domenica 6 gennaio 2019

LE STAGIONI DELLA VITA


LE STAGIONI DELLA VITA



A volte i pensieri sono prigionieri e a volte volano come uccelli che migrano in terre lontane rincorrendo il sole e le belle stagioni.
Le stagioni, che ormai non esistono più e ci sono, invece nella nostra vita.
La prima stagione è quella dell’incoscienza, dove tutto il futuro sembra essere lì per te, dove impari a camminare e sorridere e ad amare se c’è amore intorno a te.
La seconda stagione ti porta in società, dove la scuola e i compagni ti temprano il carattere, dove devi imparare da subito che la vita è una giungla e che mamma e papà non possono risolvere tutto al posto tuo. E’ la stagione più dura per chi ha dentro nell’Anima troppa sensibilità e compassione.
La terza stagione ti porta nel mondo dell’amore fisico, dei ragazzi e ragazze che scoprono di avere voglie e desideri che non puoi più dire ai genitori. Trovi anche la droga e la voglia di provare, vuoi essere super, diverso, immortale e credi che tutto ti sia dovuto. Poi arriva la donna o l’uomo che ti fa mancare i battiti del cuore e non capisci se sei malato o solo rincretinito, vuoi una vita che vi unisca, una casa, dei figli e riscopri una stagione fiorita di tante emozioni.
La quarta stagione è quella… già, com’è la quarta stagione? E poi la quinta e la sesta? Chi ha stabilito che le stagioni della vita sono come quelle che una volta c’erano in natura?
Io la chiamo “l’ultima stagione” ed è la più lunga, quella del buon senso, dei rimpianti, dei se fosse stato diverso, quella in cui rivedi negli altri tutte le tue stagioni e vedi gli errori, i disastri, le gioie, i dolori che anche loro dovranno attraversare.  E’ la stagione dei buoni consigli, perché vorresti evitare almeno a chi ami di non commettere gli errori che ora ti hanno lasciato le cicatrici, ma nessuno ti ascolta, ed è giusto, ognuno segue il proprio destino. E’ la stagione del dolce risveglio, finalmente si può rallentare e godere di quello che nelle altre stagioni ti è sfuggito. E’ la stagione dove non esistono limiti, dove se la vita ti ha insegnato qualcosa è il momento di metterlo in atto, di trovare quel senso che, forse fin’ora ti era sfuggito. E’ la stagione delle carezze e dei sorrisi, della voglia di abbracci di tenerezza e di coccole, del tempo che vorresti passare con chi ami e che spesso non è più accanto a te.
E se le stagioni non esistessero? Se fossero solo una mera invenzione? Se la vita fosse solo uno spicchio di una qualunque stagione? E se fossimo solo Angeli caduti per sbaglio sulla Terra, mandati ad imparare a soffrire e gioire per poi ritrovarci nella perfezione del MONDO CHE VERRA’?
Una cosa è sicura: questa vita va vissuta in ogni stagione.
Milena - Emetiades


 immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

sabato 5 gennaio 2019

AGHATA



AGHATA

P. VENTISEI





I lavori al palazzo fervevano, tutto doveva essere pronto come i padroni avevano ordinato. Nessuno dei servi si era risparmiato e chi li comandava ancora meno, ben consci che la loro posizione dipendeva da come riuscivano a soddisfare le richieste dei lord.
La guardia avvisò che in lontananza si vedeva polvere, i padroni stavano tornando. Sir Cortan salì in groppa al suo cavallo e con alcuni dei suoi soldati andò loro incontro. I suoi pensieri erano foschi, sapeva che il suo destino si sarebbe rivelato entro pochi giorni, non era per niente tranquillo.
Raggiunse e salutò lord Sirus e gli altri, li affiancò con i suoi uomini e li scortò a palazzo. Avevano visi stanchi, soltanto lord Sirus fischiettava mentre entravano dal grande portone. I soldati di palazzo e della scorta personale del lord raggiunsero le stalle e andarono a rifocillarsi.
Lord Aram e lady Lucy fecero gli onori di casa all’ospite. Non sfuggì alla donna la presenza del suo capo scorta e lo raggiunse appena ne ebbe l’occasione. Sir Forsal la mise al corrente degli avvenimenti ma lei non mostrò nessuna reazione e lo congedò. Era stanca, quel viaggio l’aveva logorata più di quello che dava a vedere, soprattutto le osservazioni di lord Sirus erano state molto ambigue e si prestavano a varie interpretazioni, soltanto quello stolto di suo marito non riusciva a capire quello che insinuava il loro superiore. Si immerse nella sua vasca da bagno e chiamò la governante. Voglio che quella ragazzina riprenda servizio come mia cameriera personale e che serva al tavolo dei padroni, stasera ci sarà un banchetto e la voglio là! La governante fece un inchino e si avviò all’alloggio di sir Cortan. Bussò e le aprì proprio Aghata. Deve venire con me, la padrona la rivuole al suo servizio. La fanciulla non fece resistenza. Sono pronta.
Il grande salone era pronto per il banchetto di benvenuto. I tavoli erano stati disposti secondo le regole. Una pedana rialzata per i lord di palazzo e per l’ospite, poi a scalare gli altri a seconda della gerarchia. I capitani e i vice capitani erano di fianco al tavolo dei lord, erano tutti presenti, aspettavano l’arrivo dei padroni. Il primo ad arrivare fu lord Sirus e prese posto al centro, alla sua destra si sarebbe seduto lord Aram e a sinistra lady Lucy. Osservava quegli uomini e il cuore gli si gonfiava di orgoglio, sapeva che erano fidati e leali, tranne qualcuno. Si alzò in piedi e alzò il calice. Tutti gli astanti fecero lo stesso. Levo il calice alla vostra salute, alla vostra lealtà e al vostro coraggio. Brindiamo insieme. E tutti risposero. Arrivarono i padroni del palazzo, non era mai successo che si brindasse in loro assenza ma fecero buon viso, dovevano trattare il loro ospite con tutti i riguardi, se tutto andava bene per un anno intero non ne avrebbero più sentito parlare, e tante cose succedono in un anno.
Le portate cominciarono ad arrivare. Per primi furono serviti i lord e poi a seguire gli altri. Aghata svolgeva il suo compito con la massima cura, era stata scelta per servire i tre padroni. Nulla sfuggiva allo sguardo della lady, anche le occhiate che lord Sirus lanciava alla ragazzina.
Fu un banchetto lungo e il menestrello si stava preparando per intrattenere i padroni. Lady Lucy si alzò e ottenne il silenzio. Si volse verso lord Sirus. Abbiamo aspettato la sua presenza, lord Sirus per dar seguito alla sfida che sir Mortenn ha lanciato a sir Cortan per avere il comando dei soldati. Ci saranno tre disfide e chi vincerà sarà il capitano. Volete alzarvi in piedi, duellanti? I due uomini si alzarono e si avvicinarono al tavolo dei lord. Ecco gli uomini che si sfideranno, domani potranno allenarsi così da essere pronti per la gara. I due fecero un inchino e ritornarono al loro posto.
Fra i soldati presenti c’era malumore, nessuno di loro capiva il motivo della sfida ma quelle erano le regole ed erano sempre state rispettate.
Era molto tardi quando tutti si ritirarono, nessuno osava lasciare il tavolo prima dei lord. I tre lasciarono il loro posto e anche gli altri poterono ritirarsi. Lady Lucy chiamò Aghata. Tu ragazzina ora ti dai una ripulita e raggiungi lord Sirus nel suo alloggio. Comportati bene o finirai di nuovo nel pozzo. La donna alzò lo sguardo e si avvide che sir Cortan aveva sentito ogni parola, gli sorrise e se ne andò con Aghata.
Il capitano raggiunse il suo alloggio. Ester se n’era già andata e si ritrovò da solo. Dopo quei giorni passati in compagnia della fanciulla la solitudine gli pesava, per la prima volta scopriva la solitudine e quanto potesse essere greve. Guardò il fuoco, dove la ragazzina aveva dormito nelle notti precedenti ma non c’era altro che un tappeto vecchio e la cesta della legna. Era stanco, preoccupato ma non riusciva a dormire. Uno strano malessere gli dilaniava il cuore, il pensiero andava a quello che stava succedendo nella camera di lord Sirus e non lo lasciava dormire. Non si mise nemmeno a letto, rimase tutta la notte sulla poltrona davanti al fuoco a guardare le braci che si spegnevano. Il cuore gli doleva più della cicatrice e stringeva i pugni come a voler colpire qualcuno, si sentiva impotente, aveva voluto proteggere la fanciulla e così facendo l’aveva spinta nelle fauci del lupo. Era colpa sua, ancora una volta per colpa della sua viltà una ragazza stava soffrendo. Si maledisse per non poter intervenire.
L’alba non era ancora spuntata ma lui già si stava allenando con la spada, doveva smaltire il dolore, la rabbia e aveva bisogno di sfogarsi. Ester lo raggiunse per dirgli che la colazione era pronta. La fanciulla è tornata, sta bene, mio signore. Anche sua sorella stava bene ma quello che aveva sopportato era stato disumano.
Scagliò il pugnale contro la sagoma di legno e lo conficcò proprio in mezzo al petto, pensando di colpire quella maledetta donna e porre fine al suo dolore. E poi, cosa avrebbe fatto poi? Se lo chiese ma la risposta ancora non gli veniva.

 
illustrazione di Donatella Casiraghi - Diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

venerdì 4 gennaio 2019

AGHATA


AGHATA

P. VENTICINQUE







La luce di un’alba dorata entrava dalla finestra. Sir Cortan si alzò dal letto, non aveva dormito nemmeno per un minuto. Si sciacquò il viso e andò al camino, la fanciulla era ancora addormentata, chissà cosa le avevano dato per farla dormire a quel modo. Presto avrebbero scoperto che lui aveva liberato Aghata e aspettava di vederne la reazione.
Entrò Ester con la colazione e un secchio di acqua calda, salutò il suo padrone e cominciò a ripulire la ragazza, per quanto poteva. Cosa succederà ora? Gli chiese la donna. Ancora non lo so, ma lo scoprirò molto presto. Le rispose. Mangiò in silenzio osservando la sua cameriera lavare e sistemare la ragazza. Ancora una volta si chiese il motivo di tanto accanimento della lady verso una fanciulla innocente, scosse la testa, rifece le raccomandazioni ad Ester e uscì.
Si stava addestrando in cortile con tutti i suoi uomini migliori quando il drappello al completo della scorta di lady Lucy arrivò in assetto di combattimento. Sir Forsal si fece avanti e quelli smisero di incrociare le armi. Sir Cortan aspettò che l’altro lo raggiungesse. Tu hai qualcosa che non ti appartiene. Gli rinfacciò sir Forsal. Non so a che cosa ti riferisci, ma se parli di una persona e non di una cosa è possibile che sia vero. Rispose il capitano con tutta la calma che riusciva a mantenere. Sono venuto a riprenderla, ho ordini precisi e tu non c’entri in questa faccenda, o il lord si sarebbe rivolto a te. Rimarcò l’altro. Ho seri dubbi che i tuoi ordini arrivino da lord Aram, ed io aspetterò il suo ritorno e solo a lui risponderò delle mie azioni, ora puoi anche tornare da dove sei venuto.  E gli voltò le spalle tornando dai suoi uomini. I suoi soldati fecero un passo avanti con la spada sguainata, sir Cortan si voltò e vide che la scorta della lady era pronta per un attacco, ma quando videro le armi di quei valorosi combattenti la rinfoderarono. Sir Forsal aveva occhi di fuoco. Verrà anche la tua disfatta, capitano, intanto fa in modo che non capiti niente a quella ragazza o ne risponderai di persona. Fece segno ai suoi uomini di seguirlo e se ne andarono.
Ormai tutti si erano accorti che qualcosa era successo e da quando il vice capitano aveva lanciato la sfida erano molto preoccupati, conoscevano il valore di sir Cortan ma non erano tranquilli. Nessuno di loro osò chiedere spiegazioni e ripresero l’allenamento.
La giornata passò come tutte le altre ma sir Cortan non vedeva l’ora di tornare nelle sue stanze. Rimase a lungo con i suoi subalterni e, finalmente potè raggiungere il suo alloggio.
Il piccolo tavolo era apparecchiato per due, Ester come lo vide entrare lo salutò e li lasciò soli, era giusto che si parlassero e lei era stanca.
Cominciarono a mangiare in silenzio, gli occhi dell’uomo non riuscivano a staccarsi dal viso della ragazza e faticava perfino ad inghiottire dalla forte emozione che provava.
Non la ringrazierò mai abbastanza per quello che fa per me, sir Cortan. Posso solo dirle che io non fatto niente di male. Era solo un bisbiglio. Questo lo so, lady Lucy l’ha presa di mira per qualcosa che io ho fatto, mi conosce bene e sa che non sopporto troppo le ingiustizie. Le disse senza aggiungere altro. Deve aver sentito il mio cuore o non mi avrebbe trovata, lei deve avere un cuore generoso, l’ho capito subito. Gli disse la ragazza. L’uomo non sapeva come rispondere, troppe cose gli stavano capitando e lui non riusciva a capirle, sapeva solo che quella fanciulla lo attraeva ma non avrebbe mai avuto il coraggio di dirglielo. Discuteremo della faccenda quando tornano i lord, per ora le chiedo di non lasciare le mie stanze, sanno che si trova qui ma non avranno il coraggio di entrare. Lord Aram saprà come superare questa situazione. Le disse, ben sapendo che non ne era affatto sicuro.
Finito di mangiare Aghata si sistemò al suo posto, davanti al camino con le spalle girate. Ascoltava i rumori della stanza, sir Cortan che si lavava nel piccolo spogliatoio, lui che oscurava le finestre con le pesanti tende e il letto scricchiolare quando si coricò. Nessuno dei due dormiva e ne erano ben consci entrambi. Il silenzio era rotto solo dai loro respiri. L’uomo, reduce dalla precedente notte insonne e dall’intenso allenamento della giornata si addormentò per primo. Aghata se ne accorse, scostò la coperta e si alzò. Si avvicinò al letto e osservò il viso di quell’uomo che l’aveva salvata più di una volta. La stanza era rischiarata soltanto dalle fiamme basse del camino ma erano sufficienti. Stava immobile di fianco al letto, osservava la mente del capitano come mai aveva fatto. Allungò la mano verso di lui, senza toccarlo, sentiva il suo calore sprigionarsi dal corpo. Socchiuse gli occhi e cominciò a muovere la mano sopra la sua testa, gli leggeva i pensieri, le emozioni, le paure, e capì di più di quell’uomo di quello che già sapeva.
Tornò al suo posto cercando di dormire, ma aveva già dormito a lungo in quel pozzo ed ora non ci riusciva. Pensò alla sua casa, ai suoi genitori, al suo cane, alla scogliera e desiderò con tutto il cuore di tornarci al più presto, sapeva che stava succedendo qualcosa, qualcosa che le avrebbe cambiato la vita, avrebbe voluto vedere oltre ma non ci riusciva. Lentamente i suoi occhi si chiusero e si addormentò volando con i gabbiani sopra il mare.
Furono giorni tutti uguali quelli che si succedettero. Lord Aram e lady Lucy stavano tornando con lord Sirus, ancora un giorno.

illustrazione di Donatella Casiraghi - Diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

giovedì 3 gennaio 2019

AGHATA


AGHATA

P. VENTIQUATTRO





Silenzioso ma veloce attraversò tutto il parco dirigendosi verso un lembo di terra piena di sterpaglie. Si fermò a riprendere fiato prima di giungere sul posto e si fermò dietro un albero per osservare. Era buio, soltanto le stelle e un piccolo spicchio di luna non bastavano a rischiarare ma, poco distante un piccolo fuoco era acceso e potè vedere due uomini seduti che bevevano. Cautamente e senza far rumore si avvicinò, voleva ascoltare quello che dicevano ma parlavano di facezie e di donne. Doveva decidere cosa fare. Dopo tutto era il capitano delle guardie, il braccio destro di lord Aram e quelli erano due uomini sul suolo sotto la sua giurisdizione. Si mise con la schiena eretta, portò la mano all’elsa della spada e li raggiunse.
Quelli fecero un salto dallo spavento, non aspettavano il cambio fino al mattino dopo. Cosa ci fate qui? Chiese con cipiglio severo, intanto li osservava cercando di anticiparne le mosse. Siamo a guardia del pozzo, non sappiamo altro, ci pagano per stare qui. Risposero un po’ intimiditi. A chi state facendo la guardia? Il capitano faticava a mantenere il sangue freddo. Non lo sappiamo, probabilmente un criminale, altrimenti non lo avrebbero messo in quel buco che non viene usato da anni. Rispose uno di loro. E chi vi paga? La sua voce sembrava provenire da una caverna e quelli cominciavano a impaurirsi. Si guardarono in faccia non sapendo cosa fare, ma quello era il braccio destro del lord e loro non volevano avere guai. Ci paga sir Forsal. Ora il capitano aveva la certezza che lady Lucy era l’artefice di tutto.
Quello era il “pozzo dei pazzi”, così chiamato perché molto anticamente venivano scaraventati i pazzi del territorio quando commettevano qualcosa di grave, era poi stato usato per gettare ancora vivi i più grandi criminali o quelli che tali venivano dichiarati. Non osava pensare a cosa poteva provare la ragazza in fondo a quel buco nero. Si rivolse ai due. Ora mi calerete nel pozzo e se solo farete una mossa falsa verrete voi stessi scaraventati vivi, vi passerò la prigioniera e la farete risalire poi farete risalire me, state attenti perché ho dato ordini precisi se non mi vedono tornare! Mentì il capitano.
I due uomini attaccarono la cesta alla carrucola e cominciarono a farlo scendere.
Era terribile quello che provava e si chiese se la ragazza fosse ancora viva, tre giorni passati in quel posto potevano essere letali. Gli parve un tempo interminabile prima di toccare il fondo, la torcia che aveva portato con sé faticava a rimanere accesa. Non c’era molto spazio e vide subito la fanciulla accasciata con la schiena contro le pietre ricoperte di muschio, sembrava morta. Senza mai lasciare la corda le si avvicinò.
Miss Aghata, si svegli, apra gli occhi. E gentilmente la scuoteva. La ragazza si svegliò come da un sonno pesante e lui capì che era stata drogata. Sir Cortan è venuto, mi ha sentita, i nostri cuori si sono scambiati. Riuscì a dire prima di ricadere nel suo sonno innaturale. A fatica in quello stretto spazio la sistemò nella cesta e diede ordine per la risalita. Passarono pochi minuti e anche lui fu pronto a raggiungere l’aria aperta. Si rivolse ai due uomini. Voi continuate a fare quello per cui siete pagati e se dite una sola parola di quello che è successo passerete sul filo della mia spada. Raggiunse la ragazza, la prese fra le braccia e facendo più attenzione che poteva raggiunse il suo alloggio.
Ester lo stava aspettando. L’ha trovata! Ma in che condizioni è? La donna era spaventata alla vista della ragazza. E’ stata drogata e fatta scendere nel pozzo dei pazzi, bisogna proprio essere pazzi per fare una cosa del genere, scoprirò quello che sta facendo quella donna, sicuro che lo scoprirò e farà la fine che si merita. Ora occupiamoci di lei, nessuno deve sapere che si trova qui. La cameriera cercò di ripulire il viso di Aghata, non poteva andare a prendere acqua a quell’ora, fece quanto poteva e la fanciulla continuava a dormire.
Sir Cortan guardava fuori dalla finestra e stringeva i pugni, la cicatrice gli doleva e ultimamente succedeva troppo spesso, ancora pochi giorni e i lord sarebbero tornati e ci sarebbe stata la sua sfida, era sicuro che lady Lucy aveva tramato contro di lui ma non sapeva cosa. Si rivolse ad Ester. Butta via tutto quello che c’è qui da bere e da mangiare e da oggi fino alla sfida mangerò solo quello che mi porterai dal tuo piatto o mangerò con i miei soldati, non voglio correre il rischio di essere drogato prima dell’incontro, dovrai essere molto attenta e non lasciare mai questa stanza se io non sono presente, il mio alloggio non deve mai rimanere sguarnito. Ester capiva molto bene il pericolo che stavano correndo.
Il fuoco era acceso e la ragazza dormiva sul tappeto vicino alle fiamme. Il suo viso era disteso e sembrava quasi sorridere nella serenità di quel momento. Sir Cortan la osservava e si portò la mano al petto a ricordo di quello che aveva provato e di quello che lei gli aveva detto i nostri cuori si sono scambiati. Cosa voleva dire? Cosa gli stava facendo quella ragazza? Cos’era che provava ogni volta che la vedeva o la pensava? Perché ci teneva tanto a lei? la voce di Ester lo riscosse. E’ molto bella, vero padrone? Sarebbe una moglie ideale per lei. L’uomo la guardò sorpreso. Era la seconda persona quella notte che gli suggeriva di prenderla in moglie, ma lui non aveva mai pensato ad avere una moglie, a giacere con una donna, e se non fosse stato un vero uomo? L’amore fa miracoli. Gli disse la cameriera. Questa fanciulla fa miracoli. Rimarcò di nuovo guardando il suo padrone. Sir Cortan la guardava senza capire ma il suo cuore parlava già per lui.
Si coricò cercando di ascoltare il respiro della ragazza. Cosa ne sarebbe stato di lei? Cosa ne sarebbe stato di lui? Non riuscì ad addormentarsi e rimase con gli occhi aperti e la mano sul petto ad ascoltare i battiti del suo cuore.


illustrazione di Donatella Casiraghi - Diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

mercoledì 2 gennaio 2019

AGHATA


AGHATA

P. VENTITRE





A palazzo fervevano i lavori. Lord Sirus sarebbe venuto in visita come ogni anno e si sarebbe trattenuto per almeno una settimana, arrivava con la sua scorta personale e dovevano essere pronte stanze e cibo a volontà. In cucina non si faceva più nemmeno la pausa, tutto doveva essere pronto e a puntino o qualcuno ne avrebbe pagato le conseguenze.
Arrivò un dispaccio per il lord, la sua presenza e quella di sua moglie era richiesta da lord Sirus, sarebbero partiti di lì a pochi giorni e sarebbero tornati insieme. Lord Aram stava discutendo di questa faccenda con sua moglie, lasciare entrambi il palazzo ora non era sicuro, di sir Cortan non potevano fidarsi come prima e del suo vice ancora non c’era la certezza della disfida. Lady Lucy cercava di calmare il marito ma dentro di lei bruciava la rabbia, doveva anticipare le sue mosse e aveva poco tempo.
Mentre i servi preparavo i bagagli e la carrozza, lady Lucy portava avanti il suo piano e, sebbene avesse dovuto fare più in fretta del previsto terminò tutto con il massimo riserbo e senza intoppi.
La mattina era splendida, la prima settimana di giugno era calda e gli alberi avevano rimesso le foglie. Sarebbero tornati dopo dieci giorni, ognuno a palazzo aveva i propri compiti da portare avanti. Lord Aram non era per niente tranquillo ma sua moglie lo blandì come solo lei sapeva fare.
Quella mattina, Aghata non si presentò in cucina. La cuoca chiese a Sofia dove fosse la sua compagna ma quella alzò le spalle e si mise al lavoro. Non ci perse tempo la cuoca, di sicuro la ragazza sarebbe tornata quando i suoi padroni avrebbero voluto.
Passarono tre giorni e di Aghata non c’era traccia, soltanto Sara ne aveva notata l’assenza, per puro caso parlando con una addetta alla cucina aveva saputo che la ragazza mancava da giorni.
Quella sera Sara avvicinò Ester. Aghata è sparita, nessuno sa dove sia, non è nemmeno in gabbia, là sotto non c’è nessuno, non so dove sbattere la testa. Ester non disse niente, terminò il suo pasto e ritornò nell’alloggio del suo padrone.
Sei tornata presto, potevi trattenerti di più. Le disse l’uomo. La cameriera non perse tempo in preamboli. Miss Aghata è sparita lo stesso giorno della partenza dei lord, nessuno la cerca e nessuno sa dove possa essere, non è nelle gabbie, ma puoi sempre controllare. Sir Cortan si allarmò, era sicuro che fosse opera di quella maledetta lady. Cercherò di saperne di più, ma non nutro molte speranze. Le rispose corrucciato, e uscì come un fulmine nella sera tiepida.
Prese con sé due guardie e scese nei sotterranei. Il solito olezzo accolse i loro passi ma non c’era nessuno, per sicurezza perlustrarono ogni angolo. I soldati non chiesero spiegazioni, obbedivano semplicemente al loro capitano.
Sempre più preoccupato andò alle cucine che a quell’ora erano sguarnite, soltanto la cuoca stava dando gli ultimi ritocchi a qualche cibo particolare. La donna si bloccò vedendo il capitano entrare. Cosa posso fare per lei, capitano? L’uomo perlustrava con lo sguardo ogni angolo. Dov’è la fanciulla? La cuoca capì subito a chi si riferiva. Non lo so, credo che come è successo in precedenza prima o poi ricomparirà a riprendere il suo posto, non sono cose che mi competono, ho altro da fare in questo periodo. E continuò il suo lavoro mentre sir Cortan usciva.
La preoccupazione del capitano aumentava a dismisura. Se lady Lucy aveva fatto sparire la fanciulla doveva essersi servita di qualcuno di cui si fidava, ora la domanda era: di chi poteva fidarsi lui? Molti dei suoi uomini non erano contenti della sfida lanciata dal suo vice, lo conoscevano troppo bene e non lo amavano per niente, mentre rispettavano ed erano leali a sir Cortan che reputavano onesto e giusto nei loro confronti. Erano ben consci che sir Mortenn non poteva compete con le abilità del suo capitano, per questo erano tranquilli sull’esito della disputa.
I suoi passi lo portarono all’abitazione dello scrivano. Bussò ed entrò nel grande studio dell’uomo. Cosa la porta da me, questa volta sir Cortan? Sapevano entrambi che potevano fidarsi fra di loro. Cerco la fanciulla, miss Aghata, ne sa qualcosa? Lo scrivano scosse la testa, non sapeva e non aveva sentito niente. Ha cercato nei sotterranei? La domanda era d’obbligo. Sir Cortan si sedette di fronte allo scrivano. Ha qualche notizia per me? Qualcosa che possa usare contro i lord? L’uomo quasi tremava sentendolo parlare così, sapeva quanto potesse essere pericoloso. Sa bene che qui siamo al sicuro ma è pericoloso parlare come sta facendo, capisco la sua frustrazione ma quando vincerà la sfida sotto gli occhi di lord Sirus potrà avanzare la sua richiesta, potrebbe chiedere in moglie la fanciulla e sarebbe salva. Il capitano guardò quell’uomo così onesto. E’ proprio sicuro che la vincerò? Tutti conoscono le mie abilità e quelle del mio vice, se non avesse un’arma segreta in serbo non si sarebbe spinto così avanti. I due uomini sapevano bene che le cose stavano proprio così. Si salutarono.
Il capitano uscì e alzò lo sguardo al cielo stellato mentre in lontananza una civetta mandava il suo verso. Dove sei fanciulla? Pensò. Il suo cuore ebbe un tuffo e si portò la mano al petto, il suo cuore aveva cambiato battito. Non era il suo cuore che sentiva ma quello della ragazza, per un istante sentì quello che sentiva lei e quasi si accasciò. Durò un breve attimo ma fu sufficiente. Fu come un lampo: no, non può essere, non può avere osato tanto nemmeno lei, e sparì come un fulmine nella notte.


illustrazione di Donatella Casiraghi - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

lunedì 31 dicembre 2018

VISANO E LA MALEDIZIONE DEL ROGO - ROMANZO


TRATTO DA “VISANO E LA MALEDIZIONE DEL ROGO”



 Con i polsi ben stretti, Lena fu condotta davanti al suo patibolo. Tone aspettava che anche gli altri si avvicinassero.
Procedi. L’uomo strattonò la ragazza fino al palo e la legò senza che lei si ribellasse. Lena levò lo sguardo e trafisse con gli occhi ognuno di loro. Io, Lena Ferdinandi vi maledico. Tu, Mariano Livorni, sai già cosa ti aspetta. Tu, Tina Livorni, ogni volta che sentirai il mio odore saprai che una disgrazia sta per capitarti. Tu, Tone Anastase, non riuscirai a godere di quello che otterrai. Tu, Antonio Anacleto Spiga (e qui fece una lunga pausa senza mai abbassare gli occhi) tu otterrai onori, ricchezze, terre e ogni cosa che desideri, ma la tua stirpe finirà prima che il 1000 e non più 1000 scocchi i rintocchi. La tua discendenza sarà quella che più soffrirà per causa tua. E voi, uomini di chiesa, verrete giudicati dalla storia ma soprattutto da quel Dio che avete così spudoratamente tradito. Io sono pronta, ma ricordate, non sono finita.
Tina tremava visibilmente, ricordando lo strano odore che aveva percepito.
Mariano ribolliva di rabbia e non vedeva l’ora che quella puttana andasse in fumo per correre da Agata e dimostrare che il suo calvario era finito.
Tone sorrideva senza timore.
Antonio Anacleto Spiga si rigirava il sigaro fra le labbra, imperturbabile come sempre.
L’inquisitore, avvezzo a tutto questo, aveva solo il desiderio di porvi fine in fretta.
Il Vicario alzò gli occhi al cielo e gli sembrò di vedere un lampo, come se il suo Dio gli mandasse un segno, e cominciò ad avere paura.
Procedete.
Tone aveva già acceso la torca e cominciò a dare fuoco alle fascine.
Lentamente il fuoco si avvicinava alla ragazza e le vesti cominciarono a bruciare. Nessuno dei presenti riusciva a staccare gli occhi dalla scena che avrebbero ricordato per tutta la vita.
Quando le fiamme cominciarono a lambire la carne di Lena, la ragazza cominciò ad urlare.
Che Dio vi maledica. Che siate maledetti, tutti quanti maledetti. Continuò a ripetere le stesse parole fino a quando il fuoco l’avvolse.



domenica 30 dicembre 2018

SENSI



                                               SENSI




E’ mattino molto presto e sono sveglia. Cos’è stato a svegliarmi? Guardo l’ora e sono le cinque.Sono sveglia e mi alzo in silenzio. E’ estate, ma l’alba non è ancora spuntata. Scendo piano le scale e anche il mio cane mi guarda sonnacchioso e sembra dire “io rimango qui ancora un po’”. Esco piano e prendo la strada dei campi. Che strano, pensavo di ascoltare il silenzio assoluto, ma così non è. Chiudo gli occhi e acuisco i miei sensi e sento sulla pelle l’umidore della notte che sta svanendo. Un respiro profondo e colgo l’odore dell’acqua stagnante del fosso. Cerco di ascoltare e sento lo strisciare di una biscia nell’erba, lo sbattere d’ali di un uccello notturno; e i sapori che sento sulle labbra: l’amaro del radicchio selvatico, la freschezza del verde finocchietto.
La frescura sulla pelle, gli odori dell’acqua, il rumore dell’erba strisciante, i sapori sulle labbra, manca ancora un senso. Allora apro gli occhi e mi metto di fronte al sole che sorge: la luce giallastra che spazza via il grigio della notte morente e, inondata da questa luce immortale dell’alba mi chiedo “perché sono qui? Cos’è stata quella carezza impalpabile che mi ha svegliato stamane?” E mentre il sole, implacabile, sorge mi guardo intorno e vedo me stessa in ciò che mi circonda: non sono io parte del mondo è la natura che è parte di me, e i cinque sensi si mescolano, si alzano, si confondono, e niente è più terreno e reale. C’è qualcosa che mi sfugge. Perché sono qui nell’alba nascente di questa mattina?  La natura mi parla ma io ancora non sento, non capisco: è semplicemente un nuovo giorno che sorge, cosa c’è di strano? E’ dalla nascita del mondo che questo succede, dove è la novità?
Richiudo gli occhi ed alzo il viso al cielo ed è come se un angelo scendesse ad accarezzarmi il cuore, mi apre la mente e capisco: un nuovo giorno è un altro miracolo se lo vivi con amore, non è la routine quotidiana, è un succedersi di gioie e dolori che temprano l’anima di noi persone sensibili; e capisco anche un’altra cosa: i miei sensi non sono più cinque ma ce n’è un altro che devo scoprire pian piano, è quello che mi apre il cuore e la mente verso un universo imponente con tante emozioni pronte per me.
Ho capito qualcosa di più e piano piano, canticchiando ritorno a casa mia che mai mi è sembrata così bella. Apro piano la porta ma il mio cane è già fuori e un profumo di caffè mi da’ il bentornata. Mio marito mi guarda e mi dice con amore “tu sei pazza”, e gli rispondo che sì: se l’amore universale rende pazzi, allora lo sono. Un abbraccio, un bacio, e la giornata riprende il suo ritmo, e ogni giorno è un giorno d’amore così.



 diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti