziani e soli del villaggio ma non dava confidenza a nessuno. Era una ragazzina seria, e sorrideva poco, e ancor meno parlava. I suoi genitori erano preoccupati del cambiamento ma non sapevano cosa fare. Aveva già alcuni ragazzi che le facevano la corte ma lei sapeva come dissuaderli.
Fu un inverno davvero duro, ma come sempre la primavera tornò col suo canto di uccelli e prati verdi.
La prima mattina tiepida, Eloise sellò Beatrice e finalmente potè cavalcare sentendo tutta la felicità che le dava.
Raggiunse il confine delle terre intorno al castello. Il profumo di rosa lo sentiva anche a casa, nella sua stanza ma qui, all’aria aperta era molto più gradevole.
Si fermò ad osservare quel gruppo di baracche e di uomini e donne che si muovevano velocemente. Erano lontani ma si vedeva che ferveva una grande attività lavorativa.
Accarezzò Beatrice che si stava innervosendo per la prolungata inattività. Calma, amica mia, voglio solo dare uno sguardo ai ruderi del castello, non lo rivedrò mai più così.
Il cappuccio del mantello le si era abbassato e i capelli lunghi e scompigliati le ricadevano sulle spalle come riccioli che sembravano fatti apposta.
Guarda chi si rivede. Ti avevo detto di starne lontana! Sentì la voce dietro le spalle.
Eloise girò Beatrice e si mise di fronte al cavaliere.
L’uomo spalancò gli occhi, se non fosse stato per la cavalla non avrebbe riconosciuto quella splendida giovinetta.
Eloise, alzò il mento, spronò la cavalla e ritornò sui suoi passi. Passò di fianco a sir Power senza staccargli gli occhi dal viso, senza dire nemmeno una parola.
L’uomo rimase immobile ad osservarla mentre si allontanava. Era sbocciata una splendida creatura e sentì un tuffo al cuore.




La primavera aveva riportato la voglia di fare e di lavorare. I camini erano ancora accesi ma quella gente era abituata a quel clima e avevano cominciato a darsi da fare.
Al castello i lavori erano iniziati e ogni istante di luce veniva sfruttato per il lavoro. Erano più di un centinaio di uomini e una ventina di donne, tutti sempre impegnati nelle loro attività. Tre sovrintendenti dirigevano le varie fasi lavorative e il cavaliere osservava ogni cosa con la speranza che si abbreviassero i tempi dei lavori.
Sir Power era abbastanza soddisfatto e chiamò i tre capi. Devo assentarmi per un po’, la mia presenza è richiesta dal re e devo riferire dei lavori che state facendo. Parto tranquillo lasciandovi il compito di continuare il più alacremente possibile.
Era una splendida mattina di inizio aprile quando sir Power, lasciò la sua terra, non senza un misto di dispiacere e felicità di rivedere la sua futura sposa.
Cavalcava insieme ad altri quatto uomini che lo avevano seguito anche in passato, uomini dei quali si fidava. Il viaggio era piuttosto lungo e loro molto silenziosi. Non si risparmiavano ore infinite e dure di strada, erano avvezzi ad ogni scomodità ma ora potevano concedersi di sostare nelle locande lungo la strada, evitando il più possibile il duro terreno all’aperto.
Erano a metà strada, stanchi e affamati. Il villaggio che incontrarono era piuttosto grande e trovarono una stalla per i cavalli e una locanda per loro. Seduti al tavolo mangiavano guardandosi intorno. Alcune serve li osservavano con occhi rapaci, cercando di portarsi a letto qualcuno di loro per racimolare qualche moneta.
La più avvenente si avvicinò a sir Power e gli si sedette sulle ginocchia. Vuoi compagnia, stanotte, bel cavaliere? Gli sussurrò all’orecchio. L’uomo era piuttosto stanco e non aveva proprio né voglia né intenzione di sollazzarsi mentre la sua fidanzata lo aspettava. Cercati un altro, io voglio solo dormire. Le rispose serio.
Finalmente, dopo giorni passati all’addiaccio poteva dormire in un letto. Non perse tempo nemmeno a spogliarsi, si tolse solo gli stivali e si sdraiò. Il sonno lo colse subito e sognò. Sognò una ragazzina su un cavallo nero che galoppava ridendo di lui, lui che teneva il suo cuore in mano per donarglielo e lei che lo rifiutava gettandolo alle ortiche. Si svegliò di soprassalto. Cosa gli stava succedendo? Eloise era solo una ragazzina, poco più di una bambina e lui era promesso sposo ad una donna bellissima, scelta niente meno che dal re in persona per lui. Cercò di riportare alla mente il viso di Mariclaire e ci volle un bello sforzo per riuscirci. La differenza fra le due era abissale: la prima giovane, spontanea, senza l’educazione che solo l’alta società può dare, senza peli sulla lingua, la seconda semplicemente bellissima, con modi perfetti e sempre gentile con tutti, al limite dell’adulazione. Lui la conosceva poco ma aveva passato del tempo con lei quando il re gliela aveva presentata e ne era stato immediatamente conquistato. Allora perché pensava ad una ruvida ragazzina?
Si alzò irritato con se stesso. Scese a colazione e i suoi uomini videro subito che era di cattivo umore. Mangiarono  in silenzio e ripartirono.
Gli ultimi due giorni di viaggio furono lunghi e stancanti, poi arrivarono al palazzo del re e poterono riposare mentre sir Power veniva accolto nell’ala dei nobili.
L’etichetta di corte era rigida e formale, lui non la amava particolarmente, era un uomo d’azione ma sapeva come comportarsi anche ora. Gli assegnarono una stanza, due cameriere e potè finalmente avere le comodità che da tempo gli mancavano.
Mangiò da solo aspettando di venire convocato. Bussarono alla porta e un paggio del re lo accompagnò nel salone per la cena. Aveva indossato abiti eleganti. Quella mocciosa non mi riconoscerebbe! Pensò. Poi si irritò con se stesso per il pensiero che la sua mente aveva formulato.
Alcune persone a lui sconosciute erano in attesa del re per mettersi a tavola, lui si unì a loro rimanendo in silenzio.
Pochi minuti e il re apparve con al suo fianco Mariclaire. Gli occhi del cavaliere si accesero, era uno splendore. Bellissima, tutta perfetta dall’abito ai capelli e il sorriso era una gioia per chi la guardava.
Sir Power, le affido miss Mariclaire. Disse il re porgendo la mano della donna al suo fidato cavaliere. Poi seguirono il re e si sedettero al grande tavolo mentre la cena veniva servita.
La donna sorrideva e aveva maniere impeccabili. Guardava con occhi sognanti il suo futuro sposo che, non avvezzo a tanto formalismo parlava poco.
Va tutto bene, mio signore? Gli disse con voce suadente. L’uomo le restituì lo sguardo e, finalmente le sorrise. Sono molto felice di rivederla, miss Mariclaire, non vedo l’ora di poterla portare al mio castello come mia sposa. Il sorriso della donna era tirato, ma nessuno se ne accorse, sapeva bene come comportarsi, soprattutto sotto lo sguardo attento del re.
Un paggio si avvicinò a sir Power dicendogli che il re lo avrebbe ricevuto la mattina successiva a colazione, qualcuno sarebbe andato a prenderlo alle dieci.
Fu una serata di chiacchiere vuote e di sorrisi falsi. Miss Mariclaire chiese al suo fidanzato di accompagnarla sul balcone per una boccata d’aria, finalmente erano soli.
Qualcosa la turba, mio signore? Gli chiese col suo tono più dolce. Il suo profumo era intenso, troppo intenso per i suoi gusti, ma il cavaliere le sorrise. Sono solo stanco, ma sono felice di rivederla e passare del tempo con la mia futura sposa. Non so quanto il re mi tratterrà a corte e spero di avere tempo di stare un po’ in sua compagnia. Le rispose.
Come sua altezza deciderà. Gli rispose rientrando.
Il re si era già ritirato e anche gli altri poterono lasciare il salone. I paggi accompagnarono tutti nelle proprie stanze e sir Power si cambiò d’abito e raggiunse i suoi uomini.


foto dal web- diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

mercoledì 12 settembre 2018

ELOISE


ELOISE

P. 11 E 12



L’estate era calda più del solito, ed i raccolti erano buoni e abbondanti. I vecchi dicevano che l’autunno sarebbe arrivato in anticipo e che bisognava finire i lavori nei campi il più in fretta possibile. Era un’estate con pochi temporali, poca pioggia e in ogni famiglia si lavorava alacremente per mettere da parte provviste, conserve e marmellate. Tutti conoscevano come poteva essere terribile l’inverno e la legna si accumulava sotto i portici e nelle rimesse di ogni casa.
Nella fucina di Tom si soffocava dal caldo ma il lavoro doveva essere portato a termine. Ogni giorno bisognava ferrare parecchi cavalli e Eloise era una vera specialista.
Stava sudando e ferrando un vecchio ronzino quando si sentì osservata. Lanciò un’occhiata distratta e, quando vide il cavaliere che la osservava si agitò sbagliando un colpo. Il vecchio cavallo si lamentò ma lei rimediò subito e cercò di ignorarlo.
Tom raggiunse lo sconosciuto. Posso fare qualcosa per lei, sir? Gli chiese gentilmente. Il cavaliere scese dal suo splendido cavallo e si presentò. Sono sir Andrew Leonard Power, il proprietario del vecchio castello e della terra. Posso parlarle?
Tom, un po’ in soggezione lo fece accomodare nel suo bugigattolo. Erano entrambi in piedi, non c’erano sedie, solo un tavolo con varie cianfrusaglie sparse.
Presto inizierò i lavori per ricostruire il castello, avrò bisogno di qualcuno che mi aiuti a mettere in piedi una fucina provvisoria, servirà solo per il tempo dei lavori e vorrei sapere se lei mi può aiutare. Naturalmente sarà ben ricompensato. Gli disse.
Sir Power, sono piuttosto impegnato essendo l’unico fabbro e maniscalco del villaggio, non posso garantirle quello che mi chiede. Gli rispose dispiaciuto.
Sarebbe per poco tempo e potrebbe venire quando vuole, ci terrei davvero molto ad avere la sua esperienza. La ricompenserò adeguatamente. Rimarcò il cavaliere.
E quando dovrebbero iniziare i lavori? Volle sapere Tom.
Materiali e uomini sono già in viaggio, vorrei iniziare a costruire le baracche per gli uomini e le donne che lavoreranno al progetto entro un paio di settimane al massimo. Vorrei essere a buon punto prima del grande freddo per poter iniziare in primavera i lavori di costruzione. Ho proprio bisogno di una mano. Cercò di convincerlo.
Quel vecchio rudere ci ha salvato la vita, gli devo tutto quello che ho. Farò il possibile per aiutarla. Accettò Tom.
Sir Power alzò il suo perfetto sopracciglio. Le ha salvato la vita? Gli chiese.
Venga, entri in casa, le presento mia moglie e le offro qualcosa di fresco. La metto al corrente della sua proposta intanto che ci rinfreschiamo. E l’accompagnò in casa.
Rose li vide entrare. Tom fece le presentazioni e si sedettero al tavolo. Sir Power si guardava intorno, era una casa semplice e ben tenuta. Il suo sguardo correva spesso fuori dalla piccola finestra e osservava Eloise che svolgeva il suo lavoro. Era sicuro che sapeva fosse in casa e si aspettava che raggiungesse la sua famiglia, sapeva bene quanto curiosa fosse la ragazzina, ma quella continuava il suo lavoro senza curarsi di altro.
Rose si accorse degli sguardi del cavaliere e avvisò Tom con uno sguardo.
Quella è nostra figlia, Eloise. Gli disse solamente.
Rose portò del cibo, come consuetudine dell’ospitalità del posto e passarono quasi un’ora a discutere di lavoro.
Vi ringrazio per la vostra ospitalità, spero di potervi ricambiare molto presto. Raggiunse il suo cavallo, diede un ultimo sguardo intorno cercando la ragazzina e, senza averla vista spronò il cavallo e ritornò sui suoi passi.
Tom e Rose erano in silenzio, stavano entrambi valutando la proposta del cavaliere. Eloise li raggiunse e mangiò quello che era rimasto sul tavolo.
I suoi genitori la osservavano. Era innegabile che si chiedessero della sua mancanza di curiosità. Tom si alzò. Vado a terminare alcune lavori. Tu puoi rimanere, hai già fatto abbastanza per oggi, ti ringrazio. E uscì.
Rose si sedette di fronte a sua figlia e la osservava con un sorriso ironico sulle labbra. Mi vuoi dire come mai non sei entrata a conoscere il cavaliere? Le chiese. Io già lo conosco, madre. Sir Andrew Leonard Power padrone del castello e delle terre. Di quei ruderi che porto nel cuore, del fantasma rosa, e di quella bionda fidanzata che porterà a vivere là. Ed io non potrò più parlare col mio fantasma. Non potrò più mettermi all’ombra del pozzo a leggere il diario di Sara. Oddio! Il diario. Lo devo recuperare. Nessuno lo doveva trovare. Domani andrò a riprenderlo, ma non so cosa farne, sento che non deve lasciare quel posto. Madre, cosa devo fare? Aveva lo sguardo triste, deluso.
Perché è così importante per te? Le chiese gentilmente.
Eloise scosse la testa, non era pronta a condividere nemmeno con sua madre le ultime pagine del diario. Sarebbe andata di mattina presto e avrebbe deciso cosa farne. Lo avrebbe chiesto al fantasma rosa e stavolta doveva risponderle.
Domattina partirò presto e lei mi dirà cosa fare!
Rose scosse la testa. Conosceva bene sua figlia, sapeva che c’era qualcosa che le nascondeva ed era sicura che prima o poi gliel’avrebbe detto.
Accarezzò la testa di sua figlia. Hai bisogno di un bagno, ragazzina. Andiamo.



 Eloise e Beatrice erano in viaggio dapprima che il sole sorgesse. Voleva arrivare presto per non incontrare nessuno, soprattutto il cavaliere.
Scese di sella con un balzo leggero, lasciò libera la cavalla e corse al pozzo. Tutto era come lo aveva lasciato. Spostò i mattoni e aprì la scatola di metallo. Il quaderno rosa era lì, come sempre.
Come faceva di solito, Eloise si sedette con la schiena poggiata al manufatto e aprì il quaderno. Ormai lo conosceva a memoria. Sfogliava le pagine ed era arrivata all’ultima, la sua preferita. Osservava quel disegno che aveva ben impresso nella mente. Cosa devo farne, Sara? Urlò alzandosi in piedi. Gli uccelli che ancora sonnecchiavano si spaventarono e spiccarono il volo. Devi dirmelo, questo è tuo! Urlò ancora più forte. Il profumo di rosa era molto intenso.  So che sei qui, ti sento vicina più che mai, io ti devo la vita, fa in modo che possa ripagarti, dimmi cosa devo farne! Urlò di nuovo alzando il quaderno verso il cielo.
Di cosa stai parlando, ragazzina? Era sbucato dal nulla ed Eloise si era spaventata, rimanendo senza parole.
Qualunque cosa sia è di mia proprietà. Disse il cavaliere.
La ragazzina sapeva che non poteva consegnare a lui quel quaderno e in un lampo capì. Ora lo so, Sara, quello che devo fare. Prese velocemente la scatola di metallo e la lanciò in fondo al pozzo, e lo stesso fece col diario. Nella fretta l’ultima pagina le rimase fra le dita e, con destrezza senza essere vista se la infilo nel corpetto.
Cos’hai fatto? Cos’hai buttato nel pozzo? Il cavaliere era piuttosto contrariato.
Ho rimesso a posto ciò che le appartiene, sir Power, ma che non è suo. Appartiene al castello e lì deve rimanere. Rispose spavalda.
Si fronteggiavano a debita distanza. Gli occhi di Eloise non lasciavano lo sguardo del cavaliere, pronta a usare il suo pugnale se si fosse avvicinato con cattive intenzioni. Non aveva paura, non era nella sua natura.
Sir Power capì che aveva di fronte una ragazzina, poco più di una bambina, toccava a lui riportare un po’ di senno in tutta la situazione. Respirò profondamente e si sedette sul nudo terreno. Ti chiedo scusa per averti spaventata, non era mia intenzione. Siediti, ti devo parlare. Le disse più gentilmente.
Eloise si sedette senza abbandonare la mano sul pugnale. La sto ascoltando, e non ho molto tempo.
Quella ragazzina aveva un bel caratterino, doveva dargliene atto. Presto inizierò i lavori, come ho detto a tuo padre uomini e materiali sono già in viaggio. Arriveranno più di un centinaio di persone fra uomini e donne e questo posto non sarà più sicuro per una ragazzina, dovrai tenertene alla larga. Ci sarà molto movimento ed io non posso controllare tutto, perciò ti chiedo di non venire più qui. Questa è la mia proprietà e tu non sei la benvenuta.
Il profumo di rosa riempiva quel posto che si stava riscaldando. Eloise tratteneva le lacrime, per tanto tempo quel castello, quei ruderi erano stati la sua meta preferita, il fantasma rosa era il suo fantasma, si sentiva in comunicazione con Sara dopo aver letto il suo breve diario. Sapeva che il cavaliere aveva ragione ma lei soffriva lo stesso.
Si alzò da terra senza dire una sola parola. Si issò in sella e se ne andò. Si voltò dopo aver fatto pochi metri. Io non ti abbandono, Sara. Urlò al cielo. Spronò Beatrice e se andò lasciandosi dietro una breve parte della sua vita.
Entrò in casa come una furia. Sua madre la osservava in silenzio, conosceva bene sua figlia e sapeva quando bisognava tacere. Eloise prese un piatto e fece colazione, il viso rosso dalla cavalcata sotto il sole ma soprattutto occhi che mandavano scintille. Finì il latte e sua madre ancora non aveva detto niente.
Mi ha proibito di rimettere piede al castello! Capisci!? Mi ha allontanata da Sara, ma io non lo farò! E finalmente scoppiò in un pianto liberatorio. Rose la prese fra le braccia e le accarezzò i capelli lunghi e spettinati. Lasciò che i singhiozzi si placassero e poi portò il suo viso davanti al suo. Noi siamo grati a quei ruderi ma non ci appartengono, mia cara. Ci hai giocato e sognato ma ora devi obbedire al nuovo padrone. Me lo prometti, Eloise? La ragazzina si asciugò le lacrime. Ti prometto che mi comporterò bene, madre. Di più non poteva promettere, dentro di lei infuriava una voglia di battaglia, ma sapeva che era persa in partenza. Mi passerà, madre. Le disse mentre raggiungeva la sua camera.
Seduta sul letto tolse dal corpetto quel prezioso foglio di carta, doveva nasconderlo. Aveva un posto segreto, e ve lo ripose. Tornerò, Sara. Bisbigliò sottovoce, e in quel momento risentì il profumo di rosa. Sorrise felice e corse ad aiutare il padre.
Mentre l’estate scemava in un autunno precoce, gli alberi si spogliavano velocemente delle foglie e il cielo rimaneva nuvoloso tutto il giorno. La carovana di uomini, donne, animali e materiali per la ricostruzione del castello era iniziata e tutti ora sapevano del nuovo proprietario, di sir Andrew Leonard Power, che il re aveva onorato con quel regalo per i servigi che gli aveva reso.
Le baracche che avrebbero ospitato i lavoratori dovevano essere costruite prima del grande freddo, mentre le macerie venivano caricate sui carri che avevano appena scaricato le loro merci e facevano il viaggio di ritorno per poi ritornare con altre merci necessarie alla bisogna.
Erano passati due mesi, ottobre era iniziato e quasi finito. I vecchi avevano avuto ragione, faceva già molto freddo ed Eloise non era più andata al castello e non aveva più visto il cavaliere.

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