martedì 11 dicembre 2018

AGHATA


AGHATA

P. NOVE





E le giornate ripresero il loro solito ritmo.
Aghata riprese il suo lavoro e la ragazza che aveva dovuto sostituirla la rimproverò dicendo che non poteva sostituire una sguattera, lei era una aiutante cuoca.
Nel suo angolo in cucina, osservava le altre ragazze che confabulavano sottovoce, ridacchiavano. Anche Sofia era cambiata, si era allontanata e spesso di sera usciva e rientrava a notte fonda.
Passarono alcuni giorni e una mattina la governante si presentò in cucina. Tu, alzati e vieni con me. Le ragazze erano imbambolate mentre Aghata si alzava e si puliva le mani nel grembiule. Tu, prendi il suo posto. Disse a Sofia, e uscirono seguite dagli sguardi attoniti di tutte.
La governante condusse la ragazza nel grande guardaroba della servitù. Scelse una divisa pulita da cameriera, e le disse di darsi una ripulita, lady Lucy voleva vederla.
Aghata non sapeva cosa aspettarsi mentre si preparava, ma la sua indole la manteneva serena e calma. Miss Lorel, senza mai aprire bocca la condusse per vari corridoi e e stanze bellissime, gli occhi della ragazza si beavano di tanta bellezza. Arrivarono davanti ad una porta e la governante bussò. Attese, poi aprì la porta e cedette il passo alla ragazza senza mai alzare lo sguardo su di lei, lasciandola entrare da sola.
Entra, ragazzina, accomodati. Le disse la signora. Aghata prese posto su una poltroncina ricamata di fronte alla donna che vestiva un abito elegante e gioielli splendenti.
Nei pochi giorni trascorsi dal loro incontro, lady Lucy aveva fatto di tutto per scoprire se fra quella ragazzina piuttosto piacevole e sir Cortan ci fosse qualcosa, ma non era riuscita a scoprire niente. Da tempo voleva vendicarsi dell’uomo più fidato di suo marito, lo aveva irretito in tutti i modi possibili per portarselo a letto, voleva sbattere in faccia al signore del palazzo la sua vendetta, voleva umiliare l’uomo che la umiliava e giacere col suo più ascoltato consigliere sarebbe stato un bello smacco.
Una cameriera servì loro tè e dolci. La donna osservava la ragazza e quello che vedeva la indisponeva sempre di più. Era giovane, e doveva ammetterlo anche molto bella. Aveva dalla sua l’ingenuità e la dolcezza della purezza. Si chiese cosa ci fosse di diverso dalle tante altre ragazze che erano passate a palazzo e che mai avevano interessato sir Cortan, doveva scoprirlo assolutamente e usarlo contro di lui.
Decise di fare la carina, doveva conquistarla se voleva ottenere il suo scopo.
Come ti trovi col tuo lavoro? Le chiese mentre sorseggiava il tè. Aghata, alzò lo sguardo e osservò per la prima volta gli occhi di quella donna. Impallidì, quello che lesse in quel lasso impercettibile di tempo la lasciò senza fiato: quella era una donna pericolosa, malefica e senza scrupoli. Mi trovo bene, è un lavoro duro ma faccio il mio dovere. Rispose quasi bisbigliando. E non ne vorresti uno migliore? Insistette l’altra. Non so fare niente, e sono vicina alle mie compagne.
Rimasero in silenzio. Aghata riusciva a percepire i pensieri dell’altra e sperò che la congedasse in fretta, sentiva un gelo incredibile a restarle vicina.
Lady Lucy posò la tazza. Ho deciso, da domani prenderai servizio fra le mie cameriere personali, verrai istruita da miss Lorel su quello che mi aspetto da chi mi serve. Ora puoi andare, domani mattina la governante si prenderà cura di te. E la congedò con un ambiguo e falso sorriso.
Aghata si alzò e fece un inchino prima di allontanarsi, non vedeva l’ora di tornare a respirare aria pura, perfino in cucina era meglio che stare vicino a quella donna. Aveva una grande tristezza, sapeva che non avrebbe potuto parlare con nessuno, doveva solo fare molta attenzione o sir Cortan, lei stessa e forse qualcun altro avrebbe avuto serie difficoltà e problemi.
Raggiunse il suo posto in cucina e Sofia la accolse in malo modo. Non so cosa ti stia succedendo ma questo è il tuo posto e nessuna di noi vuole sostituirti, sei proprio una pessima amica. E raggiunse le altre mettendosi a parlottare e bisbigliare.
Aghata riprese il suo lavoro, nemmeno alla sua compagna e amica avrebbe potuto confidare quello che le stava succedendo. Si era accorta che era lasciata in disparte da tutte e che la consideravano una poveraccia, chissà come avrebbero preso il cambiamento che dal giorno dopo avrebbero visto.
Le due compagne erano entrambe nella loro stanza e il buio era già sceso da tempo. Aghata cercava il coraggio di parlare a Sofia di quello che sarebbe avvenuto il giorno dopo, ma l’altra si era preparata per uscire e non degnava di un cenno la sua compagna di stanza. Non la sentì quando rientrò.
La campanella della sveglia rimbombava in tutto il piano dei servitori. Sofia, sbadigliando si vestì pronta per il suo lavoro. Vedendo che l’altra non si muoveva si inalberò. Non mi dirai che stai male anche oggi! Datti da fare e preparati. Poi lo sguardo le cadde sulla divisa pronta per essere indossata da Aghata e spalancò gli occhi. Cosa significa? Disse puntando il dito agli indumenti.
Oggi inizio un nuovo lavoro. Te l’avrei detto prima se tu mi avessi dato il tempo per farlo. Rispose Aghata.
Sofia trattenne a stento la rabbia e l’invidia, ma si vedeva bene quanto le costasse non sbottare contro la sua amica. Vattene pure, non sentiremo di certo la tua stupida mancanza! E uscì di corsa a raccontare tutto alle sue nuove amiche.
Aghata si vestì della nuova divisa con la morte nel cuore, sapeva che doveva tenere tutto per sé, non aveva amici in quel posto ma molti, molti nemici.


 Illustrazione di Donatella Casiraghi - diritti e proprietà di Milena Ziletti

lunedì 10 dicembre 2018

AGHATA


AGHATA

P. OTTO






I lavori a palazzo non si fermavano mai. Le serve erano sempre troppo occupate ma trovavano comunque il tempo per spettegolare e amoreggiare con i loro compagni di fatica. Molte coppie si formavano e altrettante si disfavano, non c’era verso di fermare questa giostra di amori e amoreggiamenti.
Le ragazze tornavano raramente a casa, due volte al mese quando erano fortunate. Sarebbero rimaste per tre anni a servizio a palazzo, poi potevano scegliere se ritornare in famiglia o rimanere, ma quasi sempre se ne andavano da quel posto, chi per sposare l’amore che vi aveva trovato o per tornare dai genitori, per questo c’era sempre bisogno di braccia giovani. La speranza di quel popolo così laborioso e timorato di Dio era che nessuna richiesta venisse fatta per almeno due anni.
Aghata aveva sperato di poter lavorare all’aperto ma la sua richiesta, fino a quel momento era rimasta inascoltata. Rimaneva nel suo angolo a pulire e lustrare ogni genere di suppellettile e, se non fosse stato per le briciole di burro che riusciva a rubare e qualche scaglia di sapone le sue mani sarebbero state completamente rovinate.
Lavorava e guardava le altre ragazze intente a pulire verdure e piccoli animali. Spesso le invidiava, perché quando la cuoca non era presente potevano parlare fra di loro e spesso le vedeva ridere. Sofia si era fatta alcune amiche e la stavano trascinando nelle loro storie, avevano scoperto i ragazzi, ciò che a casa loro sarebbe stato proibito dai genitori. Pur nell’assurdo della situazione qui a palazzo si sentivano più libere e più grandi.
Aprile era trascorso e Aghata si trovava spesso a guardare il cielo dalla piccola finestra che aveva in alto di fronte al suo posto di lavoro. Pensava a quando era bella la natura che si stava risvegliando, agli uccelli che avrebbero ripreso il loro canto e ai loro piccoli coraggiosi che avrebbero imparato a volare. Alle marmotte che si sarebbero svegliate, agli scoiattoli che avrebbero animato il bosco con i loro saltelli. Le mancava tutto questo, le mancava il respiro del mare e le onde che bisbigliavano direttamente al suo cuore. Si ritrovò con le guance bagnate di lacrime, questa non era la sua vita, lei voleva respirare l’aria salmastra e non i vapori spesso nauseabondi di cibi e verdure in cottura. A forza di stare in cucina, circondata da ogni sorta di aromi e odori aveva perso l’appetito. Era dimagrita e il suo bel viso si era assottigliato, prendendo una colorazione malsana. Sofia, tutta presa dalle sue nuove amicizie e da un servo giovane e bello non si accorgeva di niente. Aghata rimaneva spesso sola, non parlava con nessuno e gli unici momenti liberi li trascorreva passeggiando in un angolo dell’immenso parco, l’unico dove erano ammessi i servi.
Sentì il capogiro che spesso ultimamente la coglieva arrivarle come un’onda che la fece barcollare, non si accorse nemmeno di cadere svenuta.
Si risvegliò nel lettuccio della sua stanza, era sola e non sapeva come ci fosse arrivata. Si ritrovò ad asciugarsi altre lacrime e non era da lei quel modo di comportarsi, ma le mancava troppo la sua libertà.
Sentì bussare ed entrò una serva con del cibo e un catino di acqua tiepida. Era una donna non più giovane che l’aiutò a mettersi seduta. Ho ordine tassativo di farti mangiare, non me ne andrò fino a quando non avrai terminato ogni cosa che c’è sul vassoio. Aghata non aveva assolutamente voglia di mangiare ma assaggiò quel cibo davvero delizioso e riuscì a inghiottire qualcosa. Lei è molto gentile. Disse alla donna che stava raccogliendo i resti per andarsene. Non deve ringraziare me ma sir Cortan, ha dato ordini tassativi per la sua ripresa. E’ esentata dai lavori per almeno una settimana e domani mattina verrò ad aiutarla, sono a sua disposizione per i prossimi giorni. Questi sono gli ordini che ho ricevuto. Uscì lasciando Aghata esterrefatta.
I giorni successivi, la donna, che si chiamava Ester li dedicò alla ragazza, la costringeva a nutrirsi, l’accompagnava in brevi passeggiate nel parco così che il colorito riprendeva a colorare le sue deliziose guance. Non parlavano molto fra di loro, Aghata avrebbe voluto chiedere notizie ma aveva capito che da quella donna non avrebbe ottenuto niente. Era l’ultimo giorno che avrebbero passato insieme, Aghata era pronta per riprendere il suo lavoro e cercava di farsi forza dicendosi che non sarebbe durato per sempre.
Ester e Aghata erano sedute, silenziose quando sentirono dei passi e sir Cortan le raggiunse. La cameriera si allontanò e li lasciò soli.
Vedo che si è ripresa, miss Aghata. Disse l’uomo.
 Devo ringraziare lei per il trattamento che ho ricevuto. Ora sono pronta per tornare al lavoro e per ripagare quello che mi ha elargito. Aghata non osava alzare lo sguardo. L’uomo le si sedette accanto ben attento a non sfiorarla. Rimasero alcuni minuti in silenzio, poi lui si decise a parlare. Miss Aghata, vorrei che lei capisse che questo posto non è adatto alle fanciulle come lei e, finchè sta in cucina è al sicuro, il palazzo è pericoloso. Ci fu rumore di passi e si girarono per vedere chi stava arrivando, pensavano fosse un servo visto che il luogo era loro adibito e furono stupiti quando videro una bellissima donna.
Sir Cortan scattò in piedi e salutò la nuova arrivata. Lady Lucy, buon pomeriggio. Aghata ne aveva solo sentito parlare in cucina ed ora che la vedeva di persona si accorse che era ancora più bella di quanto la descrivessero. Lo sguardo della nuova arrivata passava dall’uno all’altra in cerca di dettagli che le facessero capire cosa c’era fra quei due. Si avvicinò alla ragazza. Chi è questa deliziosa fanciulla, sir Cortan?  Lui esitò in cerca della risposta giusta. E’ la sguattera di cucina, è stata male e sono venuto a sincerarmi che domani riprenda il proprio lavoro.
Lady Lucy alzò un sopracciglio e le sue labbra tirarono un sorriso ambiguo. Portatela da me, voglio conoscerla meglio. E se ne andò.

illustrazione di Donatella Casiraghi - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

domenica 9 dicembre 2018

COS'E' IL MARE


COS’E’ IL MARE




Andrò al mare in cerca di ispirazione. Acque limpide, calme che parlano di storie lontane.
Andrò al mare in cerca di avventure, su marosi tempestosi su velieri con capitani coraggiosi dalla barba incolta e sempre salata spruzzate delle onde. Navigherò con pirati e bucanieri armata della mia sciabola e col coltello fra i denti. Raccoglierò i capelli e fisserò i miei nemici prima di trafiggerli direttamente al cuore. Sarò la regina della ciurma e la donna del capitano che immancabilmente avrà occhi azzurri e denti bianchissimi. Mi stringerà fra le braccia dopo la battaglia vinta e dopo aver messo nella stiva il bottino rubato con tanto sudore e tanta fatica. La ciurma si ubriacherà mentre nella nostra cabina faremo selvaggiamente all’amore al lume di candele tremolanti per la tempesta in arrivo.
Il veliero sbatterà le vele e il vento le squarcerà prima che vengano legate. Il mio capitano dovrà raggiungere i suoi uomini per dare gli ordini e superare la tempesta. Il bottino è al sicuro, verrà diviso secondo gli accordi presi con quella marmaglia ancora piena di voglia di combattere.
La tempesta passata lascia un mare limpido e tranquillo dove alcuni delfini seguono la scia e cantano guardandomi mentre mi sporgo verso di loro.
Due braccia forti e un odore di salsedine che tanto ben conosco mi stringono e un bacio sul collo mi prude con la barba. Il mio bel capitano non si scorda mai della sua donna coraggiosa e non si vergogna di abbracciarla davanti ai suoi uomini. Lei ha combattuto insieme a loro, ha ucciso i nemici e merita rispetto, non indossa abiti dalle lunghe gonne ma calzoni larghi e sformati uguali a tutti loro. E allora cos’è che la rende tanto attraente agli occhi di quel bel capitano che potrebbe avere tutte le donne che vuole ogni volta che approda in un porto?
Non la bellezza (che pure non manca), non il coraggio (che pure non manca) ma il rispetto e l’attrazione che fa di un amore una storia infinita.
Urrà per il capitano e la sua donna. Urrà per il bottino. Urrà per il prossimo arrembaggio e la prossima battaglia che già infiamma il sangue di tutto l’equipaggio.

illustrazione dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

sabato 8 dicembre 2018

AGHATA


AGHATA

P. SETTE







Aveva sedici anni e si era fatto uomo, ben diverso dal ragazzino magro che si era presentato al capo delle guardie. Ora era diventato esperto nell’arte militare, nessuno come lui sapeva maneggiare la spada, o l’arco o il pugnale, inoltre aveva una muscolatura possente nonostante avesse mantenuto il fisico così asciutto da sembrare ancora troppo magro. E cosa di cui nessuno si era accorto: aveva una mente e un ingegno davvero fuori dal comune.
Chiese udienza al lord. Il capo delle guardie gli era al fianco quando Cortan si presentò. Il ragazzo rimase in silenzio. Hai chiesto udienza, cosa vuoi? Il lord non era molto ben disposto quel giorno. Cortan non esitò a rispondere. Voglio diventare il capo delle guardie. I due uomini si scambiarono uno sguardo e si misero a ridere. Il giovane li lasciò sfogare poi riprese la parola. Nel regolamento del castello esiste una clausola che stabilisce che chiunque può sfidare il capo delle guardie e chiederne il posto, è stato firmato dal lord suo padre in persona, ed io sono venuto a lanciare la mia sfida. I due uomini smisero di ridere e si fecero seri. Il capo delle guardie raggiunse Cortan, sfoderò la spada e gliela puntò alla gola. Come osi pidocchio insolente! Ti ho accolto quando sembravi un cane rognoso senza casa e tu mi ripaghi in questo modo. Alzò la spada per ucciderlo ma il lord, con un ordine secco lo fermò.
Quello che dice il ragazzo è vero, fu mio padre a scrivere quella regola ed io la rispetterò, non avrai paura di un ragazzino! Se così fosse significa che non sei più adatto a ricoprire il tuo ruolo. Si pronunciò il lord.
Io non temo questo moccioso, stabilisci il giorno e l’ora della sfida ed io lo farò a pezzi! Grugnì il capo delle guardie.
Si sfidarono davanti a tutti, prima con arco e frecce, poi col pugnale a infine con la spada e la lotta corpo a corpo. Fu un duello lungo e faticoso ma, alla fine Cortan vinse tutte le sfide. Il capo delle guardie era ansimante a terra mentre Cortan gli teneva la spada puntata alla gola. Aveva umiliato il capo delle guardie e il decreto del vecchio lord stabiliva che ora fosse lui a prenderne il posto. Il lord si alzò e decretò la vittoria di Cortan. Il giovane rinfoderò la spada, la sfida era finita ma il capo, accecato dalla rabbia prese il suo pugnale e lo ferì al volto. Nessuno si aspettava un gesto così ripugnante dall’uomo che avevano sempre considerato il loro capo indiscusso. Cortan fu portato via a braccia mentre il capo delle guardie veniva arrestato e portato in cella.
Furono i guaritori del lord a prendersi cura di lui, lo guarirono ma rimase per sempre sfigurato. Il suo lord gli fece visita e gli consegnò il comando delle guardie, imparò ad apprezzarne il valore e i consigli, era rimasto un uomo di saldi principi e prese il posto del suo predecessore apportando le modifiche che aveva sempre pensato. Il vecchio capo delle guardie venne impiccato per disonore e il suo corpo fu lasciato marcire all’aperto come monito per chiunque avesse qualche pensiero di vendetta.
Ma c’era anche un’altra cosa che nessuno sapeva: la vista della violenza subita dalla sorella lo aveva talmente scioccato che ogni volta che si avvicinava ad una ragazza riviveva la scena e non riusciva nemmeno a toccarla, per questo stava lontano dalle femmine, nessuno doveva sapere.
Si chiese come la vista di quella fanciulla gli avesse riportato alla mente tutto questo, era da tempo che lo aveva soffocato in un angolo della sua mente, che voleva dimenticare, ma quel viso e quello sguardo lo avevano turbato più di quanto volesse ammettere, per questo l’aveva relegata nel lavoro più umile, per tenerla lontana dalle tentazioni degli uomini del castello e del lord, sapeva quanto lady Lucy fosse terribile con le belle ragazze.
Il dovere lo aspettava e risalì a cavallo cercando di non pensare a quello che era stato il passato e nemmeno alla fanciulla.
Aprile stava passando con sole tiepido e brevi acquazzoni. Le ragazze si erano adatte nel bene e nel male ai loro lavori. I grandi giardini del castello avevano bisogno di giardinieri per riportarli al loro splendore, la natura avrebbe fatto il suo corso, come sempre.
Aghata passava in un piccolo parco ancora bruciato dal gelo tutti i suoi momenti liberi, avrebbe tanto desiderato poter lavorare all’aria aperta invece che in cucina. Era intenta ad osservare un uccellino posato su un rovo lì vicino e non aveva sentito i passi di sir Cortan che si avvicinava.
L’uomo, stranamente quando si trovava nei paraggi della ragazza si sentiva inquieto e timido e non erano sensazioni adatte al capo delle guardie. Aghata si sentì osservata e si voltò. Lo riconobbe e gli sorrise. Fu come se la primavera fosse sbocciata davanti all’uomo, sensazioni che non conosceva gli si mescolarono di dentro, le fece un cenno di inchino e si allontanò.
Sir Cortan, la prego non se ne vada. Lo supplicò la ragazza. Anche la sua voce era dolce e molto simile a quella di sua sorella. Un tuffo al cuore gli fece ritornare il dolore mai sopito di quel tragico pomeriggio, si controllò e ritornò sui suoi passi.
Cosa posso fare per lei, miss Aghata? La ragazza si stupì che ricordasse il suo nome, così prese maggior coraggio per fare la sua richiesta.
Sir Cortan mi piacerebbe lavorare nei giardini del palazzo, pensa che sia possibile? Mi sto distruggendo in cucina, amo stare all’aria aperta e la primavera già si sente nell’aria e mi sto perdendo la rinascita della natura, se possibile vorrei lavorare coi giardinieri. Aveva osato troppo? Oramai lo aveva fatto, abbassò il viso in attesa. Vedrò quello che posso fare, ma è pericoloso per una ragazzina stare qui fuori, ci sono molti pericoli, ogni genere di pericolo. La salutò e la lasciò tornare al suo lavoro.


illustrazione di Donatella Casiraghi - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

venerdì 7 dicembre 2018

AGHATA


AGHATA

P. SEI





La prima settimana era passata e non era stata piacevole per nessuna delle ragazze. Alcune di loro avevano le mani rovinate dai lavori che dovevano eseguire, altre avevano i segni del bastone sulla schiena. Sul carro che le riportava a casa per quel giorno soltanto, erano tutte in silenzio. Sofia aveva le mani quasi guarite e Aghata si era strofinata le unghie per togliere tutto lo sporco che vi si annidava, non sopportava il sudiciume.
Il carro era scortato da due guardie e, cosa alquanto inusuale anche da sir Cortan.
La piazza del villaggio era gremita da genitori che aspettavano le figlie che, appena scese dal carro volarono fra le loro braccia. Sofia e Aghata si salutarono.
Dovrete essere pronte a ripartire alle cinque esatte. Disse sir Cortan lasciando gli ordini anche alle due guardie e al cocchiere. Lanciò un ultimo sguardo alla folla poi girò il cavallo e se ne andò da solo.
Arian e Goran guardavano trepidanti la loro figlia e, non riscontrando niente di anomalo almeno all’apparenza, tirarono un sospiro di sollievo e si avviarono verso casa mentre Book saltava abbaiando sul carro in braccio alla sua padroncina. E’ andato tutto bene, non datevi pensiero. Disse loro Aghata e si godettero quel giorno che sapevano sarebbe passato troppo velocemente.
Sir Cortan cavalcava tranquillo verso il castello mentre i suoi pensieri andavano lontani nel tempo. Al ruscello fermò il cavallo e scese legando l’animale ad un vecchio albero spoglio. Guardava l’acqua che scorreva, era ancora un rigagnolo ma presto sarebbe diventata più irruente. Si appoggiò all’albero cercando di scacciare i pensieri che aveva nella mente, ma non ci riuscì.
Qualcosa gli era scattato nell’intimo quando aveva osservato Aghata. Non poteva mentire a se stesso, quella ragazza gli aveva trasmesso qualcosa e gli erano riaffiorati alla mente i ricordi di tutta una vita.
Aveva cinque anni quando dei malviventi erano arrivati di notte per rubare i loro pochi beni e non avevano esitato a uccidere senza pietà sua madre e suo padre. Lui piangeva e urlava davanti a quello scempio mentre gli uomini ridevano e mettevano tutto sottosopra. Lo lasciarono piangente vicino al corpo dei suoi genitori quando se ne andarono. Rimase così per due giorni prima che qualcuno arrivasse e lo trovasse addormentato fra le braccia di sua madre morta. Fu portato da una famiglia di pastori che lo allevarono insieme alla loro unica figlia. Faticosamente si riprese e l’affetto di quella gente guarì almeno in parte il suo dolore.
 Cercò di scacciare i pensieri e il dolore che con essi lo trafiggeva ogni volta ma non ci fu verso di riuscirci.
 Aveva tredici anni quando successe. Era al pascolo con la sorella (così la considerava). Avevano la stessa età ed erano molto uniti. Arrivarono tre uomini a cavallo con le insegne del lord e quando videro la ragazzina si fermarono. Tutto accadde in fretta mentre Cortan si era allontanato in cerca di due agnelli che si erano persi. Sentì le urla di sua sorella e corse con quanto fiato aveva in gola ma, alla vista di quello che stava succedendo si bloccò. I tre uomini stavano abusando di lei e lui non riusciva a muovere un passo. La ragazzina piangeva, aveva smesso di urlare e sembrava non sentire più niente. Ci volle un po’ prima che quei bruti se ne andassero lasciandola ferita nel corpo e nell’anima e coi vestiti strappati. Gli occhi del ragazzo erano pieni di lacrime e solo quando la vide rialzarsi trovò la forza di raggiungerla. L’abbracciò forte e fu lei a consolarlo. Il ragazzo l’accompagnò al ruscello e l’aiutò a ripulirsi, a rifarsi la treccia. Si guardarono in viso e si scoprirono diversi da come si erano alzati quella mattina. Lui non si perdonò mai di non essere intervenuto in sua difesa anche se lei continuava a ripetergli che avrebbe messo a rischio la sua vita se lo avesse fatto, che aveva agito bene.
Passò un anno ma la sua vita era cambiata. Non riusciva a guardare sua sorella senza sentirsi un verme, così decise di andarsene. Aveva quattordici anni quando si presentò al castello, esattamente quindici anni prima, e chiese del capitano delle guardie. Fu sconvolto quando scoprì che era proprio uno di quelli che avevano abusato di sua sorella. Riuscì a mantenersi calmo e chiese di entrare a far parte del corpo delle guardie. Quello si mise a ridere davanti ad un ragazzino magro da sembrare un ramo secco e chiamò i suoi sottoposti per umiliarlo ancora di più. Ridevano di lui quegli uomini ma lui non demordeva e uno di loro, ridendo disse al suo capitano che lo avrebbero rosolato per bene, che lo avrebbero fatto diventare un uomo o lo avrebbero usato come una servetta.
Fu così che riuscì ad entrare in un contesto precluso ai contadini e ai pastori del luogo.
Si impegnò e lavorò duro per un anno intero mentre il suo corpo cambiava e si temprava dal duro allenamento e dal cibo buono che riusciva a rubare. Un altro anno gli servì per imparare a maneggiare la spada, l’arco con le frecce, il coltello e i pugni. Aveva molte ferite sia fisiche che nell’Anima, aveva sopportato di tutto ma non aveva permesso mai a nessuno di sfiorarlo nemmeno con un dito.
Erano passati due anni e non erano passati invano, era giunto il momento di reagire.

illustrazione di Donatella Casiraghi - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

giovedì 6 dicembre 2018

AGHATA


AGHATA

P.CINQUE





Le ragazze si sentivano spaesate in quell’ambiente. Abituate a piccole casupole ora si ritrovavano in un grande palazzo con stanze enormi e camini grandi come tutta la loro casa. C’era chi era addetta a portare la legna in ogni stanza, chi toglieva ogni giorno le lenzuola, chi lavava, chi cucinava, c’erano addette e addetti numerosi per ogni incombenza. Sofia aiutava la cuoca e Aghata svolgeva i lavori più umili: puliva grandi pentole e ogni tipo di accessorio, tutto doveva essere brillante e pulito in quanto la governante faceva spesso ispezioni a sorpresa. La cuoca veniva dalla città, come ogni responsabile di settore e dirigevano il loro piccolo pezzo di mondo con estrema severità dispensando punizioni anche corporali che facevano spesso piangere le fanciulle appena arrivate.
Il personale che serviva in quel posto già da un po’ di tempo aveva imparato a schivare punizioni e rimproveri, cosi che le colpe cadevano inesorabilmente sulle ultime arrivate. Anche la cuoca non era diversa, chiunque avesse un briciolo di potere lo esercitava sui sottoposti con estrema soddisfazione.
Sofia stava silenziosamente piangendo, aveva rovesciato un vaso di conserva e la cuoca l’aveva selvaggiamente picchiata col mestolo. Le sue povere mani sanguinavano e le aveva avvolte in una pezza per poter continuare il lavoro. Aghata osservava ogni cosa, ogni movimento e si teneva in disparte, ma non poteva lasciare che Sofia soffrisse così e da sola.
Posò quello che aveva in mano e si avvicinò alla sua amica. Erano lì da tre giorni e dormivano nella stessa stanzetta, avevano cominciato ad affezionarsi l’un l’altra. Aghata prese le mani di Sofia e tolse le bende. Erano incrostate di sangue secco e i tagli erano numerosi. Si guardò intorno e non vide la cuoca ma solo altre sguattere. Alzò su di loro il suo sguardo e quelle non guardarono più verso di loro. Aghata prese del burro e lo spalmò sulle ferite, strappò strisce di tela da un bianco grembiule e fasciò di nuovo le mani dell’amica. Vedrai che ora starai meglio e domani i tagli saranno rimarginati. Ripresero il loro lavoro.
Il burro mancante e il grembiule strappato non sfuggirono alla cuoca che chiamò tutte intorno a sé. Voglio delle spiegazioni. Disse agitando il tanto temuto mestolo di legno pesante. Nessuna osava né guardare né parlare, e quella ripetè loro la domanda. Ancora nessuna risposta. Ho capito, prenderò una a caso e la punirò! Sembrava che nessuna respirasse. Sofia tentò di lasciare la mano di Agata per farsi avanti ma la sua amica la trattenne e fece lei un passo avanti.
Si mise davanti alla cuoca senza parlare, mentre tutte le altre stavano in silenzio a guardare. Aghata alzò il suo sguardo sulla cuoca e le puntò gli occhi negli occhi. Sono stata io, punisca me.
La donna sentiva le viscere brontolare come quando mangiava troppo cavolo e una strana sensazione di malessere le trafisse il torace. Aghata era in piedi ed aspettava che quella si decidesse. Passarono secondi interminabili prima che la cuoca parlasse. Osservò le mani di Sofia ben sapendo che con quelle ferite non avrebbe potuto lavorare. Per stavolta passi, ma la cosa non dovrà ripetersi o avrai anche quello che oggi ti ho risparmiato. Ora ritornate tutte al lavoro o non avrete nemmeno gli avanzi per la vostra cena.
Non se lo fecero ripetere. Già, nonostante lavorassero nella grande cucina del castello era loro proibito perfino assaggiare il cibo e si nutrivano di quello che ritornava dalla grande sala da pranzo.
Intanto nel salone riservano al lord e ai suoi più fidati collaboratori si stava svolgendo una riunione. Boccali di vino e di birra, grossi pani con formaggi e carne su vassoi erano posati sul grande tavolo ed ognuno si serviva di quello che voleva. Avevano terminato la loro discussione ed erano passati ad argomenti più leggeri.
Dimmi Cortan, come sono le giovani pulzelle appena arrivate? Mi dicono che ce ne siano di davvero desiderabili! Disse il lord, e tutti risero sguaiatamente. Cortan non era uomo avvezzo a volgarità gratuite, lo sapevano tutti e lo avevano soprannominato il pudico, perché a differenza degli altri non prendeva nessuna femmina con la forza, a dire il vero mai nessuno lo aveva visto giacere con una donna. Sono giovani fanciulle, ancora impaurite, hanno bisogno di tempo per adattarsi al castello, ma sono certo che non deluderanno le aspettative di sua signoria. Prese del pane e lo masticò lentamente. E quando avremo l’onore di conoscere le più belle? Continuò il lord. Cortan sapeva dei vizi del suo lord e di quelli che lo circondavano. Troppe volte aveva dovuto porre rimedio alle malefatte di quella gente. Nessuno conosceva la sua storia personale, sapevano soltanto che si poteva sempre contare su di lui e che era assolutamente leale al suo lord. Al momento opportuno. Rispose chiudendo il discorso.
Lord Aram era un uomo sposato. Sua moglie Lucy era una donna bellissima dal carattere perfido e vendicativo. Conosceva i tradimenti di suo marito e ne soffriva, perché tutti ne erano a conoscenza, per questo si sfogava su chi le stava intorno e diventava sempre più difficile trovare dame e cameriere che durassero al suo servizio per più di poco tempo. Avevano due figli maschi e una femmina, la discendenza era assicurata, così la donna si rifiutava di dormire con suo marito fin dalla nascita del terzo figlio, ed erano passati già cinque anni. Aveva varie passioni, passava il tempo cavalcando, coltivando il suo giardino, dipingendo ma quello che le faceva più piacere era infliggere dolore alle belle ragazze che sapeva essere state con suo marito. Ne godeva e sapeva che nessuno l’avrebbe contrastata.


illustrazione di Donatella Casiraghi - Proprietà e diritti riservati di Milena Ziletti

mercoledì 5 dicembre 2018

AGHATA


AGHATA

P.  QUATTRO





L’alba era spuntata da poco. In casa di Arian e Goran il fuoco era acceso da tempo. Tutti i comignoli delle casupole sparse sul territorio mandavano già a quell’ora fumo nell’aria.
 Aghata si era lavata e vestita ed ora, sua madre le stava intrecciando i capelli. Dio quante cose avrebbe voluto dirle! Non preoccuparti per me, mamma, mi comporterò bene, non può essere così terribile! Anche l’ultima ciocca di capelli fu legata e la donna fece girare sua figlia verso di sé. Aveva gli occhi lucidi e un grosso nodo in gola, avrebbe voluto parlare ma non ci riusciva. Il sorriso di sua figlia le riscaldò il cuore. Fuori, Goran si fece sentire, il carro era pronto e il sole era già spuntato, dovevano partire.
Fu un viaggio silenzioso e Arian tenne stretta la mano della figlia nella sua per tutto il tragitto.
Nella piccola piazza del villaggio c’era già parecchia gente e tanto silenzio.
Il capo clan si fece avanti e chiamò a sé le dieci ragazzine. Le mise in fila e le guardò una per una. Davanti alla propria figlia fece uno sforzo terribile per trattenersi dall’abbracciarla, era il capo e doveva dare l’esempio. In lontananza si sentirono gli zoccoli di alcuni cavalli che stavano arrivando.
In testa al gruppo c’era sir Cortan, il braccio destro del lord, il suo consigliere più fidato. Erano in cinque ma soltanto lui scese da cavallo lasciando le redini sciolte. Salutò semplicemente con un gesto del capo. Era alto rispetto alla media, magro e di portamento fiero e deciso, spesso anche elegante sotto la sua pesante armatura che quel giorno non portava. Aveva una rada barba sul mento e una cicatrice sulla guancia sinistra che gli faceva storcere la bocca come un ghigno cattivo. Gli occhi scuri con folte sopracciglia lo facevano sembrare all’orco cattivo che le madri usavano per spaventare i figli.
Si avvicinò a David. Vedo che anche stavolta avete obbedito agli ordini di lord Aram, ne sarà soddisfatto. Il capo clan fece un cenno di assenso.
Sir Cortan vide la fila di ragazze e si avvicinò alla prima. Le chiese il nome, di mostrare mani e denti, di voltarsi e infine di rimettersi in riga. La stessa procedura con ognuna di loro. Si fermò un attimo di più davanti a Sofia e alzò una sopracciglia lanciando uno sguardo a suo padre. David, come capo clan era esentato da alcuni obblighi e l’uomo non capiva come quel padre avesse potuto mettere sua figlia insieme alle altre. Il capo David sostenne il suo sguardo senza vacillare, sir Cortan alzò le spalle e continuò la sua ispezione.
Quelle che vedeva erano davvero delle graziose fanciulle, avrebbero servito bene il suo lord. Davanti all’ultima della fila si trovò di fronte ad Aghata. La ragazza teneva lo sguardo basso e, come aveva visto fare alle altre mostrò quello che l’uomo voleva vedere. Sir Cortan si tolse il guanto e con gesto da sembrare quasi gentile le alzò il viso. Vide subito che era di una bellezza incredibile, la sua pelle chiara, a differenza di tutte le altre ragazze non aveva nemmeno una efelide, le labbra sembravano disegnate da un pittore e gli occhi… fu catturato da quello sguardo, limpido e profondo e senza paura. I loro occhi rimasero fissi per alcuni secondi e Aghata si rilassò, quello non era un uomo pericoloso. Nell’intimo dell’uomo qualcosa vibrò, rimase solo un attimo poi si rimise il guanto e raggiunse il capo clan.
Sono soddisfatto di quello che avete fatto, lo riferirò a lord Aram e ne sarà contento. Lascio le ragazze per alcuni minuti, il tempo per salutare i genitori, poi saliranno sul carro e verranno condotte al castello. Come sempre torneranno a casa a seconda dei lavori ai quali saranno adibite ma farò in modo che non passino più di una settimana lontane da casa. Potevi risparmiarti di inserire tua figlia. Raggiunse il suo cavallo e ripartì verso il castello, lasciando due guardie ad accompagnare il carro.
Aghata stava salutando i suoi genitori. Non siate tristi, non mi succederà niente. Li abbracciò e fu la prima a salire sul carro.
Tutti quelli in piazza erano rimasti a guardare il carro fino a che non fu sparito, poi molte madri cominciarono a piangere, maledicendo quell’usanza e la cattiveria di quel lord. Si recarono nella piccola cappella, si inginocchiarono sul nudo pavimento di terra e rimasero a pregare per le loro figlie mentre gli uomini aspettavano fuori fumando e bestemmiando sotto voce.
Il castello era avvolto da una coltre grigia, perfino il sole non voleva assistere a quell’evento, nuvole grigie sembravano essere fisse su alcune torri e cominciò a scendere una leggera pioggerella così che le ragazze arrivarono fradice.
Furono condotte nella grande sala della servitù dove la governante avrebbe fatto un’ulteriore ispezione per assegnare loro i compiti. Sir Cortan, in disparte osservava ogni cosa e la sua presenza rendeva tutte nervose, compresa la governante.
Ci volle poco tempo per decidere i loro compiti. La governante miss Lorel destinò ognuna al proprio compito. Rimase parecchio indecisa quando si trattò di destinare Aghata, poi decise che l’avrebbe istruita per servire i suoi padroni.
La ragazza farà la sguattera in cucina. Sentenziò sir Cortan. Aspettò l’assenso della governante e uscì.

illustrazione di Donatella Casiraghi - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti