mercoledì 7 novembre 2018

IRINA



IRINA

P. NOVE





La primavera era molto bella e piacevole in quel paesello. La campagna era un rinascere di vita e di colori. Vari cartelloni pubblicitari invitavano la popolazione in palestra per l’ultimo comizio di Lora.
Al bar di Giada era tutto un parlare di politica e spesso le voci si alteravano: chi parteggiava per l’uno chi per l’altra.
Era sabato mattina, Irina era al bar per la sua consueta colazione. Giada le si sedette di fronte. Stasera ci sarà tutto il paese ad ascoltare il comizio della signora Lora, è una novità un po’ per tutti il fatto del grande schermo e di quello che proietterà. Lei viene signora Irina? Le chiese gentilmente.
Sarei anche curiosa di venire ma, come lei ben sa io non voto e non sono particolarmente interessata. Le rispose.
Perché non viene con me? Chiuderò il bar e possiamo sederci vicino all’uscita, sa dovrò correre a riaprire appena avranno terminato. Mi farebbe compagnia. Aggiunse la barista. Irina ci pensò per qualche attimo. Ma sì, tanto non ho impegni particolari. Ci vediamo qui poco prima che comincino. Le rispose.
La palestra si stava riempiendo. Musica degli anni sessanta in sottofondo e sul grande schermo video dei gruppi musicali più famosi di quell’epoca.
Al tavolo nel centro, Riccardo stava dando gli ultimi ritocchi al video e alle immagini che avrebbe mandato dal suo computer, mentre Lora ripassava alcuni appunti e sorrideva a tutti quelli che si avvicinavo per un saluto.
Scoccarono le otto e trenta e Lora prese il microfono, salutò e ringraziò tutti i presenti e fece un cenno a suo marito che diede il via alle immagini.
Lora parlava dell’importanza della famiglia, mentre le immagini del suo matrimonio, della nascita dei suoi figli e di molti momenti della loro vita passavano sullo schermo. Parlava di quanto amasse quel paese che tanto aveva dato a lei e a suo marito, dei suoi gemelli che frequentavano la materna e di come le sarebbe piaciuto migliorare la vita di tutti loro. Iniziò col discorso tecnicamente politico mentre le immagini scorrevano con fotografie bellissime del paese in tutte le stagioni e di alcuni abitanti che abitavano lì da generazioni. Ci sapeva fare con le parole e il tutto era stato preparato a regola d’arte.
Per un attimo lo schermo ebbe un guizzo. Lora continuava a parlare ma le immagini sullo schermo erano cambiate.
Iniziò con loro due che facevano sesso estremo con altre persone, per poi passare ad altre scene ancora più esplicite. Tutti i presenti erano ammutoliti e anche lei osservava quelle immagini senza riuscire a dire una parola. Ci fu un fermo immagine su di loro due che venivano frustati da una donna mascherata e partì il file audio rubato in un’altra circostanza.
Riccardo: cosa pensi sia successo a Luca? Io non so capacitarmi!
Lora: Luca era un gran coglione, gli abbiamo sempre detto di essere prudente, se l’è proprio cercata. Per noi è un bene che sia andata così, ultimamente stava dando dei problemi.
Riccardo: povero Lorenzo, che destino orrendo gli è capitato.
Lora: Lorenzo era un molestatore di ragazzine. Fai finta di non sapere quante volte lo abbiamo aiutato a togliersi dai guai. Il mondo è migliore senza di lui.
Erano tutte frasi prese in momenti deversi. Nella palestra si sentiva solo il ronzio dei macchinari.


immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

martedì 6 novembre 2018

IRINA


 IRINA

P. OTTO





Irina doveva fidarsi, da sola non poteva portare a termine il suo piano. Arrivate al caffè bollente, la dottoressa Angela sapeva quello che serviva.
Sì, la posso aiutare. Conosco la persona giusta ma sta nella città dove ho la sede principale. Partirò domani mattina poi la chiamo. Tenga acceso il cellulare usa e getta.
Si salutarono ed ognuna tornò alle proprie incombenze.
Irina scese dalla corriera alle sette di sera e non aveva in casa niente da mangiare. Telefonò a Lucia e le chiese se poteva mandarle qualcosa, era troppo stanca per raggiungere la trattoria.
Arrivò la domenica, ultimo giorno di aprile. Ancora quindici giorni e ci sarebbe stata l’elezione del sindaco.
Il primo maggio era festa grande in tutto il paese e Irina aveva preso il treno per raggiungere Angela.
L’investigatrice l’aspettava appena fuori dalla stazione. Salirono sulla sua auto e partirono. Ci sono varie manifestazioni in giro per la città ma noi dovremmo arrivare prima che inizino. Le disse mentre guidava cercando di evitare le tante persone che stavano raggiungendo la piazza. Dove stiamo andando? Volle sapere Irina. Abbiamo appuntamento con Cleo, una esperta di computer e una hacker come ce ne sono poche. Ha portato tutto?  Le chiese.
Viaggiarono per circa un’ora e la città era ormai lontana. Angela arrivò a destinazione, una piccola cascina praticamente nascosta da alberi e boschetti. Una ragazza mora e magra come un chiodo uscì ad accogliere.
Cleo ti presento Olga, Olga le presento Cleo. Non servivano altri convenevoli ed entrarono.
Cleo le condusse nel suo regno, tutto lo scantinato era colmo di monitor, e oggetti elettronici che nessuna delle due ospiti aveva mai visto. La ragazza prese posto davanti ad un computer e cominciò a digitare alla velocità della luce.
Ho detto a Cleo quello che le serviva ed è tutto pronto. Disse Angela.
Sul monitor passarono alcune immagini, poi un file audio e altre immagini e un altro audio. Il tutto durava solamente cinque minuti ma rispecchiava bene il contenuto di tutti quegli anni di investigazioni e intercettazioni.
Cleo non aveva ancora detto una parola e si voltò verso le sue ospiti in attesa di sapere se il lavoro era di loro gradimento.
Davvero puoi mandare tutto questo sui cellulari e nelle mail degli abitanti del paese? Volle sapere Irina.
Ho già tutto predisposto, mi basta un clic per attuarlo. Le rispose la ragazza.
Ci furono alcuni attimi di silenzio. Irina aveva un’ulteriore richiesta e si decise.
Ho saputo che la coppia che hai visto nei video terrà un’assemblea aperta a tutti la settimana prima delle elezioni. Lo so che c’è poco tempo ma… tutto questo materiale potresti mandarlo sul grande schermo che hanno preparato nella palestra dove si terrà il comizio elettorale?  Ecco, l’aveva detto.
Cleo alzò le spalle. Certo che si può, mi basta essere lì vicino con il mio portatile, un mio collega farà il lavoro manuale, è un gioco da ragazzi. Le rispose.
Pensa a tutto lei, dottoressa Angela? Volle sapere Irina.
Lo consideri fatto. Le rispose.
Irina prese dalla borsa una busta gonfia di banconote e la diede alla ragazza. Te li sei meritati tutti. Grazie. E uscì insieme ad Angela.
Rientrare in città non fu facile. Vari cortei si erano sparsi per la città e la stazione era difficoltosa da raggiungere. Si fermarono all’alt della polizia mentre un gran numero di persone passavano cantando e sventolando bandiere rosse.
Lei non sa quanto le sono grata per il lavoro che ha svolto per me in questi anni. Se non fosse stato per lei non avrei mai potuto attuare la mia vendetta. Non mi ha mai chiesto niente e la ringrazio per questo. Disse sottovoce Irina.
So quanto basta, signora Olga. So quello che le è successo e quello che ha passato, l’ho scoperto ancora subito dopo il nostro primo incontro. Sono ben felice di averla aiutata e spero che alla fine, tutto questo le porti un po’ di serenità, anche se ho i miei dubbi. Le rispose.
Comunque vada, avrò tolto di mezzo quattro assassini. Le rispose.
Il poliziotto fece segno di procedere e, finalmente arrivarono alla stazione. Tenga acceso il cellulare e poi lo distrugga. Se tutto va bene non la chiamerò ma se ci fossero dei contrattempi la informerò. Credo che non ci rivedremo più, aspetto il bonifico. E se ne andò.
Arrivò in paese col treno di mezzanotte. Da alcuni altoparlanti usciva ancora musica e dai bar tanti schiamazzi, non avevano ancora finito di festeggiare il primo maggio. Irina sorrise dentro di sé, presto vi divertirete ancora di più, pensò mentre saliva nel suo bilocale.


immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

lunedì 5 novembre 2018

IRINA


IRINA

P. SETTE





L’inverno era nel pieno del gelo, quando non nevicava c’era la nebbia, la pioggia era rara, nevicate di quel genere non se ne erano viste molte negli ultimi anni.
Irina stava rintanata nel suo bilocale caldo, ascoltava la musica e metteva a fuoco quello che avrebbe fatto a Riccardo e Lora, per quei due non si sarebbe limitata ad ammazzarli, sarebbe stato troppo facile: per loro voleva la rovina completa.
Doveva saper pazientare ancora un poco, dopotutto erano passati dieci anni e qualche mese in più non avrebbe fatto differenza, quello che contava era la riuscita del suo piano e, soprattutto uscirne indenne.
Lasciò che le settimane si trascinassero come sempre. Le chiacchiere si erano attenuate e la vita nel paese era ripresa come sempre e come era giusto che fosse.
Arrivò anche la primavera e il paese si colorava ogni giorno di colori nuovi e bellissimi. Il mese successivo, maggio, ci sarebbe stata l’elezione del nuovo sindaco e in lista, anzi in cima alla lista c’era anche Lora. Era arrivato il momento di definire il piano e, stavolta aveva bisogno di aiuto.
 Il bello di non aver legato con nessuno del posto la metteva al riparo da dover dare spiegazioni. Nemmeno Giada godeva delle sue confidenze, era stato proprio l’esatto contrario.
Era quasi la fine di aprile. Si alzò presto e prese la corriera. Raggiunse il deposito dove aveva lasciato l’auto e uscì guidando verso una cittadina a pochi chilometri. Viaggiava accompagnata dalla sua musica preferita e cercava di tenere la mente libera.
Arrivò al grande centro commerciale e parcheggiò. C’era un gran movimento, era quasi ora di pranzo e molte persone si affollavano ai vari punti di ristoro. Senza usare l’ascensore salì al terzo piano, dedicato ad uffici e ambulatori vari. Si mise alla vetrata ad osservare il panorama in attesa che scoccassero le dodici e trenta.
Dall’ufficio nell’angolo uscirono due signorine e scesero le scale mobili parlando fra di loro. Non dovette attendere molto e dalla stessa porta uscì una signora che le sorrise e la fece entrare.
Si diedero la mano sorridendo. Buongiorno signora Olga. Buongiorno a lei. Le rispose.
Si accomodarono nell’ufficio dell’investigatrice privata che da anni lavorava per lei.
Ho tutto quello che mi ha chiesto. Disse l’investigatrice. Anche le ultime registrazioni e devo dire che sono molto shoccanti. Le riferì. In queste tre chiavette c’è tutto il materiale che le appartiene, file video e file audio. Ne conosce la maggior parte ma qui, ci sono le registrazioni degli ultimi mesi. Le disse mostrandole una chiavetta nera. Venga, abbiamo il tempo per visionarla. E l’accompagnò in una sala insonorizzata. Vuole che me ne vada? Le chiese. Rimanga pure, dottoressa Angela. Ormai non ho più segreti con lei. Le rispose mentre prendevano posto davanti al monitor.
Ci volle più di un’ora per guardare ed ascoltare le ultime intercettazioni. Il loro rapporto di lavoro era iniziato molto tempo prima quando Irina si era rivolta al suo studio di investigazioni per avere quello che cercava. Avevano stretto un patto: la cliente avrebbe pagato con bonifico su un conto all’estero e la professionista non avrebbe mai fatto sapere a nessuno del loro rapporto. Nemmeno le due segretarie l’avevano mai vista. La pausa pranzo delle segretarie stava terminando. Si diedero appuntamento al bar del primo piano e si salutarono.
Angela la raggiunse e ordinarono qualcosa da mangiare. Cosa vuole fare adesso? Le chiese. Irina la osservava cercando di capire fin dove si poteva spingere. Lei non mi ha mai chiesto il motivo delle mie richieste, ma credo che sappia il motivo per il quale l’ho fatto, o non sarebbe la brava investigatrice che è. La donna annuì ma non disse niente. Ho sempre ammirato la sua discrezione, per questo le devo fare l’ultima richiesta. Aggiunse senza staccarle gli occhi dal viso. Io sono una professionista e svolgo il mio lavoro, lei una cliente che ha sempre pagato e molto generosamente, ma ufficialmente non ci siamo mai incontrate e questo è un bene anche per me. Manterrò il segreto professionale in quanto se svelassi qualcosa ci andrei di mezzo anch’io, perciò, come vede, di qualunque cosa si tratti, (ma so bene cosa è successo) me lo può chiedere e farò del mio meglio per aiutarla, naturalmente al giusto prezzo. Questo era parlar chiaro.



immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

domenica 4 novembre 2018

MAMMA, MI MANCHI DA MORIRE


MI MANCHI DA MORIRE




Il tuo respiro, mamma, mi ha accompagnato per tutta la vita e il tuo respiro artificiale mentre eri attaccata al macchinario nel reparto di rianimazione è stato l’ultimo che ho sentito.
I tuoi occhi verdi come i miei, mamma mi hanno accompagnato per tutta la vita, ma in quel letto, col sangue seccato sulle ferite in viso tu non li hai più aperti ed io non li ho rivisti.
Le tue mani calde, mamma mi hanno accompagnato per tutta la vita ma in quel letto di morte io non le ho più potute toccare.
Il tuo sorriso, mamma mi ha accompagnato per tutta la vita ma in quel silenzio artificiale si è spento con te.
Le tue carezze mamma, così rare e pudiche sono rimaste impresse nella mia Anima come doni speciali, per questo, mentre tu eri incosciente e già andata oltre la vita terrena io ti ho accarezzato sulla spalla, unico punto che riuscivo a raggiungere.
La tua presenza, mamma che a volte mi disturbava ora vorrei ritrovarla per dirti semplicemente che MI MANCHI DA MORIRE.
E il nostro ultimo ricordo felice, del tuo ultimo giorno su questa Terra non mi abbandonerà mai, era come avessimo saputo che era l’ultimo da passare insieme. Ora sei nel mio cuore, nei miei pensieri ed è quasi un anno (ora già quattro anni) che riempi i miei occhi di lacrime trattenute. Avevi ragione a dire alle tue figlie che ti avremmo capita quando non ci saresti più stata. Ora lo so e MI MANCHI DA MORIRE.
Ora lo so: l’Amore di una madre e di una figlia non finisce con la morte, non finisce mai l’Amore incatenato all’Anima, rimane sospeso in attesa di quello che verrà.
MI MANCHI DA MORIRE.
Tua figlia

foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

sabato 3 novembre 2018

IRINA



IRINA 

P. SEI




Erano le ventitré e trenta quando il treno fermò alla stazione dove sarebbe scesa. Una leggera pioggerella rendeva tutto più dolce. Un uomo alto e magro con un grande ombrello nero la stava aspettando. La zia le aveva mandato il suo autista di fiducia. Bentornata signora Olga, buon Natale. Le disse l’uomo con un sorriso mentre l’accompagnava all’auto portandole la valigia. Grazie Antonio, buon Natale anche a lei, e grazie per essere venuto a quest’ora. Le rispose gentilmente.
Si metta comoda, signora, non impiegheremo più di un’ora ad arrivare dalla signora Letizia, non c’è molto traffico a quest’ora. Mise in moto e partirono mentre la pioggia batteva sui vetri e sembrava cantare una canzone di Natale.
Puntuali, arrivarono alla tenuta della zia Letizia un’ora dopo e la vecchia e arzilla signora la stava aspettando. Salutarono Antonio e lo lasciarono libero.
Se non fossi così felice di vederti ti picchierei! Le disse la zia mentre l’abbracciava. Olga rideva e la stringeva. Ora son qui, e rimarrò a lungo, non è questo quello che conta? E raggiunsero la grande cucina per uno spuntino.
Erano le due di notte quando ognuna si ritirò nella propria camera.
Olga era stanca ma non riusciva a dormire. Da tanto tempo soffriva d’insonnia e i ricordi non l’abbandonavano mai. Era stato proprio lì, in quella stanza, coccolata dalle amorevoli cure della zia che aveva trascorso i successi tre anni dal fatto che le aveva stravolto la vita. Era Natale, e questo le faceva sentire ancora di più il suo dolore. Lacrime da troppo tempo trattenute le bagnarono guance e cuscino, poi, finalmente si addormentò.
Passò il Natale e anche l’Epifania. Olga aveva trascorso con la zia un periodo rilassante. Erano state a teatro e avevano rivisto vecchie amicizie. Zia Letizia era l’ultima parente che le era rimasta e non era nemmeno la sua vera zia, ma quello non contava.
Il dieci gennaio avrebbero festeggiato insieme gli ottanta anni della vecchietta, poi sarebbe ripartita, lo sapevano entrambe.
I bagagli erano pronti e Antonio l’aspettava per portarla alla stazione.
Abbi cura di te, mia cara. Le disse la zia con le lacrime agli occhi. Ricorda che qui sei sempre la benvenuta, è casa tua. Olga la tenne stretta cercando di non emozionarsi troppo. Lo so, zia Letizia e ti prometto che tornerò presto. Ti voglio un mondo di bene. Le baciò le scarne guance e raggiunse l’auto che già aveva il motore acceso.
Era il venti di gennaio quando Irina tornò nel bilocale. Accese subito il riscaldamento e sistemò le sue cose. Era pomeriggio e fuori nevicava, non aveva voglia di uscire. Si preparò un panino con quello che si era portata e accese lo stereo con la sua musica preferita. Il giorno dopo avrebbe saputo quello che voleva.
Il bar di Giada aveva ancora le luci colorate accese quando varcò la soglia. La barista l’accolse con un grande sorriso. Lei prese posto al solito tavolino e aspettò che la donna le servisse la colazione.
Giada si sedette di fronte a lei con lo sguardo stralunato. Qualcosa non va, mia cara? Le chiese gentilmente mentre sorbiva il cappuccino. E’ successa una disgrazia tremenda! Un gravissimo incidente al signor Lorenzo, pochi giorni prima di Natale!  Non stava più nella pelle dalla voglia di raccontarle l’accaduto.
Irina sgranò gli occhi, stavolta era sinceramente interessata al racconto. Mentre tornava dal lavoro ha perso il controllo dell’auto ed è caduto da un cavalcavia. Aveva la voce che le tremava. E’ morto? Chiese Irina. Peggio! Le rispose l’altra. Sono riusciti a salvarlo ma è ridotto ad un vegetale, dicono che non si riprenderà più. Lo sposteranno presto in una struttura in Romagna dove rimarrà finchè la sua famiglia avrà i soldi per pagare. E’ terribile!
Irina assimilava queste informazioni. Era soddisfatta del risultato ottenuto e molto felice che non fossero serviti altri tentativi, finalmente la fortuna era girata anche dalla sua parte. E’ davvero terribile! Rispose alla barista. Non ne sapevo niente. Sono dispiaciuta. Non lo conoscevo ma so che aveva una famiglia e questi sono dispiaceri. Aggiunse posando la sua mano su quella dell’altra.
Prima la famiglia di Luca che se ne è andata, poi quella di Lorenzo che se ne sta andando, sembra quasi una maledizione. Troppi avvenimenti in questo piccolo paese, e tutti così ravvicinati. Speriamo che sia finita. Aggiunse mentre si alzava per servire un cliente.
Irina aprì il portatile e cercò le notizie che riguardavano l’incidente.
Ce n’erano in abbondanza di articoli, era un personaggio influente e un grande professionista e le indagini non erano ancora terminate ma la dinamica era chiara: aveva perso il controllo per l’asfalto viscido, e questo lo avevano dichiarato anche gli automobilisti che avevano assistito all’incidente.
Nessuno avrebbe mai saputo la verità, e nemmeno lei avrebbe mai conosciuto fino in fondo com’erano andate le cose. Di come quel piccolo alberello fosse volato fuori dal finestrino rotto e caduto nei rovi che costeggiavano i binari, coperto da un cumulo di neve sarebbe diventato spazzatura nella spazzatura che troppi incivili buttavano proprio lì. E di come la schiuma sparsa dai vigili del fuoco per paura che l’auto si incendiasse aveva cancellato ogni traccia del liquido maleodorante.
Rimase ancora un po’ con Giada, poi uscì per la spesa e si ritirò nel suo bilocale: era soddisfatta ma il macigno che aveva sul cuore ancora non si era smosso. Ora tocca a voi, Riccardo e Lora. E alzò il volume della musica.

immagine dal web- diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

venerdì 2 novembre 2018

IRINA



IRINA

P. CINQUE




Mancavano tre giorni al Natale, era il momento di agire. Non aveva la certezza che il suo piano andasse a buon fine, ma non importava, se non ci fosse riuscita al primo tentativo avrebbe provato e riprovato fino a quando non avesse ottenuto il risultato che voleva.
I fogli del suo notes li aveva bruciati. Era primo pomeriggio e la neve caduta si era ghiacciata sulle strade che erano state ricoperte di sale. In città si viaggiava piuttosto bene ma fuori del centro abitato non era proprio così.
Il parcheggio sotterraneo della società aveva due uscite di sicurezza, una delle quali era usata dal personale delle pulizie che ogni tardo pomeriggio prendeva servizio. Gli addetti entravano alle diciotto.
Irina si era procurata una divisa, l’aveva imbottita per camuffare il suo fisico, indossato una cuffia e guanti di lana. Aspettò con pazienza che gli inservienti entrassero e si intrufolò fra di loro. Nascondersi non era difficile e aspettò che quelli prendessero i loro arnesi e salissero con l’ascensore. Sapeva che c’erano delle telecamere e cercò, per quanto poteva di evitarle.
Raggiunse il SUV di Lorenzo, era fortunata in quanto era nascosto dalla parete dove lei poteva muoversi. Silenziosa tolse dalla borsa due fialette di liquido puzzolente, quello che i ragazzini usano nelle feste e lo versò su tutta la base del cofano, facendolo penetrare nella fessura davanti al parabrezza. Prese una busta e la infilò sotto i tergicristalli. Rimase solo un attimo ad osservare, poi con estrema disinvoltura uscì da dove era entrata.
Nascosta in un punto scuro del parco si tolse il camuffamento e lo buttò nel bidone che aveva preparato, diede fuoco a tutto e se ne andò senza voltarsi indietro.
Raggiunse la sua stanza e recuperò i suoi bagagli. Il taxi l’aspettava per portarla alla stazione.
Salì sul treno che l’avrebbe portata in Toscana, dalla sua unica parente ancora in vita e si rilassò nel caldo dello scompartimento di prima classe che aveva prenotato.
Erano le diciannove quando Lorenzo scese al parcheggio. Finalmente aveva terminato il suo progetto e poteva partire per la montagna con la famiglia per le vacanze di Natale.
Fu sorpreso di vedere la busta. L’aprì e sorrise. Un piccolo arbre magic azzurro con tanti cuoricini disegnati a penna era chiuso in un involucro trasparente. Si chiese chi fosse la ragazza che glielo aveva lasciato, sicuramente Gioia, l’ultima fiamma che si era portato a letto. Sempre sorridendo posò la valigetta sul sedile accanto al suo e vi mise sopra l’alberello. Lo avrebbe gettato non appena fosse uscito dalla città.
La neve aveva ricominciato a cadere e il traffico era molto rallentato. Lorenzo cominciò a sentire un cattivo odore provenire dalla ventola dell’aria calda, abbassò il finestrino ma la neve entrava come un piccolo vortice. Si ricordò dell’arbre magic e lo scartò al primo semaforo rosso. Lo appese aspettando di poter respirare l’aroma che Gioia di sicuro ci aveva messo.
Ci vollero altri venti minuti prima di uscire dalla città e prendere la strada che ormai conosceva molto bene. Era contento, aveva avuto un anno pieno di soddisfazioni sotto tutti i punti di vista. Alzò lo sguardo sull’alberello e si accorse di avere le palpebre pesanti e uno strano malessere. Faticava a respirare, abbassò il finestrino e potè riprendere fiato. La strada era sdrucciolevole, e i suoi sensi erano intorpiditi. Non si rese nemmeno conto quando perse il controllo dell’auto. Il breve cavalcavia che sovrastava i vecchi binari morti della ferrovia fu l’ultima cosa che vide prima di precipitare di sotto.
Gli automobilisti chiamarono tempestivamente i soccorsi che giunsero a tempo di record, ma servirono i vigili del fuoco per estrarlo dall’abitacolo.
E mentre tutto questo succedeva Irina leggeva un libro sul treno che la portava a destinazione.
L’ambulanza correva a sirene spiegate verso l’ospedale. Lorenzo era privo di conoscenza ma ancora vivo. Lo portarono direttamente in sala operatoria mentre la polizia cercava i documenti per avvisare i parenti.
Il treno faceva poche fermate. Irina aveva la testa appoggiata allo schienale e teneva gli occhi chiusi. A quell’ora qualcosa doveva essere successo ma lei non avrebbe fatto proprio niente per cercare informazioni. Non era una sciocca. La tenuta che la vecchia zia aveva nelle campagne toscane era un ottimo rifugio e lei intendeva isolarsi dal resto del mondo. Non erano stati facili gli ultimi mesi e ancora non aveva finito, doveva pensare a come sistemare Riccardo e sua moglie Lora, soprattutto lei!

immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

giovedì 1 novembre 2018

IRINA


IRINA

P. QUATTRO






Fu una giornata movimentata per il piccolo paese. Le auto con le sirene e i lampeggianti accesi sfrecciavano per le vie sostando davanti al municipio. Ormai tutti sapevano quello che era successo e non se ne capacitavano. In molti erano al corrente di quello che succedeva nel parcheggio del cimitero ma nessuno avrebbe mai immaginato che Luca fosse uno dei frequentatori.
Irina si comportò come faceva ogni giorno e aspettò il mattino successivo per andare al solito bar.
Anche il viso di Giada era stravolto, le portò la colazione e le si sedette di fronte.
C’è qualche novità? Le chiese Irina.
Lo hanno portato via, gli faranno l’autopsia ma è pensiero comune che si sia incontrato con qualcuno o qualcuna e che la cosa sia degenerata. Chi l’avrebbe mai pensato che fosse un frequentatore di quel posto, che avesse certi vizi. Mi dispiace molto per sua moglie e per sua figlia, mi hanno detto che sono partite, credo che abbiano raggiunto la casa dei genitori di lei. Sarà piena di vergona, povera donna! Giada non riusciva a capacitarsi.
Io l’ho conosciuto quel pomeriggio che mi ha accompagnata a casa, quando mi sono fatta male alla caviglia. Era proprio un gran signore, molto gentile, ma poi non l’ho più visto. Disse gentilmente a Giada.
Entrarono degli avventori e la barista tornò a fare il suo lavoro.
Nei giorni successivi le chiacchiere non si arrestarono, ognuno aveva qualcosa da dire o da aggiungere ma nessuno lo diceva ad alta voce, come se commettessero peccato al solo esprimere quello che era evidente. Bisognava fare qualcosa per quel posto, anche il parcheggio del cimitero era sacro e non poteva essere usato così.
Passarono due settimane prima che il clamore si allentasse. I carabinieri avevano fatto i loro rilievi, avevano ispezionato l’auto ma non avevano trovato niente che potesse portare a qualcosa.
Il Natale si stava avvicinando e gli addobbi coloravano vetrine e strade.
Irina non si faceva sfuggire niente, Giada era un’ottima conversatrice e quella mattina di metà dicembre la stava aspettando. Avevano cominciato a parlare più spesso, lei si fermava di più al bar con il suo computer e quando la barista aveva tempo la raggiungeva e scambiavano commenti.
Ho saputo una novità! Esordì Giada. Dall’autopsia è emerso che oltre ad essere ubriaco era anche drogato e che la droga era tagliata male, è quello che lo ha ucciso, e che aveva avuto rapporti sessuali prima di morire. La donna aveva gli occhi spalancati.
Irina beveva il suo cappuccino e l’ascoltava attentamente. Anche qui c’è il problema della droga? Chiese. Io non ne avevo mai sentito parlare. Le rispose la barista.
Passò la mattinata al bar e prima di andarsene Irina disse alla barista: domani parto, passerò le feste di Natale con alcuni parenti. Ci rivediamo dopo capo d’anno. Intanto le faccio tanti auguri di buone feste e che l’anno nuovo sia migliore. Saluti sua sorella Lucia da parte mia.
Sulla corriera che la portava in città, Irina ripensava a quello che aveva fatto. Non aveva il minimo rimorso e la stretta che aveva sul cuore non si era allentata di un millimetro. Nessuno poteva cancellare quello che le era successo ma lei poteva trovare un po’ di giustizia con quello che aveva fatto che avrebbe fatto.
Ci volle quasi un’ora per raggiungere la città. Aveva prenotato in un piccolo albergo, doveva mettere a punto il piano per sistemare Lorenzo, era in quella città che lavorava e le feste di Natale le avevano dato un ottimo pretesto anche per passare inosservata in mezzo a tanta gente che andava di fretta e che non si curava di altri.
Si sistemò nella stanza e uscì, il cappello imbottito e la lunga giacca a vento la rendevano irriconoscibile, gli occhiali grandi e scuri facevano il resto.
Aveva ben studiato la piantina della città e sapeva bene come muoversi. Prese il tram e scese dopo due fermate. Un grande palazzo si innalzava con le sue vetrate splendenti e la grande scritta col nome della società che si illuminava a intermittenza con le luci colorate del Natale.
Passeggiò lì vicino, osservò ogni entrata e quando vide quello che cercava tornò indietro, non voleva destare sospetti visto che all’entrata c’erano alla reception tre guardie davanti a vari monitor e due signorine impegnate ai computer. Era la più grande società della città e Lorenzo lavorava lì. Toccava a lui.
Irina cercò di godersi, per quanto poteva quei giorni di festa. Osservava i bambini felici e i loro genitori. Aveva il cuore che le sanguinava mentre li guardava.
Raggiunse uno dei parchi della città, tanti alberi avevano le luci colorate accese. Faceva molto freddo ma lei non se ne accorgeva. Si sedette su una panchina aspettando che i ricordi la lasciassero libera di concentrarsi su quello che doveva fare. Aprì la borsa e prese un piccolo notes, iniziò a leggere i vari appunti che vi aveva annotato, doveva impararli a memoria per poi bruciare i fogli. Si immerse nello studio di quegli scarabocchi fino a quando il suo stomaco cominciò a reclamare qualcosa di solido.
Rimise il notes nella borsa e si alzò accorgendosi che il crepuscolo era sceso già da tempo. Raggiunse il piccolo albergo e si preparò per uscire, lì vicino c’era una pizzeria e faceva proprio al caso suo.

immagine dal web diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti