lunedì 17 febbraio 2020

KATRIN, LA SUA STORIA


KATRIN, LA SUA STORIA

parte cento






Ogni giorno che passava si convinceva sempre di più di dover migliorare. Essere più accondiscendente con Robin, accettare gli impegni e il sacrificio che la loro posizione comportava. Forse era stata troppo egoista, per questo aspettava con ansia il suo ritorno, avrebbe parlato prima con lui e poi con suo nonno promettendo che avrebbe cercato di essere diversa, di sicuro si sarebbe impegnata per riuscirci.
Aveva l’animo più leggero ora che aveva raggiunto la decisione e non vedeva l’ora di essere stretta fra le braccia di suo marito.
Era il diciassette luglio quando Robin, finalmente tornò al castello.
Già da lontano si era vista la polvere alzata dagli zoccoli del cavallo, avevano fretta entrambi di tornare e lei era alla finestra ad aspettare che suo marito entrasse dal portone per corrergli incontro.
Entrò Colette e sorrise vedendo il viso disteso della sua padrona. Aveva bisogno di alcune indicazioni e rimasero alcuni minuti a discutere prima che Katrin uscisse incontro a Robin.
Era certa che fosse nello studio di suo nonno, doveva riportargli documenti e notizie, per questo si avviò con lentezza, doveva dare loro il tempo di svolgere la loro discussione prima di riavere suo marito.
Aveva un gran sorriso mentre percorreva i lunghi corridoi e finalmente imboccò l’ultimo tratto.
Le voci dei due uomini le giungevano nitide e discutevano di cose che lei non conosceva. Si fermò ancora qualche minuto prima di entrare, pochi passi la separavano dalla porta aperta quando la discussione dei due uomini cambiò argomento.
Ho ricevuto un messaggio dalla Cerchia Ristretta. Sono molto soddisfatti del tuo operato. I due anni che hai passato con loro per imparare regole e comportamenti stanno dando i frutti sperati. Sono fiero di te, Robin, e sono felice di aver avuto ragione quando ti ho proposto. La voce di lord Sheppard denotava tutta la soddisfazione che gli stava esprimendo. Il fatto che tu abbia accettato di sposare Katrin ti ha portato avanti nella scala gerarchica, e quando avrai un figlio che sarà il vero erede di tutto il mio patrimonio potrai godere di privilegi che non hai nemmeno mai sognato. Continuò il vecchio lord.Il cerchio si sta chiudendo e non poteva andare meglio di così.
Si sentì il tintinnio di due bicchieri mentre brindavano.
Katrin era rimasta immobile, di pietra. Il suo cuore si era fermato rendendola di ghiaccio ed era quasi svenuta, in pochi attimi tutta la sua vita era stata distrutta. Il suo viso era cadaverico quando con pochi passi entrò nello studio e vide i due uomini bere dai calici e sorridersi soddisfatti. Alzarono contemporaneamente lo sguardo e capirono all’istante che lei aveva ascoltato il discorso.
Allora è così che stanno le cose! Dapprima bisbigliò, ma poi ritrovò la voce. Mio padre mi ha comprata per non perdere l’eredità di mia madre, mio nonno mi ha tenuta per portare avanti i suoi piani e tu… tu disse puntando il dito verso Robin tu mi hai sposata per obbedire agli ordini. Prese fiato mentre il suo viso da cadaverico si infiammava.Ora, finalmente conosco la verità, povera sciocca che sono stata, accecata dall’amore. Ebbene vi dico che io non ho mai avuto un padre, che non ho mai avuto un nonno, che tu non sei più mio marito. Io vi rinnego tutti quanti. Sono sempre stata sola e non mi spaventa ritornare ad esserlo, da oggi io non sono più né Semple, né Sheppard, né Rollins, ma solo Katrin, avete tutto il mio disprezzo, e se potessi vi trafiggerei qui all’istante. Ansimava mentre la collera si impadroniva di ogni fibra del suo corpo.
Robin fece un passo verso di lei, ma lo bloccò col braccio teso. Tu non mi sfiorerai mai più nemmeno con un dito, non ti avvicinare o il mio pugnale troverà il punto giusto per trafiggerti oppure ti taglierò la gola. Sei il peggiore di tutti, potevo sopportare il resto, ma da te… mi hai distrutta e non avrai mai più niente da me se non la mia lama.
Girò su se stessa e uscì.
Katrin! Fermati! Urlò Robin.
Lasciala andare, dove vuoi che vada o che faccia, senza di te non ha niente, tornerà all’ovile, falla sfogare e poi tornerà, non ha nessun altri che te e me. Furono le parole che Katrin sentì dire da suo nonno mentre si allontanava.
Robin rimase immobile, affranto. Lord Sheppard non conosceva bene quanto lui sua moglie e lui non prendeva alla leggera le parole che gli aveva detto.
Katrin percorse ansimando e a passo svelto il corridoio. Appese alla parete c’erano due asce incrociate, non senza fatica le staccò dal muro e le tenne ben strette mentre, con occhi spiritati si dirigeva nella sua stanza.
Entrò come un fulmine e Colette si spaventò quando la vide. Un’espressione che non conosceva e le due asce in mano, la cameriera ebbe davvero paura.
Chiudi le porte e sbarrale. Le ordinò Katrin.
Cos’è successo, lady Katrin? Trovò il coraggio di chiedere.
La donna alzò lo sguardo sulla sua cameriera e fu come se la vedesse per la prima volta. Tu lo sapevi? Le chiese alzando senza volerlo un’ascia.
Di cosa sta parlando? Le rispose con voce tremante dalla paura.
La servitù sa sempre tutto, tu lo sapevi? Le chiese di nuovo avvicinandosi minacciosa.
Non so di preciso, so che ci sono dei pettegolezzi che la riguardano, ma quando mi avvicino si bloccano e non parlano, sono troppo vicina a lei e nessuno mi fa confidenze o mi riporta notizie. Le confermò.
Sei dalla mia parte, Colette?
Sempre, lady Katrin.


immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

venerdì 14 febbraio 2020

KATRIN, LA SUA STORIA


KATRIN, LA SUA STORIA

parte novantanove






Katrin si stava spazzolando i capelli quando Robin rientrò. Dalla finestra una lieve brezza che non riusciva a rinfrescare la stanza. Lo specchio rimandava il viso della donna con le labbra strette e occhi di fuoco.
Robin la raggiunse e cercò di abbracciarla e, per la prima volta lei lo respinse. Non aprì bocca, prese una leggera coperta e andò a sdraiarsi sul sofà, non avrebbe diviso il suo letto con un uomo che non riusciva a stare dalla sua parte.
Katrin, tesoro, lo sai che non posso oppormi agli ordini di tuo nonno. Le disse. Poi commise un errore. Non fare la bambina… aggiunse.
Io non sono una bambina e nemmeno una sciocca, io sono tua moglie ma tu sembra che lo dimentichi ogni volta che mio nonno apre bocca e ti dà degli ordini. Da che parte stai? Gli urlò in faccia.
Io ti amo, Katrin ma ho delle responsabilità. E qui sbagliò di nuovo.
Katrin si alzò in piedi e lo fronteggiò. Noi abbiamo delle responsabilità! O te lo sei dimenticato. Noi, non soltanto tu, ma mi sembra di non contare niente, di aver passato due anni lontano da ciò che amavo per niente. Pare che tu abbia sposato mio nonno! E sai che ti dico? Va a dormire nel suo letto! Urlò ancora di più.
Robin sospirò, doveva partire il giorno successivo prima dell’alba e non voleva andarsene con la collera di sua moglie nel cuore e nelle orecchie. Ti prego, Katrin, cerca di ragionare, dovrò stare via per due o più settimane, non voglio lasciarti così. Le disse con un enorme dispiacere nel cuore.
Allora portami con te! Insistette lei.
Robin avrebbe voluto dirle che non era possibile ma era bastato il suo sguardo per farle capire la risposta.
Fai buon viaggio, Robin. Chiuse la porta del salotto e lo lasciò da solo.
Non fu una notte piacevole per nessuno dei due. Katrin aveva gli occhi aperti sbarrati nel buio, ascoltava il canto degli uccelli notturni che entrava dalla finestra aperta mentre Robin non si era nemmeno svestito. Stava preparando la sacca con quello che avrebbe portato con sé e gli mancava molto non avere Katrin al suo fianco. Ogni tanto lanciava uno sguardo alla porta che lo separava da sua moglie, era certo che anche lei non dormisse, e per la prima volta nella sua vita non sapeva cosa fare con lei. Avrebbe voluto seguire il suo cuore e raggiungerla per prenderla fra le braccia ma sapeva che se lo avesse fatto poi non avrebbe più avuto la forza per dare seguito agli ordini di lord Sheppard.
Quanto sei cocciuta, Katrin. Pensò mentre finiva i preparativi. Guardò ancora la porta e decise di partire subito, i documenti erano pronti, gli ordini li conosceva. Prese tutto e uscì sbattendo la porta. Raggiunse la stalla, sellò il suo cavallo e partì che le stelle illuminavano un cielo immenso.
Ancora non lo sapeva ma tutto al suo ritorno sarebbe cambiato.
Colette arrivò con la colazione e fu sorpresa di trovare la sua padrona addormentata sul sofà. Cercò di non fare rumore ma Katrin si svegliò. Lo sguardo della cameriera sembrava chiedere spiegazioni ma entrambe sapevano che non ce ne sarebbero state.
I primi giorni furono noiosi e troppo caldi. Katrin usciva a cavallo e aveva rifiutato di cenare con suo nonno.
Era passata una settimana dalla partenza di Robin e lei era nel boschetto con arco e frecce. Aveva bisogno di dare sfogo alla sua agitazione, era arrabbiata ma le mancava da morire suo marito.
Cavalcava e scoccava frecce senza mancare un colpo, non voleva pensare e teneva la mente impegnata. Sudava abbondantemente quando decise di prendersi una pausa, anche Alba ne aveva bisogno. Scese da cavallo e si diresse ai bordi dello stagno. Le acque scure e torbide sembravano rispecchiare il suo umore. Una famiglia di anatre con i loro piccoli nuotavano vicini alla riva opposta. Un sorriso le illuminò il viso. Come si sarebbe comportata quando Robin fosse tornato? Come doveva comportarsi una buona moglie? Questo si chiedeva, ma si chiedeva pure quali erano i doveri di un marito e lei sentiva che qualcosa la divideva da Robin, c’era qualcosa che le sfuggiva. Doveva chiarire i suoi dubbi e parlare col cuore in mano a suo marito, lei lo amava e sapeva di essere ricambiata. Le mancava parecchio quello che li aveva uniti in passato e ora che erano sposati sembrava perso.
Non aveva nessuno a cui chiedere consiglio, nessuna amica, nessun parente, ancora una volta si ritrovò da sola. La sua vita la stava riportando a quello che era sempre stata: sola e lei aveva giurato che non sarebbe più successo. Doveva assolutamente ritrovare l’armonia con Robin, non aveva altri che lui. Suo nonno la stava deludendo e non gli avrebbe mai raccontato niente di se stessa. Le sembrava di essere in un labirinto dove vedeva l’uscita lì vicina ma non riusciva a raggiungerla, senza la mano di Robin non l’avrebbe mai trovata. Lo amava, voleva dei figli con lui e se questo voleva dire che doveva essere più docile ci avrebbe provato. Non sarebbe stato facile, non era parte di lei sottomettersi a nessuno, ma per amore ci avrebbe provato.
Sperò che Robin tornasse presto, si sentiva sola nel grande letto. Le mancava il suo corpo vicino, i suoi baci, il suo amore.
Si rese conto delle lacrime che le erano scese senza che nemmeno se ne fosse accorta. Le asciugò quasi rabbiosamente, raggiunse Alba e tornò al castello.
Anche per lei tutto sarebbe cambiato al ritorno di Robin e anche lei non lo sapeva, nemmeno avrebbe mai immaginato la svolta che avrebbe preso la sua vita.



immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

giovedì 13 febbraio 2020

KATRIN, LA SUA STORIA


KATRIN, LA SUA STORIA

parte novantotto






Robin era partito quella mattina. Era il primo giorno di giugno e lei presto avrebbe compiuto diciannove anni.
Era seduta sulla panca di pietra davanti ad una vecchia fontana asciutta. Alberi centenari accoglievano nidi di uccelli e il loro canto era sinfonia per le sue orecchie e i suoi pensieri da innamorata. Non vedeva l’ora di poter dire a suo marito e suo nonno che avrebbe avuto un figlio ma ancora il momento tanto desiderato non era arrivato.
Colette la raggiunse e l’accompagnò nello studio di lord Sheppard.
Entra, mia cara. Sono sicuro che ti stai annoiando ed ho pensato di dare un compito anche a te. Questi registri dovrebbero essere catalogati e archiviati, sono certo che non hai bisogno di ulteriori istruzioni per farlo. Quando puoi cominciare? Le chiese sorridendole con amore.
Lei lo abbracciò e si mise subito d’impegno mentre il vecchio signore la lasciava al suo lavoro.
Passarono cinque giorni prima che Robin tornasse e prima di volare da sua moglie dovette andare da lord Sheppard. Si sbrigarono in poco tempo e, finalmente, ancora impolverato corse nel suo appartamento per riabbracciare Katrin.
Le stanze erano vuote ma dalla finestra giungeva il rumore inconfondibile di spade che si incrociavano. Sorrise e scese di corsa.
I due sposi erano davvero felici, lord Sheppard li teneva d’occhio e gioiva della loro felicità, era contento di come si erano messe le cose, meglio di così non sarebbero potute andare.
Il compleanno di Katrin fu memorabile, una grande festa e, finalmente anche Alfred e Sara poterono essere presenti.
Katrin non stava più in sé dalla gioia. Erano anni che non li vedeva e non riusciva a staccarsi dall’abbraccio dalla sua prima vera amica. Piangevano entrambe dall’emozione mentre Alfred e Robin si scambiavano pacche sulle spalle. I due amici sarebbero rimasti alcuni giorni, ma non troppi, avevano due bambini piccoli che avevano lasciato alle nonne, non avevano voluto rinunciare a questa festa.
Sara e Katrin passeggiavano nel grande parco. La vedo felice, lady Katrin! Non può immaginare quanto sia contenta per lei. Le disse mantenendo le distanze che fra loro c’erano sempre state.
Oh Sara! Lo sono, lo sono davvero. Finalmente posso cancellare tutto il peggio del mio passato e concentrarmi e godere del presente e del futuro. Non vedo l’ora di diventare madre, di essere una buona madre. Le rispose con gli occhi che le brillavano.
Sarà una madre meravigliosa, lady Katrin, nessuna più di lei sa cosa vuol dire l’amore di una madre. Ribattè Sara.
Rimasero fino alla fine di giugno e furono giorni splendidi, irripetibili. Piansero entrambe quando fu il momento di lascarci.
Verrà a trovarci, lady Katrin? Chiese Sara con le lacrime agli occhi.
Te lo prometto, Sara, siete i miei unici veri amici. E l’abbracciò ancora una volta mentre Robin e Alfred si stringevano la mano. La carrozza era pronta e gli ospiti partirono. Katrin rimase a guardarla fino a che non fu più visibile.
Si asciugò gli occhi. Le era sempre mancata tanto Sara, non riusciva a considerarla altro che un’amica, una persona che le aveva voluto bene quando nessun altro la amava, questo non l’avrebbe mai dimenticato.
Robin le prese la mano. Andremo da loro la prossima primavera, te lo prometto, amore mio.
Luglio passava con un sole implacabile. I lavori nei campi erano intensi e tutti speravano in un temporale rinfrescante che non arrivava.
Katrin passava parecchio tempo nel suo alloggio o ad allenarsi con Robin e altri soldati.
Quella sera avrebbero cenato con lord Sheppard e questo un po’ la inquietava, ogni volta che succedeva era per dare un incarico a Robin e lei cominciava ad innervosirsi.
Fu una cena tranquilla e gradevole, come sempre erano le cene in compagnia.
La cameriera aveva terminato di sparecchiare e si stavano godendo un dolce seduti alla scrivania del lord.
Ho un incarico per te, Robin. Esordì Lord Sheppard senza esitazioni.
Spero che questa volta includerai anche me, nonno. Chiese Katrin.
Robin non fiatava.
Non stavolta, mia cara, ma ti prometto che la prossima sarà per entrambi e molto piacevole. Le rispose con un sorriso.
Katrin non era per niente soddisfatta. Robin si era già assentato varie volte e lei non lo aveva mai accompagnato.
Solo per due settimane, mia cara. Disse il vecchio lord senza preamboli.
Katrin si alzò in piedi come una molla. Due settimane? E ti sembra poco? Io vado con lui. Disse perentoria.
Tu rimarrai qui, è così che deve essere. Le rispose aggrottando le cespugliose sopracciglia.
Lei si alterò, osservò suo marito che rimaneva in silenzio.
Buonanotte. Disse sostenuta, e uscì come una vampata di fuoco.


immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

mercoledì 12 febbraio 2020

KATRIN, LA SUA STORIA


KATRIN, LA SUA STORIA

parte novantasette






Salirono le scale senza nemmeno rendersene conto. In pochi minuti raggiunsero il loro appartamento e Colette era lì ad aprire loro la porta.
Buonanotte missis Rollins. Fece un inchino e se ne andò.
I due sposi chiusero la porta dietro di loro. Un lungo e appassionato bacio accese i loro sensi. Robin aiutò sua moglie a togliersi abito e accessori e, finalmente entrambi furono nudi davanti alle fiamme scoppiettanti del fuoco del camino.
Carezze che volevano cercare ogni angolo di pelle mentre le bocche rimanevano unite. La passione che li accendeva e bruciava più delle fiamme.
Robin sollevò Katrin e la depose delicatamente sul letto.
Sei mia moglie, ora, niente e nessuno potrà dividerci, ed io ti amerò fino alla morte. Le disse senza mai staccare lo sguardo dagli occhi di lei.
Poi non ci furono più parole, e tutto si svolse come doveva essere: il paradiso.
Si addormentarono che fuori il sole era già spuntato. Nessuno venne a disturbarli.
Katrin sentiva il calore del corpo di Robin e ripensava alla notte appena trascorsa, nessuna fantasia poteva competere con la realtà dell’amore, di due corpi che si uniscono nell’estasi della passione vera e pura.
Allungò la mano e accarezzò il ciuffo ribelle di suo marito. Era sempre stato un enigma quell’uomo per lei, dapprima ragazzina avventurosa e poi ragazza più posata. Ripensava alle loro dispute con la spada, con l’arco, alla competizione che la coglieva ogni volta che tentava di batterlo e ancora non ci era riuscita. Si ricordò di quello che aveva rischiato per liberarla dalla torre, di quando le aveva sbattuto in faccia il suo essere soltanto una ragazzina snob. Si mise a ridere al pensiero degli anni passati e di come stavano le cose ora. Per essere un soldato aveva un sonno pesante. Gli accarezzò il viso e lui, le bloccò la mano e le sorrise. Non riuscirai mai a sorprendermi, amore mio. L’avvolse di nuovo nel suo abbraccio e ripresero a fare l’amore mentre fuori alcuni invitati lasciavano il castello. Il rumore delle ruote delle carrozze arrivava smorzato. Era il loro giorno, la loro vita che iniziava e non riuscivano a lasciare il letto.
Era pomeriggio inoltrato quando Colette bussò timidamente alla porta. Katrin era in piedi e vestita e Robin era seduto e la guardava.
Entra, Colette. E la cameriera spinse la porta tenendo un vassoio, seguita da altre due cameriere con altrettanti vassoi.
Non siete attesi fino a domani. Disse loro mentre preparava il tavolo nella sala adiacente la camera da letto. Godetevi il vostro amore, noi ci vediamo domani. Fece uscire le cameriere e le seguì.
I due sposi si accorsero di avere davvero fame e si buttarono letteralmente sul cibo. Non finirono di mangiare che già il letto aveva cominciato a scricchiolare sotto i loro corpi allacciati. La notte li colse stanchi e, finalmente paghi di tutto quello che avevano scoperto in quelle ore, si addormentarono abbracciati.
Aprile e maggio passarono come un sogno intorno ai giovani sposi.
Lunghe cavalcate, duelli di spada e di arco che finivano sempre allo stesso modo, con baci e abbracci.
Lord Sheppard li osservava compiaciuto e li lasciava nel loro mondo dorato.
Maggio stava finendo, Katrin e Robin erano a cena con lord Sheppard.
Da quando i due giovani si erano sposati sembrava che anche il vecchio signore fosse ringiovanito, era davvero felice di avere fra le mura tanto amore e felicità e già si vedeva con tanti pargoletti che correvano festanti per i corridoi del palazzo.
La cena era terminata e si erano seduti al tavolo della scrivania.
Ho un incarico per te, Robin. Non ti porterà via che qualche giorno. Disse tranquillo.
Dovrà partire da solo, nonno? Chiese stupita Katrin.
Questa volta sì, non è niente di importante, deve solo consegnare alcuni documenti e aspettarne altri. Non serve la tua presenza, mia cara. Le rispose.
Katrin era irritata da questo fatto. Suo nonno se ne accorse e le prese la mano. Mia cara, una Sheppard sa che deve sopportare alcuni sacrifici per l’importanza degli affari. Tu sai bene quante famiglie dipendono dai nostri affari, a quante persone diamo lavoro e sostentamento, è un impegno non da poco ma fa parte del nostro rango da sempre. Non ti crucciare, mia cara, ti prometto che la prossima volta farò in modo che possiate partire insieme. La consolò.
Hai ragione nonno, cosa sono pochi giorni nel corso di una lunga vita? Il fatto è che non vorrei mai separarmi di mio marito, e questa è la prima volta. Spero di imparare a dare seguito ai miei doveri, o ci sarai tu a ricordarmelo. Gli rispose con un sorriso tirato.
Ora andate, io sono stanco.Disse appoggiandosi al bastone.
Katrin lo accompagnò alla porta e con Robin raggiunse il loro alloggio.
Non ti crucciare, Katrin amore mio, sarò di ritorno in pochi giorni. Vieni. Le prese la mano, l’aiutò a spogliarsi e ripresero ad amarsi come se fosse ancora la loro prima notte di nozze.


immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

martedì 11 febbraio 2020

KATRIN, LA SUA STORIA


KATRIN, LA SUA STORIA

parte novantasei






Katrin rimase ad osservare i tre personaggi che salivano le scale. Per un attimo pensò all’imbroglio che suo nonno aveva perpetrato ai danni di suo padre e si chiese se potesse farlo anche nei suoi confronti.
A differenza di lord Semple lei non anelava a ricchezze e possedimenti, lei voleva solo una vita fatta di amore, una famiglia sua, tutto il resto non era importante. Alzò le spalle e raggiunse il salone per dare istruzioni su come voleva disporre i fiori.
Erano giornate convulse, regali da scartare, l’appartamento da controllare, la sistemazione degli arredi, la sua camera matrimoniale col letto a baldacchino intagliato in legno pregiato, proprio come aveva sempre desiderato. Domani è il grande giorno. Pensò. Ricontrollò ancora tutto, nell’armadio di Robin erano già stati sistemati i suoi abiti e tutto il resto, così come nel suo. Dal giorno successivo quella sarebbe diventata la loro casa a tutti gli effetti. Sorrise mentre richiudeva la porta e raggiungeva la sua stanza. Quella sera avrebbe cenato col nonno e tutta la famiglia di suo padre, e naturalmente con Robin.
Katrin faticava a rimanere a tavola, allo stesso tavolo di suo padre, l’uomo che più disprezzava al mondo.
Lord Sheppard stava dando le ultime istruzioni per la cerimonia, ai posti che avrebbero occupati. Cristofer dava segni di noia e lady Susan sorrideva compiaciuta anche se era evidente che niente di tutto questo la interessava.
Finalmente poterono salutarsi e, con un sospiro di sollievo Katrin prese il braccio di Robin per raggiungere la sua stanza.
Permette, sir Robin? Accompagno io lady Katrin, è meno sconveniente. Chiese con un elegante inchino E un falso sorriso Cristofer.
Va bene, lord Cristofer, devo appunto dare gli ultimi ordini ai miei uomini. Baciò Katrin sulla guancia. A domani, amore mio, domani sarai solo mia e nessuno più ti accompagnerà da nessuna parte senza il mio permesso. Girò loro le spalle e raggiunse velocemente l’alloggio dei suoi soldati che gli avevano preparato una festa per l’occasione.
Sul viso della ragazza era sparito il sorriso e senza tanta grazia tolse la mano dal braccio di Cristofer.
Vedo che non sei cambiata affatto, lady Katrin. Sei sempre la stessa gatta selvatica di sempre. Ho un messaggio per te: cerca di tenerti stretto tutto quello che hai perché da mio padre non avrai mai niente. Le disse mentre allungavano il passo nei corridoi semi bui.
Katrin si fermò e lo fulminò con lo sguardo. Se avessi voluto avere qualcosa da quel lurido individuo, stai pur certo che vi avrei lasciati in mutande. Gli rispose. Meglio se raggiungo da sola la mia camera o il mio pugnale troverà quello che vuole infilzare. Aggiunse facendo apparire come per magia il pugnale.
Cristofer fece un balzo all’indietro, memore di quanto gli era successo. Sei solo una puttana. Le sputò in faccia prima di allontanarsi.
Senza altro indugio la ragazza raggiunse la sua stanza. Colette la stava aspettando. Avrebbe dormito davvero poco quella notte, alle prime luci dell’alba si sarebbe sottoposta al lungo rito di preparazione.
Si sdraiò felice. L’ultima notte in un letto solitario.
L’alba era appena spuntata quando Colette entrò a preparare il bagno. Un veloce spuntino mentre arrivavano altre cameriere.
Si sottopose al bagno, alla profumazione, alla vestizione, all’acconciatura con estrema pazienza e tanta gioia.
Si specchi, lady Katrin. Le disse Colette con gli occhi lucidi.
Katrin si mise davanti allo specchio. Era davvero una visione: l’abito, il diadema, lo sguardo felice. Sono davvero io quella? Si lasciò sfuggire.
Le cameriere erano soddisfatte del risultato del loro impegno. Si fecero intorno alla loro padrona e, con molta grazia le augurarono tanta felicità.
Era pronta ed era quasi ora. Era stata categorica con suo padre, l’avrebbe aspettata in fondo alle scale, non voleva averlo accanto un minuto più del necessario.
La campana suonò e lei ebbe un tremito. Era la sua vita che prendeva un’altra strada, quella che lei desiderava, finalmente quello che voleva.
Suo padre era impeccabile nel suo abito da cerimonia e lei gli diede il braccio. Attraversarono il cortile e mentre raggiungevano la porta della cappella una musica dolce iniziò a suonare.
Con lentezza raggiunsero l’altare e lord Semple, con un inchino lasciò sua figlia e raggiunse il suo posto.
La cerimonia fu lunga e commovente e alla fine furono dichiarati marito e moglie. Un fragoroso applauso salutò gli sposi che si baciavano.
Gli invitati uscirono mentre loro rimanevano a parlare col vescovo.
Fuori la giornata era meravigliosa, il ventiquattro aprile più luminoso che non si fosse mai visto.
Raggiunsero il salone apparecchiato per un sontuoso banchetto.
Un gran vociare allegro, tanti complimenti e la giornata si trascinò fino a sera. I due sposi erano raggianti e lord Sheppard sorrideva felice a tutti gli invitati. Era stanco ma non si sarebbe ritirato per niente al mondo. Voleva godersi insieme agli sposi quella giornata così felice.
Era molto tardi e parecchi invitati si erano già ritirati.
E’ giunta l’ora, amore mio. Le prese la mano, salutarono e, finalmente poterono raggiungere il loro nuovo appartamento.


immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti.

lunedì 10 febbraio 2020

KATRIN, LA SUA STORIA


KATRIN, LA SUA STORIA

parte novantacinque






Aprile si presentò con le prime gemme sui rami degli alberi e rare timide primule che spuntavano dalle macchie di muschio.
Mancavano ventiquattro giorni al matrimonio e tutto era predisposto. L’appartamento era arredato, la cappella del castello era pronta per essere ripulita ed addobbata, tutto era pronto.
Lord Sheppard, Katrin e Robin stavano cenando insieme. Il fuoco nel camino faceva da sottofondo alla loro felicità.
Il vecchio signore guardava i due fidanzati con occhi benevoli ed era felice di quello che vedeva.
Siete pronti, miei cari? Chiese loro, ben sapendo la risposta.
Certo nonno, mi sembra che i giorni che mancano non passino mai. Rispose stringendo la mano di Robin.
Eh, mia cara! Sapessi quanto ti capisco. La mia amata Katrin ti somigliava molto, è venuta fra le mie braccia, nella mia vita portando tutta la felicità che poteva. Ah se potesse essere qui ora! Me la ricordi ogni giorno. Le disse con gli occhi lucidi.
Finita la cena si sedettero alla scrivania e lord Sheppard prese una cartella di documenti.Questa è la parte più noiosa della questione, ma non per questo meno importante. E’ giusto che siate a conoscenza di quello che c’è scritto prima di sottoscrivere. Vi lascio tutto il tempo che volete, io mi ritiro. Ci vediamo domani. Disse alzandosi e baciando la testa di Katrin. Il soldato lo accompagnò alla porta e si salutarono.
Era una bella pila di documenti e ogni foglio portava il rigo per la firma di entrambi.
Ci aspetta un lungo lavoro, amore mio se vogliamo poter raggiungere il letto prima di domattina. Le disse Robin.
Allora cominciamo. Gli rispose.
Robin alzò un sopracciglio. Non si aspettava che la sua fidanzata volesse leggere davvero tutti i documenti, e questo lo innervosiva.
Katrin iniziò a leggere sotto lo sguardo attento di Robin. Sentendo lo sguardo su di lei, dopo poche righe smise di leggere e alzò il viso. Qualcosa non va, Robin? Tu non leggi? Gli chiese.
Io mi fido di tuo nonno, non ho bisogno di leggere i documenti. So altrettanto bene che non riuscirei a comprendere ogni riga ma sono altrettanto sicuro che ogni parola scritta su quei fogli sia soltanto per il tuo bene e il tuo interesse. Le rispose. Prese i fogli che aveva davanti e cominciò a mettere la sua firma nello spazio segnato.
Katrin gli bloccò la mano. Possiamo leggere insieme ed io ti spiegherò quello che non capisci, ho affrontato ore di lezione per capire queste cose, è un piacere per me mettere anche te al corrente. Lo informò.
Ci vorranno ore. Disse lui. Mi sembra tempo sprecato, tempo che potremmo passare in modo diverso, nella tua camera, davanti al fuoco. Aggiunse accarezzandole il viso.
Lei rimase assorta per qualche secondo. Sai cosa ti dico? A me non importa niente di tutto questo, non me ne è mai importato. Raccolse i fogli, mise frettolosamente la sua firma dopo quella di Robin. Alla fine li raccolse tutti e li riordinò nella cartella. La ripose nel cassetto della scrivania del nonno e, preso sottobraccio Robin andarono nella sua stanza.
Furono settimane frenetiche quelle che separavano la data del matrimonio. Carrozze con regali erano già arrivate, il vescovo era già loro ospite e parlava ogni giorno con i futuri sposi.
La settimana che portava alla data del ventiquattro aprile cominciò baciata dal sole tiepido della primavera.
Il castello era tutto un fermento, la servitù aveva lavorato con dedizione perché tutto potesse essere pronto e perfetto, alcuni ospiti erano già arrivati e Katrin era emozionata più che mai.
Canticchiava mentre la cameriera più esperta le stava acconciando i capelli, stavano provando varie acconciature prima di scegliere quella più adatta. Suo nonno le aveva regalato il diadema di lapislazzulo che la sua amata Katrin aveva indossato il giorno del loro matrimonio. Lei si era commossa quando gliel’aveva donata raccontandole a chi apparteneva e il valore che aveva per lui. Sarebbe passata di sposa in sposa come simbolo di amore e di felicità.
Stava ammirando allo specchio l’ultima opera della cameriera ed era proprio soddisfatta. Le consegnò il diadema e si incastonò a meraviglia nella nuvola di capelli e boccoli.
Questa mi piace molto, Lena, grazie, sarà perfetta con l’abito. Disse alla cameriera. Mancavano ancora tre giorni e tutto era pronto. Si sciolse i capelli e riprese la sua solita treccia, nessuno doveva conoscere niente fino al momento prestabilito.
Scese felice le scale e si bloccò quando raggiunse il salone. Suo padre con Susan e Cristofer erano appena arrivati. Lord Semple le andò incontro e le baciò la mano. Sei bellissima, figlia mia. Le disse con fare ironico.
Grazie, padre. Benvenuti. Si rivolse anche agli altri. Arrivarono le cameriere e gli ospiti furono accompagnati nei loro alloggi. Prima di salire le scale, lord Semple si voltò e raggiunse Katrin. Sei sempre la figlia di nessuno. Le bisbigliò all’orecchio. Felice di esserlo. Gli rispose con disprezzo.Hai firmato tutti i documenti, dolcezza? Le bisbigliò all’orecchio. E poi raggiunse sua moglie.

immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

domenica 9 febbraio 2020

FRANCESCO MATTEO


FRANCESCO MATTEO





Sto  fumando una sigaretta sdraiato sulla mia branda. Seguo le volute di fumo e guardo le pareti della mia cella. Sono tappezzate di fotografie a colori di vari paesaggi in ogni stagione. Mi servono per ricordare anche come è il mondo fuori dalle mura del carcere. Sto qui dentro già da alcuni anni e ne ho parecchi altri da trascorrere. Questa è una non vita, ma è quello che mi spetta per i prossimi dieci dodici anni.
Non vi racconto che sono innocente e che sono capitato qui per sbaglio. No, io per la società sono colpevole, ma per la mia coscienza sono innocente, quello che ho fatto lo rifarei anche subito, non ne sono assolutamente pentito.
Oggi è un giorno qualunque, non c’è niente di particolare che mi invoglia a parlare della mia vita, ma se ne avete voglia ve la racconto, tanto non ho altro da fare.

Mi chiamo Francesco Matteo, nome altisonante che odio e non mi piace, per questo, per tutti, sono Teo, solo Teo. Non so dove è andata mia madre a prendere questi nomi. Mia madre, unica, l’ho tanto amata da…

Ho 21 anni e sono in carcere da quando ne avevo 16. Uscirò nel 1992, salvo sorprese, ed avrò allora 33 anni. Ancora una vita da vivere, ma, al momento, la mia vita è fra queste mura.

Il fumo della sigaretta mi irrita gli occhi e la mia piccola “reggia” ne è satura. I paesaggi incollati al muro sembrano avvolti dalla nebbia e mi rimandano un’emozione lontana, alla vera nebbia, che ho visto quando ero bambino.

Sono figlio di una ragazza madre, la mia infanzia e adolescenza l’ho condivisa solo con lei e la signora Lucia. Gentile e generosa vicina di casa che si prendeva cura di me mentre mia madre era al lavoro.

Se non avete fatto i conti, ve lo dico io: sono nato nel 1959 e mia madre aveva appena 20 anni.  Lasciò la casa dei suoi genitori e si trasferì in quel minilocale che ci ha ospitato per tutta la nostra vita. Non ho mai avuto un padre e la nostra vita era fatta di molte ristrettezze. 
Siamo sempre stati da soli, a parte Lucia. I miei nonni li ho visti poche volte, e, ogni volta non c’era una bella atmosfera.

Due donne meravigliose si sono sempre prese cura di me: mia madre che mi ha amato di un amore vero e incondizionato che sono riuscito a capire appieno quando ho conosciuto la verità, e Lucia che mi ha fatto da nonna, viziandomi e vezzeggiandomi e amando e aiutando in modo disinteressato anche mia madre. E’ stato merito di Lucia se la nostra vita è stata vivibile, perché mia madre, da sola, avrebbe avuto molti problemi con un bambino piccolo da mantenere ed accudire e un lavoro da svolgere.

Sono stato un bambino felice. Mia madre era meravigliosa, sempre allegra e sorridente, e Lucia che ci invitava ai pranzi della domenica, come fanno le famiglie vere. Non mi sono mai accorto dell’assenza di un padre, ero bambino, sano, bello, allegro e avevo due donne a disposizione che mi adoravano.

La sigaretta si consuma piano piano quasi come i miei pensieri.
Il mio sguardo si sofferma su una immagine sacra che ho da poco appeso alla parete: una Madonna con il suo bambino in braccio che si guardano con sguardo amorevole. E’ l’unica immagine sacra che ho tenuto. 
Ogni settimana Frate Guido mi viene a trovare. Io non gli parlo nemmeno, non potrebbe fregarmene di meno, ma lui insiste e ogni giovedì si presenta puntuale. Mi parla, recita preghiere, ma io non gli rispondo mai, faccio scena muta. Lo saluto soltanto e gli dico di non ritornare. Lui mi fa un sorriso, mi lascia un’immaginetta, e se ne va.
Ogni volta l’immagine finisce direttamente nel cesso, ma non l’ultima, quella della Madonna, e l’ho appesa alla parete.

Mi ricorda tanto mia madre. Quello sguardo è lo sguardo di ogni madre che ama il proprio figlio e mi riporta alla mente la mia infanzia e quell’amore materno che non mi è mai mancato.
Se di una cosa sono sempre stato sicuro era il suo immenso amore. Era così giovane quando sono nato e non ha mai cercato altro nella vita se non di rendermi felice. Sono stato il solo, l’unico, grande amore della sua vita, ed io contraccambiavo con tutto il cuore.
Mentre crescevo e facevo nuove amicizie, lei continuava la sua vita di duro lavoro. Mi aiutava con i compiti, giocavamo a carte con Lucia mangiando schifezze. Mi ha insegnato il valore vero dei sentimenti, il rispetto verso ogni forma di vita, e soprattutto ho imparato presto a rispettare le donne. Con il suo esempio e quello di Lucia non poteva essere diverso, in ogni donna, ragazza o bambina, io vedevo solo il lato positivo che aveva sia mia madre che Lucia.

Solo una volta, a dieci anni, gli chiesi notizie di mio padre.
Fu il momento peggiore per lei. La vidi cambiare espressione e irrigidirsi e non sapeva decidersi a rispondere.
“Mamma, non importa, non è così importante. Non mi serve un padre finchè ci sei tu.”
Allora l’ho vista rilassarsi. Mi ha preso fra le braccia “non sono ancora pronta Francesco Matteo, perdonami.”
Solo a lei permettevo di chiamarmi così. E non tornai più sull’argomento: se questo la faceva soffrire l’avrei evitato.

La scuola, i giochi, gli amici, tutto procedeva nella normalità. Avevo terminato la scuola dell’obbligo e mi ero iscritto a ragioneria, volevo diventare bancario e guadagnare tanti soldi anche per mia madre. I sogni dei ragazzi sono tanti, ma il mio era questo.
Avevo anche delle ragazzine che mi facevano il filo ed io ci stavo, facevamo amicizia ma mai sono stato fuori dalle righe. Avevo un mio codice di comportamento, per questo alcuni miei amici mi prendevano in giro. Non capivano perché non approfittassi della situazione con le ragazze che mi corteggiavano, ma io ero fatto così: solo cose serie. E poi, mi piaceva troppo divertirmi, giocavo a basket, andavo a pesca sul fiume e, anche se allora non l’ho mai detto ai miei amici, mi piaceva anche studiare. Non volevo fare la figura del secchione, ma desideravo tanto poter portare mia madre fuori dal quel monolocale e mi impegnavo molto per questo.
Tutto procedeva bene. Anche se Lucia era diventata un po’ troppo vecchia, sapeva ancora sfornare torte meravigliose e il loro profumo già si sentiva dalle scale, sapevo che, entrando in casa, avrei trovato il dolce sulla tavola.

Quel fatidico giorno di marzo, avevo 16 anni.

Ho una fitta al cuore ogni volta che lo ricordo, e vorrei poterlo dimenticare, ma oramai, non posso cancellarlo.

A scuola si era guastato il riscaldamento e ci fecero tornare a casa. Molti miei amici ne approfittarono per andare un po’ in giro, ma io avevo lasciato in sospeso un lavoretto e ne volevo approfittare per terminarlo.

Torno a casa fischiettando e molto contento, perché anche mia madre so che è ancora in casa, il suo turno di lavoro inizia nel pomeriggio.
 Uso le mie chiavi e mi accorgo subito che c’è qualcosa di diverso.

Sento mia madre piangere nella sua camera da letto e la sua voce singhiozzante che dice “non ti vergogni proprio di quello che mi hai fatto e che mi fai? Con che coraggio torni in questa casa? Se ne  avessi la forza ti pugnalerei dritto al cuore!”

Non ho avuto esitazioni. Sono corso da lei e quello che ho visto mi ha gelato il sangue.

Mio nonno, suo padre, la stava violentando! Ed ho capito.
In un attimo ho capito.
Ho capito perché si era allontanata dai suoi genitori, ho capito quanto grande è stato il suo amore per me, avrebbe potuto sbarazzarsi di me ancora prima della mia nascita, invece mi ha amato nonostante tutto, ho capito la sua sofferenza e la sua solitudine, la sua vergogna e il perché non avesse mai cercato un altro uomo, ho capito che quell’uomo l’aveva distrutta e che non aveva mai smesso di farlo.

E mentre lui, con fare strafottente mi guarda, sento montare dentro di me una rabbia incontenibile. E’ stato il suo sorrisetto che mi ha fatto scattare la molla, se se ne fosse andato, forse non sarebbe successo niente, ma lui ha voluto dimostrare anche a me la sua superiorità, ed io, non ci ho visto più.

Una freddezza mi era entrata dentro. Non sentivo più niente, non la voce di mia madre che mi chiamava, non la voce di mio nonno che rideva, non sentivo altro che freddo.
Sono andato di corsa nella mia camera, ho preso la mia mazza da baseball e, prima gli ho spezzato la schiena, finchè ha smesso quel suo ghigno mostruoso, e poi gli ho frantumato la testa. Non c’è rimasto più niente, l’ho colpito, mi hanno detto, almeno 30 volte, ma io non lo ricordo.
Ricordo solo il sollievo che ho provato quando mi sono reso conto che l’avevo ammazzato.

Davanti a quel lago di sangue, piano piano sono ritornato in me.
Mia madre mi ha preso fra le braccia e continuava a ripetermi “perdonami, perdonami” ma io sapevo che non era colpa sua, non di mia madre, ma la sua di madre cosa aveva fatto nel frattempo?
Avrei voluto avere fra le mani anche mia nonna, e avrebbe fatto la stessa fine di suo marito, lo avrei fatto alla prima occasione.

Ero sporco di sangue, avevo il fiato corto come se avessi corso, e, soprattutto, non ero pentito.

Mio nonno spiaccicato sul pavimento, mia madre in lacrime ed io, prendevo coscienza di quello che avevo commesso, e mi sentivo sollevato, non mi sono mai potuto sentire colpevole. E ancora oggi sono dello stesso parere, per questo sconterò fino in fondo la mia pena, perché non ho mai mostrato pentimento, e mai lo farò.

Mia madre tentò di prendersi la colpa dell’accaduto, ma la situazione era talmente evidente che non ci volle molta fatica per capire che ero io il colpevole. Durante il processo, ero minorenne, ma non ebbi sconti di pena.

Anche in quei momenti mia madre mi fu sempre vicina. Si aggiunse ai suoi tormenti anche il rimorso per la mia condanna. Le imposi di non dire a nessuno il motivo del mio gesto, nessuno doveva sapere quello che aveva subito, anche per questo non ho avuto attenuanti, non hanno trovato un movente diverso dalla mia crudeltà.

Guardo quell’immagine appesa alla parete e mi pare di sentire il calore di quelle braccia amorevoli, le braccia di mia madre, i suoi baci e il suo amore che mi inonda in ogni più piccola parte.
Ora, non ho più niente, anche lei se n’è andata, un cancro crudele e cruento se l’è portata via in pochi mesi e sono rimasto proprio solo. Non mi hanno nemmeno permesso di andare al suo funerale. Anche Lucia non c’è più.

Cosa mi succede? Sto piangendo? Lacrime solitarie ed amare mi bagnano le guance. Mi manca molto mia madre e mi distrugge sapere il dolore che ha provato per me, più del fatto che è morta da sola, senza nessuno che le tenesse la mano.

Mi alzo di scatto e strappo dal muro quell’immagine che mi ha portato tanti ricordi e tanti dolori e la getto dritta ne water. Non voglio niente a pungermi l’anima.

Sei sempre nel mio cuore mamma. Ti ho mandato dei fiori sulla tomba.
Appena posso te li porterò di persona. Riposa finalmente in pace.

                                                 Tuo Francesco Matteo.


 diritti riservati di Milena Ziletti - immagine dal web