martedì 9 giugno 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA

parte venti






Aveva trascorso tutto il giorno alla distilleria ed era tornato a casa in anticipo. Doveva controllare se la sua pozione fosse pronta.
Si lavò e mangiò in silenzio con Cincia, si rese conto che passavano serate intere senza parlarsi.
“Devo uscire, Cincia. Vado dal marchese e spero che il mio piano vada a buon fine, per me e per te.”
La vecchia assentì e si ritirò nella sua camera.

Capitolo dieci
Era già buio quando arrivò alla tenuta e un giovane stalliere andò a chiamare Rocco che arrivò subito.
“Può chiamare la signorina Giulia?”
“Puoi dire me, ci penso io con la cavalla.”
“Ho dato la mia parola alla signorina e solo a lei consegno il rimedio che ho preparato.”
Il ragazzino andò di corsa a chiamare la ragazza che raggiunse la stalla di corsa.
Gastone si era avvicinato a Marianna che lo aveva riconosciuto. Si accorse che stava davvero molto male e che sarebbe stato un miracolo se fosse sopravvissuta. Le aprì la bocca e con un piccolo mestolo fece cadere un po’ del decotto in bocca all’animale e gliela richiuse.
Giulia guardava speranzosa.
“Signorina, dovrebbe somministrare questo decotto ogni due ore, anche questa notte, domani ogni quattro ore, poi verrò a vedere come sta. Se vorrà bere le dia acqua fresca, ma niente altro. Dovrà fare molta attenzione a non sporcarsi con le feci che espellerà, saranno di sicuro infette, ci vorrà molta cautela e il suo giaciglio dovrà essere tenuto sempre pulito. Pensa di poterlo fare?”
“Sì, mi farò aiutare da Remo, il ragazzo che è qui con noi.”
“Posso farlo anch’io.” Si intromise Rocco.
“No! Rispose la ragazza, ci penseremo io e Remo, non voglio che nessun altro si avvicini a Marianna.”
“Resto io stanotte, signorina. Stia tranquilla, se ci fossero dei problemi la vengo a chiamare.” Remo era felice di aiutare la sua padrona.
“Mi fido di te, Remo.” E lanciò uno sguardo di sfida al capo stalliere.
Gastone osservava senza intervenire. Capiva bene che era una lotta silenziosa fra i due ma a lui non interessava scoprire il motivo, lo scopo che voleva, il suo scopo era raggiunto e questo gli bastava.
“Io devo andare, signorina Giulia, domani mi devo alzare presto ma verrò a vedere come sta la sua cavalla appena esco dal lavoro.”
La ragazza si avvicinò all’uomo e gli strinse la mano. “La ringrazio per quello che sta facendo.”
Seguito da Rufus tornò a casa.
La giornata era calda e Gastone sudava abbondantemente mentre lavorava alla distilleria. I suoi pensieri andavano spesso alla cavalla e sperava davvero che si salvasse, anche se era destinata a rimanere senza la sua padrona.
Quella sera non tornò nemmeno a casa ma si diresse alla tenuta del marchese, era ansioso di vedere come andavano le cose.
Arrivò direttamente alla stalla e vide la ragazza che parlava dolcemente con la sua cavalla, Remo era accanto a lei.
“Come sta andando?”
“Sta molto male, ha avuto forti dolori addominali e scariche persistenti, ora non ha la forza di reggersi in piedi, ho paura che sia giunta alla fine.” Gli disse con gli occhi pieni di lacrime.
Gastone si sedette vicino alla cavalla e le tastò l’addome, le aprì la bocca, vide gli occhi opachi, sì stava proprio morendo ed era un peccato, era un bellissimo animale.
“Lasci fare a me, signorina, si riposi un po’.”
Prese il muso della cavalla sulle sue gambe e l’accarezzò parlandole dolcemente, altro da fare non c’era. La cavalla si addormentò tranquilla e lui continuò ad accarezzarle il muso.
“Perché non va a riposare e a mangiare qualcosa? Resto io con lei, queste sono le ore cruciali, se supera la notte ha buone possibilità di farcela, rimango io con lei, mi farà compagnia Remo dopo che mi avrà portato qualcosa da mangiare.” Il ragazzo scattò via per soddisfare la richiesta di Gastone.
L’uomo appoggiò la schiena alla parete senza smettere di accarezzare la cavalla. Remo ritornò con del pane e del formaggio e una brocca di birra, mangiarono insieme.
Le stelle splendevano nel cielo buio e si intravedevano dalla piccola finestra. Marianna continuava a dormire e si era addormentato anche il ragazzino, chissà da quanto non dormiva.
Gastone cercò di individuare la stella di sua figlia ma non ci riuscì. Un dolore al petto gli risvegliò rabbia e determinazione, nessuno, nemmeno una graziosa ragazza come la signorina Giulia lo avrebbe distolto da quello che si era ripromesso di fare.
La notte passava molto lenta, il respiro della cavalla si alternava a rantoli ma lui non smetteva di dargli il decotto di erbe e un po’ di acqua.
Ogni tanto si appisolava e si stupì di essersi addormentato. Fu la voce della signorina Giulia a svegliarlo. La cavalla si era rialzata e sembrava stare meglio, la sua padrona le abbracciava il muso e le parlava, doveva essere successo un miracolo.
Gastone si rialzò sentendosi stanchissimo. Guardò cavalla e padrona e sorrise, sì doveva essere successo un miracolo.
“Può cominciare a darle da mangiare, poco per volta e la tenga a riposo fino a quando non avrà recuperato peso e forze e non avrà mangiato a sufficienza per almeno una settimana. Io passerò a vederla ma credo che abbia superato la fare critica, ne sono felice per lei.”
Giulia si avvicinò all’uomo e lo abbracciò. L’uomo rimase rigido e non la sfiorò, non voleva lasciarsi commuovere o intenerire, aveva un lavoro da fare con quella ragazza e lo avrebbe fatto al più presto.
“Ora devo andare, signorina, ho del lavoro da sbrigare ma, se ci fosse bisogno mandi Remo a chiamarmi, anche se sono sicuro che tutto andrà bene.”
Andò direttamente alla distilleria e ci rimase fino a sera. Tornò a casa stanco, mangiò e si addormentò subito sul sofà.
La seconda settimana di luglio era bollente. Nemmeno di sera si poteva respirare, le zanzare non davano tregua ed era difficoltoso perfino dormire.
Gastone cercava di recuperare le forze, fra il gran caldo e il lavoro che svolgeva era davvero molto stanco. Aveva una cosa da fare e la voleva fare in fretta, perciò cercò di riprendere fiato e forze, aveva intenzione di tornare al convento ed entrare per ispezionare ogni cosa mentre non c’era nessuno, voleva trovare un punto di osservazione migliore per la prossima riunione di quei maledetti e ci sarebbe andato non appena la notte fosse stata più scura o fosse arrivato un bel temporale.
Lui e Cincia erano seduti sotto il portico per godere di quel minimo refrigerio che offriva la sera inoltrata, nessuno dei due aveva voglia di ritirarsi in casa, avrebbero dormito fuori se avessero potuto ma le zanzare erano assetate di sangue.
“Come sta la cavalla del marchese?” Chiese la donna.
“Si sta riprendendo bene e dovrebbe pagarmi se è un uomo di parola, altrimenti gliela faccio mantenere io.”
“E la ragazza, com’è?”
Gastone sospirò, sbuffò e alzò lo sguardo al cielo scuro pieno di stelle.
“E’ una ragazza. Come lo era mia figlia e tua nipote.” E farà la stessa fine! Pensò.
“Da alcuni giorni sei tranquillo, cosa stai tramando?”
“Niente che ti possa confessare, meno sai meglio è ma tutto sta andando come deve.”
“La mia schiena mi dice che sta arrivando una burrasca, te lo dico perché so che ti interessa.”
Gastone la guardò e le sorrise da sotto i baffi.
“Vuol dire che uscirò nel temporale.”
E si decisero ad andare a dormire.


Romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

lunedì 8 giugno 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA



IL SEGRETO DELLA LUNA

parte diciannove






Cincia lo stava aspettando con la cena in tavola e mangiarono senza parlare, era davvero molto stanco e si sdraiò subito sul sofà addormentandosi di colpo.
La vecchia lo guardava mentre sparecchiava e pensava alla vita di quell’uomo, a quello che si era ripromesso di fare e l’impegno che ci metteva per ottenerlo. Ebbe un brivido, meglio non averlo come nemico, pensò mentre si ritirava nella sua stanza.
La tenuta del marchese era molto vasta. Gastone era sul suo calesse con il cane tranquillo al suo fianco quando entrò in quel grande cortile circondato da quello che pareva davvero un castello. Si trattava di un enorme palazzo a due piani, c’era la parte padronale e quella riservata alla servitù. Si stava guardando intorno quando un uomo lo raggiunse.
“Io sono Rocco e penso che tu sia qui per la cavalla della signorina Giulia, seguimi.”
Lasciò il calesse all’ombra sotto un portico e col cane al fianco seguì il capo stalliere.
Da un primo sguardo si capiva bene che le stalle erano tenute come dio comanda, pulite e ariose. Alcuni ragazzini stavano pulendo alcuni box e altre persone stavano portando il foraggio per gli animali. Fece un rapido conto e capì che c’erano pressappoco una decina di cavalli in quel settore, e forse altri che non vedeva. Se ne stava silenzioso ma non gli sfuggiva niente.
Arrivarono ad una parte della stalla molto più moderna, con i muri esterni dipinti di bianco e affreschi colorati che ritraevano fiori selvatici. Era strano un simile accostamento e Rocco si degnò di spiegare che era la passione della signorina Giulia, dipingeva molto bene ed aveva decorato la stalla della sua cavalla preferita che aveva chiamata Marianna come una sua amica d’infanzia morta da bambina.
Entrarono e non si aspettava di vedere la ragazza vicina alla cavalla che le parlava mentre la accarezzava.
“Signorina Giulia, questo signore vorrebbe dare un’occhiata a Marianna.”
“Ci penso io, Rocco, lei può andare!” disse in tono brusco la ragazza.
Il capo stalliere abbassò il cappello e uscì malvolentieri.
“Buon giorno signorina, io mi chiamo Gastone e lavoro per Ermete, in passato curavo gli animali feriti, se mi dice di cosa si tratta, forse, e dico forse posso fare qualcosa.”
Nel frattempo, l’uomo non aveva staccato gli occhi dall’animale, si vedeva che soffriva, aveva gli occhi appannati e sembrava faticare a stare in piedi.
La ragazza gli fece cenno di avvicinarsi e la cavalla sembrò agitarsi.
“Come vede non sopporta che nessuno gli si avvicini, se io me ne andassi comincerebbe a nitrire e scalciare e non si lascerebbe toccare da nessuno.”
Certo il comportamento era molto strano, pensò.
“Ha poche forze e non sono più riuscita a cavalcarla, sembra che stia perdendo la voglia di vivere, ma…”
Gastone si era avvicinato. Cominciò ad accarezzarle il muso e parlarle sottovoce. La coda si muoveva senza sosta. Mentre la tastava su tutto il corpo cercava di capire se avesse ferite o dolore in un punto preciso. Le aprì la bocca e si accorse che la lingua aveva un brutto colore, così come l’alito aveva un brutto odore.
“Fin’ora cosa le hanno fatto per curarla?”
“Le hanno dato varie medicine, mi hanno detto di detergerla con sostanze apposite, le hanno massaggiato i garretti e le cosce con unguenti ma Marianna continua a peggiorare.”
Si vedeva che la cavalla non mangiava da tempo e che davvero sarebbe vissuta ancora poco.
“E’ proprio un bell’animale, ma si vede che sta male. Da quanto dura tutto questo? Da quanto tempo non mangia come dovrebbe?”
“Ormai sono due mesi che è cominciato, ma è peggiorata da una settimana e non so più cosa fare!” disse disperata la ragazza. Si vedeva che le era molto affezionata.
“Si sposti un po’, signorina, devo continuare la mia visita per riuscire a capirci qualcosa. Le rimanga vicina così non si agita.”
La ragazza continuò ad accarezzare il muso della sua cavalla mentre Gastone continuava la palpazione. Dal muso alla coda non sembrava ci fosse niente di anomalo, avrebbe dovuto sentire la pancia e l’interno delle quattro zampe.
“Cerchi di tenerla ferma mentre io mi metto sotto.”
L’uomo si abbassò sotto il ventre dell’animale e cominciò a tastarlo con estrema gentilezza, un gesto troppo forte in un punto doloroso avrebbe fatto scattare la cavalla e lui poteva farsi del male. La pancia sembrava più molle del dovuto, altro non aveva riscontrato.
Si raddrizzo e fece spostare la ragazza. Aprì di nuovo la bocca della cavalla ma quella si impennò mandandolo a gambe all’aria.
Gastone si rialzò e riprese ad accarezzare l’animale. Ci vollero parecchi minuti prima che si calmasse e gli permettesse di nuovo di aprirle la bocca. Stava guardando la lingua e i denti cercando di vedere meglio che poteva e fece spostare il muso verso la luce della finestra.
La ragazza osservava quasi senza respirare, con la speranza che almeno quell’uomo riuscisse a capire cosa aveva la sua amata Marianna per poi poterla curare.
“Dovrebbe darmi una mano, signorina. Mi aiuti e le tenga aperta la bocca, devo vedere e tastare all’interno ma, la prego la tenga calma o mi trancerà di netto la mano se si innervosisce e serra le mandibole.”
Era un’operazione piuttosto pericolosa ma andava fatta.
Giulia cominciò a canticchiare sottovoce vicino all’orecchio della cavalla e le aprì la bocca più che poté.
Gastone attese solo alcuni attimi per essere sicuro che l’animale fosse tranquillo poi avvicinò il viso alla bocca aperta e guardò all’interno. Cercava di non lasciarsi sfuggire niente, i denti erano sani, il palato era soltanto più pallido del dovuto e la lingua era più gonfia di quanto dovesse essere. Notò poi che le gengive dell’animale erano molto arrossate come se avessero sanguinato. Molto lentamente introdusse la mano e con un dito tastò l’interno della bocca e ogni singolo dente. Tutto sembrava a posto ma lui aveva già intuito quello che aveva la cavalla. Continuava nel suo lavoro di palpazione mentre Giulia canticchiava e la cavalla era tranquilla.
Alla fine strappò una piccolissima spina che si era incastrata fra i denti. La portò alla luce e la osservò. Ci volle un po’ per capire di cosa si trattasse e la mostrò alla ragazza.
“Vede questa spina, signorina? Fa parte di un’erba velenosa, in qualche modo la sua cavalla ne ha mangiato, o qualcuno gliene ha dato di proposito, io la conosco e so che non esiste antidoto per questo veleno, ma un tentativo lo possiamo fare.”
La ragazza era stravolta pensando che qualcuno avesse avvelenato la sua cavalla preferita.
“Sono disposta a tutto, cosa si può fare?”
“Devo preparare un decotto, la avviso che la farà stare molto male ma è l’unica cosa che si può fare. E’ un animale giovane e ancora in forze, ci sono buone possibilità che guarisca ma, se la lascia così morirà nel giro di due o tre settimane.”
“Lo faccia in fretta, non mi importa altro che guarisca.”
“Mi servono un paio di giorni, tornerò non appena avrò pronto il rimedio e le darò le istruzioni necessarie per la cura, se può la faccia bere ma non le dia da mangiare, farò più in fretta che posso e, forse già domani sera o al massimo dopo domani mattina sarò di ritorno con quanto serve.”
“Va bene, l’aspetto. La prego faccia più in fretta che può.”
Rocco era fuori ad aspettarlo e lo riaccompagnò al calesse. Gastone e Rufus fecero il tragitto piuttosto velocemente e, arrivati a casa, l’uomo si chiuse nel suo casotto a preparare l’antidoto per quell’erba velenosa.
Lavorava alacremente con quanto aveva a disposizione, conosceva bene sia l’erba sia l’antidoto, quello che non sapeva era se l’avvelenamento della cavalla fosse intenzionale o meno.
Certo molte persone odiavano il marchese ma avvelenare la cavalla della nipote non aveva molto senso. O sì? D’altra parte lui stesso avrebbe ucciso quella ragazza, di sicuro c’era qualcuno con meno coraggio di lui e che si limitava ad uccidere la cavalla.
Lavorava velocemente per preparare un decotto che aveva usato su molti animali avvelenati, anche se non avesse salvato la cavalla aveva raggiunto il suo scopo di conoscere la ragazza e di conquistarne la fiducia. Lasciò le erbe a macerare e andò a dormire, non c’era altro che potesse fare per il momento.


romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

venerdì 5 giugno 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA



IL SEGRETO DELLA LUNA

parte diciotto






Cincia si intromise per dare modo a Gastone di riprendersi.
“Se non mi sbaglio deve avere tre figli, due femmine e un maschio, voi ne sapete qualcosa?”
Fu sempre Maria a prendere la parola. “Sì, il figlio è il più giovane dei tre, quello che ha fatto morire di parto sua madre ma la povera marchesa aveva fatto numerosi aborti, non aveva il fisico per fare tanti figli ma quel maiale non ne voleva sapere. Nonostante le numerose amanti voleva avere dei figli, così ha fatto morire quella dolce creatura che chissà cosa ha passato con quel verme.”
“Io l’ho conosciuta la povera marchesa.” Disse Anita. “Era una ragazza timida, di buona famiglia e il marchese l’aveva adocchiata che era ancora giovanissima. La sposò che aveva solo quindici anni, venti meno di lui. Io ero presente al loro matrimonio facevo la cameriera per il pranzo che avevano dato ma non mi sembrava molto contenta.”
“Le sue figlie sono gemelle e quando le partorì quasi morì. Adesso sono grandi e sposate e se ne sono andate dalla tenuta da alcuni anni, non so dove abitino ora. Col vecchio marchese è rimasto solo il figlio Renzo che dicono sia peggio del padre!”
“Sì, è vero.” Disse Gemma. “Renzo si è sposato una di un paese vicino ed hanno quattro figli, tre maschi e una femmina, lo so bene perché la moglie si fa cucire gli abiti da mia cugina e ogni tanto la vedo e ci parliamo. E’ una signora per bene, anche la figlia, Giulia è molto a modo, dicono che somigli molto alla nonna e che il marchese straveda per lei!”
Ecco la notizia che cercava Gastone. Ora aveva un obiettivo.
Cincia capì al volo. “Stanno tutti alla tenuta del marchese?”
“Sicuro, quel vecchio porco tiene ancora tutti sotto controllo. E’ ancora lui che amministra ogni cosa e suo figlio non vede l’ora che passi a miglior vita per fare il padrone in tutti i sensi!”
“Dicono che non abbia ancora dato il suo consenso al matrimonio della nipote, che non trovi nessuno alla sua altezza ma, se aspetta ancora un po’ diventerà una zitella. Ormai ha diciotto anni ed è ora che metta su famiglia.” Lucia si era intromessa, voleva dare anche lei il suo contributo.
“Belle signore, che ne dite se vi riaccompagno a casa col calesse?” Ci furono gridolini di gioia.
“E che ne dite se ci ritroviamo presto per un’altra bella domenica insieme?” Altri gridolini di gioia.
“Non dimenticate di chiamarmi se avete bisogno di qualche lavoretto, io sono a vostra disposizione e voi mi terrete allegro come oggi. E’ stato un piacere fare la vostra conoscenza e spero che continueremo questa usanza di trovarci tutti insieme.”
Nel frattempo, Cincia aveva preparato dei pacchetti per ognuna di loro con il cibo avanzato, sapeva che non se la passavano molto bene. Le abbracciò e le intrattenne mentre Gastone arrivava col calesse e le aiutava a salire, avrebbe così imparato dove abitavano.
Fischiettava allegro e le donne ridevano fra di loro, felici della bella domenica passata in compagnia e per aver mangiato e bevuto a sazietà, nonché aver conosciuto un bell’uomo, erano invidiose di Cincia che lo ospitava nella sua casa, sarebbe stato bello se fosse capitato ad ognuna di loro, perché quello che più soffrivano era la solitudine.
Mentre ritornava a casa i pensieri di Gastone erano tutti per quel dannato marchese. L’avrebbe pagata, oh se l’avrebbe pagata! E prima di tutti gli altri. Ora aveva la certezza che faceva parte di quel branco di depravati e la sua cara nipote sarebbe stata la prossima ad essere inchiodata ad un albero.
Luglio era cominciato e il lavoro nei campi e nella distilleria teneva Gastone impegnato parecchio. Si stava informando con discrezione sulla famiglia del marchese e di suo figlio e Cincia lo aiutava in tal senso. Non era facile avvicinare quelle persone per quelli come lui.
Fu mentre era da Gemma a ripararle una finestra che scoprì, forse, qualcosa che lo avrebbe aiutato. Era seduto alla tavola della vecchia con un bicchiere di fresca birra e parlavano del più e del meno. L’uomo portò il discorso sul marchese e la sua famiglia, chiese che proprietà avesse, come facesse ad essere così ricco e portò il discorso sulle sue scappatelle e depravazioni, perché erano i discorsi che la vecchia amava spettegolare di più.
Mentre l’ascoltava pensava alla sua povera moglie, a quello che doveva aver passato per decidere addirittura di farla finita e buttarsi nel fiume.
“Ho sentito dire che la nipote del marchese ha una grande passione per i cavalli e che è una brava cavallerizza. Alla tenuta hanno stalle con vari cavalli e lei ne ha un paio di sua proprietà, regalo del nonno. Ieri, mentre ero in paese ho sentito che il suo cavallo preferito si è ammalato e che nessuno riesce a guarirlo. Il marchese sta chiedendo in giro se qualcuno è in grado di fare qualcosa ed è disposto a pagare bene, pare sia un cavallo, anzi una cavalla di razza pregiata e che serva anche per riproduzione. Non so cosa abbia ma ci sarebbe da guadagnarci bene a curarla e guarirla.” Lo guardò e gli strizzò l’occhio.
Gastone ringraziò la vecchia signora e tornò a casa.
Il caldo era asfissiante nonostante fosse sera inoltrata. Rufus era sul calesse e stava con le orecchie ritte in ascolto anche del più piccolo rumore ma tutto era tranquillo.
Steso sul sofà cominciò a pensare al da farsi.
Nella distilleria faceva molto caldo e Gastone era a dorso nudo e sudava abbondantemente. Il basso ringhiare di Rufus lo avvertì che il suo padrone stava arrivando.
Ermete entrò e si sedette asciugandosi il sudore che gli colava da sotto il cappello.
“A che punto sei col lavoro?”
“Sono in linea con i tempi che servono. Ci sono novità?”
“No, tutto a posto ma volevo essere sicuro di essere puntuale con la prossima consegna.”
“Stia tranquillo, io mantengo sempre i miei impegni.”
Ermete lo aveva capito da tempo che quello era un uomo che non mancava alla parola data.
“Senta, capo, ho sentito dire che il marchese darà una ricompensa a chi riuscirà a guarire una cavalla di sua proprietà, non è che potrei darle un’occhiata? Mi intendo di ferite ed ho curato gli animali quando facevo il guardia caccia e un po’ di soldi in più mi servirebbero proprio per comprare il legname e rifare il tetto della baracca di Cincia. Lei può fare qualcosa in questo senso?”
Ermete pensava a come soddisfare quella richiesta, era sicuro che accontentandolo avrebbe avuto maggiori possibilità che rimanesse a lavorare per lui.
“Credo di potergli parlare, devo consegnare alla tenuta della merce particolare.” Disse abbassando lo sguardo. “Ti farò sapere al più presto. Ora devo tornare o mia moglie non mi dà tregua, è diventata insopportabile più del solito. Sarà colpa di questo caldo. Buona giornata.”
Gastone si chiese il motivo per il quale, spesso, il suo capo abbassasse lo sguardo, come se si vergognasse di qualcosa, prima o poi avrebbe cercato di saperne di più ma, per il momento aveva altre priorità.
La prima settimana di luglio trascorse con un caldo soffocante, Gastone stava ripulendo gli arnesi da riporre, aveva davanti un giorno intero di riposo e ne aveva bisogno. Di notte riusciva a dormire pochissimo in quanto la sua mente era sempre impegnata nel cercare il modo migliore di procedere con il suo piano. Si stava rimettendo la camicia quando sentì il ringhio basso di Rufus. Uscì e richiuse la porta incamminandosi per il sentiero con i sensi ben svegli. Il cane gli camminava al fianco a muoveva il muso con molto sospetto, Gastone con la mano gli carezzava la testa tenendolo tranquillo. Avevano percorso quasi tutto il sentiero quando vide un uomo a cavallo fermo, come se lo stesse aspettando.
Indossava una leggera camicia a maniche corte, un cappello di paglia leggero e di bella foggia. Stava in sella al cavallo che scalpitava leggermente, come se danzasse mentre era tenuto a briglia ferma dal suo cavaliere.
Gastone e Rufus si stavano avvicinando e il cane ringhiava sottovoce. Raggiunsero cavallo e cavaliere e si fermarono.
“Buona sera.” Disse educatamente Gastone che aveva riconosciuto l’uomo dalla suola degli stivali.
“Sei tu il bracciante di Ermete? Quello che se ne intende di animali?”
“Sono io, mi chiamo Gastone e in passato curavo gli animali selvatici feriti. Non ho esperienza specifica con i cavalli, ma potrei avere qualche lenitivo interessante.”
Lo sguardo di quel vecchio porco non si staccava da uomo e cane, come se valutasse entrambi prima di prendere la decisione. Si sentiva sicuro in sella a quel grosso stallone e dalla sua altezza faceva pesare ancora di più il suo potere su quel piccolo uomo miserabile e quel rognoso di un cane. Li valutava come se fossero merce.
“E cosa potresti fare tu che altri non sono riusciti ad ottenere?”
“Non lo so fino a quando non vedo di cosa si tratta, se mi renderò conto che non è nelle mie possibilità fare qualcosa glielo dirò e tornerò da dove sono venuto, io ci posso provare ma la decisione spetta a lei.”
“Domani è domenica, ti aspetto verso le dieci. Presentati alle stalle e chiedi del mio capo stalliere Rocco, lui saprà cosa fare. Se riuscirai a guarirla per te ci sarà una borsa di monete altrimenti non ci sarà niente, nemmeno se dovessi venire venti volte, pago solo se ottengo il risultato.”
Detto questo, girò il cavallo e se ne andò.
Rufus continuava a ringhiare. “Bel tipo quel marchese, gli farò calare io le arie e nemmeno saprà cosa gli succede.”


romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

giovedì 4 giugno 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA

parte diciassette






Con lentezza e silenzioso come un serpente strisciò fino ai gradini e, sempre strisciano uscì dalla botola. Facendo sempre molta attenzione uscì dalla piccola cappella, aveva timore che qualcuno fosse stato messo a guardia ma non vide nessuno. Scelse una lapide più grande delle altre e si nascose in attesa che gli altri uscissero. Stava riprendendo a respirare normalmente quando sentì altri passi avvicinarsi, dalla paura di essere scoperto, strisciò verso il suo passaggio segreto ed uscì dalle mura del convento. La luna era grande e luminosa e lui non si fidò a rialzarsi in piedi, oltrepassò tutto il prato strisciando finché raggiunse il boschetto, si inoltrò fra gli alberi, si rimise le scarpe e ritornò di corsa verso casa. Non se la sentiva di rimanere per vedere da dove sarebbero usciti, per il momento non gli importava, aveva troppe cose a cui pensare e, decise, una ragazza da salvare.
Cincia era seduta al tavolo della cucina con Rufus che dimenava la coda. Vide il viso pallido dell’uomo e gli porse un bicchiere di vino. Gastone lo trangugiò d’un fiato e si sdraiò sul sofà mentre Cincia si ritirava nella sua camera.
Rufus, felice del ritorno del suo padrone si era messo al suo fianco e si era già addormentato, ma lui no, Gastone non riusciva ad addormentarsi. Maledetti, maledetti loro tutti, gliel’avrebbe fatta pagare cara, tutte quelle morti, quelle famiglie distrutte dal dolore solo per potere e denaro. Maledetti. E si addormentò con le lacrime che gli bagnavano le guance.
Stava lavorando nella distilleria ma la sua testa era altrove. Quello che aveva scoperto, anche se in parte se lo aspettava, lo aveva molto scosso. Aveva capito che erano persone senza scrupoli pur di ottenere quello che volevano, ma non per questo meno intelligenti e astuti.
Quello che aveva detto che dovevano fare attenzione ai forestieri e quell’altro che voleva assoldare degli investigatori erano sicuramente i più pericolosi e non si sarebbero fatti da parte molto facilmente, soprattutto quando avessero scoperto un altro cadavere che lui avrebbe fatto trovare loro molto presto.
Nella sua mente andava ripercorrendo ogni istante di quella notte, aveva visto solo i piedi e persone incappucciate, non poteva essere sicuro di poterne riconoscere la voce, ed essendo il viso coperto dal cappuccio la voce non risultava limpida, ma una cosa l’aveva notata e, se al momento gli era sfuggita ora glie tornata in mente come un fulmine.
Uno di quegli otto delinquenti doveva essere zoppo, perché aveva visto due piedi calzati in stivali con la suola una molto più alta dell’altra. Decise, per il momento di concentrarsi su questo personaggio, non poteva dedicarsi a tutti loro insieme ma adesso aveva un elemento da sviluppare e, la domenica successiva, al pranzo organizzato da Cincia ne avrebbe parlato. Doveva poi trovare un modo per vederli in faccia e stava elaborando un piano per riuscirci. Doveva anche stare attento, molto attento e non avere troppa fretta, non si era imposto un tempo limite per portare a termine la sua vendetta, ma soltanto il modo di non essere scoperto, non voleva finire in prigione o, ancora peggio ucciso da qualche sicario mandato da quella gentaglia.
Cercò di concentrarsi sul lavoro e di non pensare troppo, ma un’altra fanciulla era in pericolo e lui non sapeva come fare per salvarla, avrebbe avuto bisogno di tempo libero e scoprire chi era stato mandato alla sua ricerca ma era molto limitato, Ermete non gli dava tregua col lavoro e con le richieste.
Era sabato ed era andato al fiume a pescare pesci freschi per il pranzo del giorno dopo. Si era avvicinato alla grande tenuta dei Morietti. Fischiettava e gli occhi, da sotto il cappello guardavano in ogni direzione. Si fermò ad un’ansa del fiume con Rufus al fianco e cominciò a pescare. Il cane cominciò a ringhiare sommessamente, qualcuno si stava avvicinando.
Gastone sentì i passi ancora in distanza ma non distolse la sua attenzione dal galleggiante in acqua.
Si girò soltanto quando quell’uomo fu a pochi passi da lui. Un individuo con un fucile a spalla gli si affiancò.
“Che ci fai qui? Non sai che questa è proprietà privata dei Morietti? Chi sei?”
“Sono Gastone, un lavorante di Ermete e vivo in casa con Cincia, mi piace pescare nel mio tempo libero e non sapevo che anche il fiume fosse proprietà privata, non ho visto nessun cartello.”
L’uomo guardava Gastone cercando di capirne le intenzioni, sapeva bene che non poteva allontanarlo fino a che non fosse entrato nella proprietà dei suoi padroni, ci era molto vicino ma era ancora su suolo pubblico.
“In effetti il fiume non è di proprietà dei signori Morietti, ma ci sei molto vicino ed io sono uno dei loro guardiani. So chi sei, ti ho visto a volte in chiesa e so che stai con quella vecchia pazza e questo a me non interessa. Ti informo soltanto che non puoi sconfinare nella tenuta. Da là in poi, come vedi c’è una serie di cartelli che delimitano il confine. Ti consiglio di non oltrepassarlo o farai i conti con me e i miei colleghi. In questa tenuta comanda il signor Costantino Morietti e quello che lui vuole è legge e lui non vuole problemi nella sua proprietà. Sono venuto solo per avvisarti ma so che sei un uomo intelligente. Continua pure a pescare e tieni lontano da me quel tuo cane pulcioso o, chiaro come il sole gli sparo dritto in fronte, quello che vale per te vale anche per lui e, se mai ti venisse il desiderio di parlare con il mio padrone ti consiglio di ricevere prima il suo invito, non si entra senza di quello. Buona giornata.” E se ne andò.
Gastone continuò a pescare. Era evidente che Costantino temeva per la sua incolumità e della sua famiglia, sarebbe stato molto difficile avvicinarsi a quel detestabile personaggio ma, per il momento non era ancora arrivato il suo turno, ma sarebbe arrivato, oh se sarebbe arrivato!
Con la cesta colma di pesce, fischiettando tornò a casa. Aiutato da Cincia pulì il pesce, la selvaggina, verdura e frutta per il giorno dopo. Per quella vecchia era un piacere potersi sentire utile e sembrava ringiovanita.
“Dimmi, Cincia hai contattato le tue amiche?”
“Non sono mie amiche, sono soltanto delle povere vecchie, sole come me. mi è bastato parlare con una di loro per spargere la voce dell’invito a pranzo e sono sicura che non mancherà nessuna. Sono cinque, e con noi saremo in sette, pensi ci sia cibo a sufficienza?”
“Sono sicuro di sì, hai già fatto il pane e il dolce, non dovevi affaticarti tanto, potevo aiutarti io.”
“Tu fatti bello e sarai il principe delle vecchie!” E fece una sonora risata.
La domenica era calda ma meno afosa e la casa di Cincia era lustra, mentre profumi di arrosti e grigliate si diffondeva nell’aria. Era tutto pronto e verso mezzogiorno arrivarono tutte insieme. Si erano tirate a lucido col vestito della festa e un bel fazzoletto colorato sui capelli. Discutevano ad alta voce e Cincia uscì sulla porta ad accoglierle.
Le fece entrare, offrì loro dell’acqua fresca e le fece accomodare a tavola.
“Che bella idea hai avuto, vecchia cornacchia!” E giù a ridere come ragazzine.

Capitolo nove
Avevano tutte superato i settant’anni e si conoscevano da sempre anche se si frequentavano poco, soprattutto Cincia che non andava più nemmeno in paese se non per lo stretto necessario e non frequentava più la chiesa. Si incontravano ogni tanto e si raccontavano tutti i pettegolezzi del paese.
Per primo entrò Rufus che andò ad accoccolarsi al suo posto vicino al sofà, poi entrò Gastone e tutte rimasero con la bocca aperta.
Si era lavato, profumato, pettinato e indossato una leggera camicia con le maniche corte su un paio di leggeri pantaloni scuri, sembrava un dio uscito dal bosco. I capelli tenuti indietro erano ancora umidi e i baffi corti e scuri disegnavano un sorriso.
Prese un sospiro ed entrò in cucina, si avvicinò ad ognuna di loro e baciò loro la mano facendo un inchino. Se pur impossibile, quelle vecchie signore arrossirono ormai non più avvezze a ricevere nessun complimento.
Cincia osservava sorridendo compiaciuta l’effetto che Gastone aveva avuto su quelle donne e lo fece accomodare a capo tavola.
“Ma che bella compagnia, dovrete venire più spesso, conosco così poca gente di questo posto e voi siete bellissime!”
Cincia sorrideva senza farsi vedere, era proprio un gran buffone e le aveva già conquistate tutte.
“So che siete amiche della mia amica, perciò anche mie e, se avete bisogno di un uomo in casa fatemelo sapere che vengo di corsa!” Lasciò che la frase ambigua restasse nell’aria e si alzò per prendere il cibo e servirlo personalmente.
Quanti sorrisi, quante risate e che stomaco vuoto avevano quelle donne anziane. Ci furono racconti della loro gioventù, del loro passato, delle loro famiglie e di tanti episodi che avevano vissuto insieme. Il vino, fresco e frizzante aveva fatto il resto. Erano tutte allegre e Gastone fu galante con ognuna di loro.
Cincia gli strizzò l’occhio. “Che ne dite ragazze di raccontare un po’ di storia del nostro bel borgo? Gastone è un forestiero e so che gli piacerebbe sapere qualcosa che ci riguarda. Hai qualche domanda specifica da fare?”
“Mi piacerebbe conoscere di più sulle persone più in vista, ma anche di quelle comuni, ho l’impressione che per conoscere ogni cosa dovrete venire spesso a pranzo da noi!”
L’allegria e le risate, le frasi ambigue furono nell’aria per alcuni minuti e i padroni di casa lasciarono fare.
“Secondo voi, chi è l’uomo o la donna più importanti di questo posto? E perché?”
“Semplice.” Rispose Rosa. “L’uomo più importante è il marchese Lorreni. E’ padrone di terre e bestiame, è ricco, influente e dicono che sia imparentato con un qualche vescovone.”
“Fa parte delle più vecchie famiglie del posto.” Aggiunse Maria. “Mia nipote ha lavorato come aiuto cuoca e dice che là dentro al palazzo sembra di vivere in una ghiacciaia. La moglie è morta di parto e lui se la spassa con tante donnine e serve che vivono là. Ho sentito certi episodi!”
Maria si guardò intorno e vide che erano tutti concentrati su di lei. Il sorriso di Gastone la incoraggiò e continuò. “Ho sentito dire che usa la frusta con le donne e che a lui piace farsi incatenare per poi vendicarsi, che si chiude in camera con tre o quattro ragazze per volta. Un vero diavolo! Le donne sono terrorizzate quando lo vedono arrivare perché allunga le mani sotto le vesti e strizza le carni. Lo diceva sempre mia nonna che i nati storpi sono figli del diavolo!”
“E’ storpio?” si informò l’uomo.
“Sì, è nato con una gamba più corta dell’altra e credo che sia più cattivo anche per questo!”
A Gastone si drizzarono i capelli in testa. Da quell’uomo era fuggita sua moglie e chissà cosa aveva dovuto sopportare, in più era uno dei colpevoli della morte delle sue donne. Cercò di mantenere il sorriso ma Cincia si accorse della freddezza che aveva invaso i suoi occhi e capì che quello era uno che avrebbe pagato.


Romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

mercoledì 3 giugno 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA



IL SEGRETO DELLA LUNA

parte sedici






“Sono tutte donne piuttosto vecchie e sole, anche se ci frequentiamo poco posso sempre inventarmi qualcosa, anzi se porti abbastanza pesce le invito a pranzo e te le faccio conoscere, sono sicura che avrai successo se solo sorridi un po’ di più. Ci vuole poco per conquistare il cuore di una vecchia!”
“Tu organizza che io provvedo, userò perfino un po’ di profumo, ti garantisco che non mi riconoscerai. Adesso devo andare al lavoro, ci vediamo stasera.”
Uscì svelto con il cane alle calcagna, ancora due giorni alla luna piena e lui aspettava con ansia e batticuore.
Era immerso nel suo lavoro ma i suoi pensieri ripassavano mentalmente quello che doveva fare la notte successiva, finalmente avrebbe fatto un passo importante verso la sua meta.
Cincia aveva organizzato un pranzo con le sue amiche per la domenica successiva e non mancava niente in dispensa.
“Mi sembri ansioso stasera.”
Gastone guardò la sua amica e annuì con la testa. Aveva la gola secca.
“Devo chiederti di chiudere in casa con te Rufus, non voglio che mi segua stasera.”
“Lo farò, vai tranquillo, noi ti aspetteremo.”
Sembrava che il buio non volesse arrivare quel giorno. Gastone era appostato al limite del grande prato che circondava il convento aspettando solo che il buio arrivasse per poter passare attraverso il minuscolo passaggio ed entrare.
Finalmente si mosse. Nella sacca aveva ciò che gli poteva servire, si calò sul viso una calza nera nella quale aveva fatto dei buchi per gli occhi, era tutto vestito di nero, si tolse le scarpe, le infilò nella sacca, si scurì le mani e si calò nel passaggio.
Purtroppo non avrebbe capito come sarebbero entrati gli altri visto che doveva anticiparli ma lo avrebbe scoperto un’altra volta. La cappella non era chiusa col lucchetto e lui entrò senza problemi. Aspettò che gli occhi si abituassero alla penombra e si avviò alla botola. Anche il piccolo altare era già stato spostato ed era una fortuna, non doveva fare altro che entrare e nascondersi. Discese i cinque scalini e si ritrovò nel vestibolo. Alcune candele rischiaravano tutto e riuscì a vedere in distanza il grande tavolo rotondo illuminato quasi a giorno da decine di candele. Doveva trovare il posto migliore per nascondersi ed osservare. Il soffitto sopra di lui cominciò a tremare, stavano già arrivando, erano in anticipo o lui si era troppo attardato. Decise di infilarsi sotto l’ultimo ripiano che sosteneva i vasi con gli occhi, sperando che quelli passassero senza osservare troppo. Il posto era scomodo e lui si rannicchiò cercando la posizione migliore. Era sdraiato con la testa appoggiata alla parete da una parte e i piedi a quell’altra. Sembrava proprio invisibile, o così sperò.
I passi si avvicinavano e vide i piedi di alcuni uomini, altro non riusciva a vedere. Capì che si stavano spogliando per indossare il grande mantello e il cappuccio che aveva visto in precedenza negli otto armadietti. Nessuno parlava, si sentivano solo i respiri e il rumore della stoffa.
Ci volle tempo, Gastone non riusciva a capire quanto ne trascorse prima che il silenzio tornasse, si erano tutti avviati nella loro Sala Grande ed avevano preso posto. Cominciarono a parlare ma lui non riusciva a capire bene quello che dicevano. In parte perché la voce era attenuata dal cappuccio e un po’ perché erano distanti, doveva avvicinarsi o non sarebbe servito a niente che lui fosse lì. Sapeva come muoversi in silenzio e loro non si aspettavano certo che ci fosse qualcuno, perciò mosse prima un piede, poi l’altro e strisciò fuori. Il collo gli doleva per la posizione scomoda, rimase sdraiato a terra e decise di strisciare come un serpente mentre si avvicinava. Stava rasente al muro, non c’erano punti o anfratti in cui potersi nascondere, l’unica cosa che poteva fare era respirare e muoversi senza fare rumore.
Finalmente riuscì a trovare la distanza giusta per vedere e per ascoltare.
Vide che tutti indossavano lo stesso grande mantello e il cappuccio, mentre quello che doveva essere il capo, seduto sotto la grande parete indossava un cappuccio di forma e colore diverso.
Riconobbe subito la voce di quello che stava parlando, era il sacrestano che sbraitava e piangeva per quello che era successo a sua figlia e chiedeva se qualcuno di loro fosse a conoscenza di qualcosa se non addirittura il colpevole. Si stava agitando parecchio ma nessuno lo interrompeva o interveniva fino a che, il capo alzò la mano e lui si zittì.
“Il tempo a tua disposizione è scaduto, ora tocca agli altri.”
 “Numero Due, puoi parlare.”
“Tutti noi qui sappiamo quale è il nostro compito e il giuramento che abbiamo fatto. Nessuno deve interferire con le nostre regole e con le decisioni del Gran Sacerdote.” Dicendo questo volse la testa verso il loro capo e la abbassò in segno di rispetto.
Tutti quanti gli altri fecero lo stesso gesto.
“Io, come credo tutti voi, non so cosa sia successo alla piccola Laura, certo è che è ben strana la circostanza della sua morte e del suo ritrovamento. Di certo non riguarda la nostra Confraternita, i Cavalieri della Terra Feconda non toccano le figlie dei propri affiliati, e questo lo abbiamo giurato col sangue, perciò, numero Sei, non è a noi che devi rivolgere le tue accuse. Sei sicuro che con la tua bramosia di denaro e di sesso non hai commesso qualche sgarbo a qualcuno?”
“Numero Tre, puoi parlare.”
“Dobbiamo tenere in considerazione che qualcuno abbia dei sospetti, ma non credo sia possibile se ognuno di noi ha fatto e fa la propria parte. Nessuno al di fuori di noi sa dell’esistenza dei Cavalieri, perciò penso piuttosto che ci sia un assassino che si aggira nei paraggi, dovremo fare attenzione a chi passa da qui o ci è arrivato da poco e che poco conosciamo, ma propendo a credere che sia la vendetta personale di qualcuno verso Numero Sei.”
“Numero Quattro, puoi parlare.”
“E’ atroce quello che è capitato alla povera Laura, io stesso ho dei figli e non vorrei mai sopportare un simile dolore, credo che dovremmo assumere un investigatore bravo per fare indagini e scoprirne di più.”
“Numero Cinque, puoi parlare.”
“Non avete pensato che qualcuno possa vendicarsi di quello che abbiamo fatto ad una delle ragazze? Che abbia scelto una ragazzina a caso per compiere la sua vendetta?”
“Numero Sette, puoi parlare.”
“Io non darei molta importanza alla cosa, tutti noi sappiamo dei vizi di Numero Sei, e se fosse stato lui stesso?”
Il sacrestano si alzò in piedi ma un gesto del Gran Sacerdote lo fece zittire e si sedette.
“Numero Otto, puoi parlare.”
“Io credo che dobbiamo solo fare più attenzione, si sta avvicinando il tempo del prossimo sacrificio e non vorrei che venisse rimandato. Nessuno sa della nostra esistenza e propendo a credere che il tragico evento non abbia niente a che fare con noi.”
Il Gran Sacerdote si alzò. Gastone lo vedeva bene, era più basso di tutti gli altri. Il simbolo dietro di lui era gigante al suo confronto.
“La Luna, nostra Sorella e Madre, con sangue di Vergine tiene la Terra Feconda.”
Tutti si alzarono e abbassarono il capo bisbigliando qualcosa che poteva essere una preghiera, portarono le mani giunte sulla testa e verso il Gran Sacerdote che li osservava tenendo le mani allacciate davanti al petto. Finirono di recitare quel che era e si rimisero a sedere.
Soltanto il Gran Sacerdote rimase in piedi e passò lo sguardo su ognuno di loro soffermandosi per qualche instante sui loro occhi.
“Io, Sacerdotessa dei Cavalieri della Terra Feconda stabilisco che quanto è successo non ha niente a che vedere con la nostra missione, pertanto non verrà interrotto quello che da secoli i Cavalieri portano avanti. Lo scopo lo sappiamo tutti è quello di produrre soldi, ricchezza e potere per noi e per le nostre famiglie. Nel mese di settembre faremo il consueto sacrificio e staremo ben attenti alla scelta della vergine da donare alla nostra Madre Terra. Dovremo cercarla lontano da qui ed ho già mandato l’incaricato alla ricerca della fanciulla. Avrò sue notizie da comunicarvi nella prossima riunione. Cerchiamo di comportarci come persone normali anche se sappiamo bene che siamo diversi dagli altri, noi siamo stati Eletti per questo compito, abbiamo ricevuto dalle nostre famiglie, dai nostri antenati il compito di continuare questa tradizione e sappiamo bene cosa succede a chi non rispetta le nostre regole. Qualcuno ha bisogno che vengano ricordate?”
La Sacerdotessa passò il suo sguardo di nuovo su ognuno di loro ma nessuno mosse un muscolo.
“Bene, vedo che siamo tutti d’accordo. Numero Sei, hai qualcosa da aggiungere? O parli ora o non lo farai più!”
Nessuno si mosse, nemmeno Numero Sei.
La Sacerdotessa si sedette e il silenzio calò come un gelo in quel posto maledetto. Gastone osservava, aveva ascoltato ogni cosa, e che sorpresa aveva avuto scoprendo che il capo di quei bastardi fosse una donna, una donna che uccide e sevizia altre donne. Maledetta, maledetta, maledetta, ci avrebbe pensato lui con quella vigliacca. Adesso doveva uscire prima che finissero la loro meditazione. Si stavano tenendo per mano, col capo abbassato e recitavano sottovoce delle parole che lui non riusciva a sentire.


Romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

martedì 2 giugno 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA



IL SEGRETO DELLA LUNA

parte quindici





Se aveva un dubbio ora non lo aveva più. Sapeva che quella donna si sarebbe fatta ammazzare piuttosto di tradirlo, chiamò il cane e si avviò al casotto. Entrò e, come faceva sempre si chiuse dentro. Osservò ogni cosa per vedere se ci fosse qualche indizio che lo potesse incriminare ma aveva fatto ogni cosa per bene e tutto era come doveva essere.
 La mattina non andò alla distilleria ma direttamente in paese. Era ancora presto ma c’erano già persone che entravano ed uscivano dalla casa del sacrestano. Si preparò un’espressione addolorata ed entrò. La salma della ragazza era stata ricomposta, le palpebre erano state abbassate, era stata lavata, pettinata e rivestita e posta sul suo lettuccio che era stato spostato nella stanza grande. Sembrava dormisse. Intorno c’era tutta la famiglia e parecchie altre persone. La madre era sconvolta e non smetteva di piangere, mentre il padre cercava di mantenere un certo distacco ma si vedeva che poteva crollare da un momento all’altro.
Gastone si avvicinò ai due e fece loro le condoglianze di rito poi si sedette in un angolo facendo finta di pregare. Stavano aspettando il prete per il rosario e lui vi avrebbe partecipato.
La stanza si affollò di tante persone e il caldo era insopportabile. Uno dei figli del sacrestano distribuì acqua fresca con pezzi di pane.
Gastone osservava ogni cosa, ogni movimento, ogni individuo. Le sedie più comode furono offerte alle persone di più alto rango. Ognuno aveva una parola, un gesto per quei genitori così provati dal dolore, tanti abbracci e pacche sulle spalle.
Fu solo un attimo, uno scambio di sguardi fra il sacrestano e un distinto signore che Gastone non conosceva. Vide che gli bisbigliava qualcosa all’orecchio per poi sedersi vicino alla madre della povera Laura.
Gastone sospirò per dimostrare dolore e una signora vicino a lui si asciugò gli occhi con un fazzoletto.
“Che dolore! Che disgrazia!” Ripeteva la donna.
“Proprio vero, perdere una figlia è il dolore più grande che si possa provare!” Fu l’unica frase sincera che gli uscì dalle labbra. “Chi è quel signore che si è appena seduto?”
La donna alzò lo sguardo verso Gastone come se ritenesse che fosse un povero scemo, come poteva non conoscere quell’uomo? Poi si ricordò che era un forestiero arrivato da poco.
“Quello è il signor Costantino, uno dei più grandi proprietari terrieri della zona. E’ anche uno dei più ricchi, ha terre e bestiame in gran quantità ed è proprietario della Cascina Morietti, con tutto quello che ne consegue.”
“E’ bello vedere gente così che porge le condoglianze anche ad un semplice sacrestano, deve essere bello vivere in un posto come questo dove tutti si vogliono bene!”
La donna aveva ripreso a lacrimare e non rispose.
Gastone si puntò nella mente il viso e il nome di quell’uomo Costantino Morietti, lo avrebbe tenuto sotto controllo.
Rimase per tutta la mattina seduto su quella scomoda sedia ad osservare. Il ragazzino che lo aveva aiutato nei lavori gli andò vicino e si sedette accanto a lui, aveva bisogno di qualcuno che lo sostenesse, tutti gli altri erano talmente presi dal piangere e lamentarsi. Lui gli accarezzò la testa senza parlare e rimasero vicini a lungo.
I funerali si sarebbero svolti il giorno dopo, tutti vi avrebbero partecipato. Si alzò, salutò di nuovo porgendo condoglianze e se ne ritornò alla distilleria.
Controllò che tutto fosse in ordine, non aveva voglia di rimanere al lavoro e ritornò a casa.

Capitolo otto
Era una rovente giornata di giungo e decise di andare al fiume con Rufus. Prese la sua canna da pesca e percorse il sentiero che così bene conosceva.
Mentre pescava aveva tutto il tempo per pensare. Si chiedeva cosa avessero da spartire due uomini così diversi come il sacrestano e il ricco proprietario terriero. A lui non era sfuggito che i due dovevano essere intimi anche se si trattavano come le convenzioni imponevano. Cosa gli aveva bisbigliato all’orecchio? Gli sarebbe proprio piaciuto saperlo ma, ora era importante conoscere quanto più poteva su quell’uomo e avrebbe cominciato come al solito chiedendo alla Cincia.
Il pomeriggio si stava rinfrescando e la cesta del pesce era quasi colma. Fischiò a Rufus e ritornarono a casa.
Avevano finito di cenare quando Gastone chiese informazioni su Costantino Morietti alla sua vecchia amica.
“Costantino è il primogenito di cinque figli, quello che sta portando avanti gli interessi di tutto quello che possiedono. Suo padre, il vecchio Romolo è ormai infermo e dicono che non capisca più nulla. Era lui, Romolo quello che dirigeva tutto e che ha portato alla loro ricchezza attuale. Dicono che Costantino sia quello che più gli somiglia e che sia anche peggio del padre. Sono attaccati ai soldi in modo morboso e non sono per niente amati dai loro lavoranti. Ama sfruttare, sottopagare peggio del suo vecchio. Dicono che sia stato molto bravo ad espropriare piccoli proprietari lasciandoli sul lastrico, prestava soldi ad usura e si faceva firmare gli atti di proprietà in cambio e li ha imbrogliati per bene. Molta brava gente ha perso tutto ciò che aveva e qualcuno si è perfino suicidato. Brutta gente i Morietti, brutta gente davvero.”
“L’ho visto alla veglia della ragazzina e sembrava in confidenza con il sacrestano, mi è sembrato strano visto la diversità di ceto. Dove si trova la sua cascina?”
Cincia gli spiegò dove abitavano i Morietti e non chiese nessuna spiegazione.
Gastone decise che sarebbe andato a dare un’occhiata, anzi di più, visto che si trovava nelle vicinanze del fiume aveva una buona scusa per passare di là col suo cane e la canna da pesca.
Era il giorno del funerale e tutto il paese era raccolto con la famiglia immersa nel dolore. Gastone se ne stava in disparte e seguiva tutto tenendo gli occhi e i sensi puntati in ogni direzione. Le prime file della piccola chiesa erano destinate ai parenti ed alle persone altolocate, erano quelli che voleva osservare, avrebbe voluto conoscere i nomi di ognuno ma non c’era fretta.
La luna piena si stava avvicinando e lui si sarebbe fatto trovare pronto.
Fu una cerimonia lunga. Il prete non smetteva di predicare e questo servì a Gastone per osservare con maggior attenzione tutti quelli seduti nelle panche delle prime file. Conosceva poche persone e cercava di imprimersi nella mente almeno i volti visto che non ne conosceva i nomi, doveva trovare il modo di fare amicizia con qualcuno del paese per poter chiedere informazioni senza destare sospetti.
Si mise in coda con tutti gli altri ed accompagnò la bara al piccolo cimitero. Teneva il cappello in mano e gli occhi bassi ma non gli sfuggiva nemmeno il più piccolo particolare, così come in chiesa aveva notato che le due ceste per la raccolta delle offerte non erano stato cambiate, che molte persone piangevano, che nessuno bisbigliava o spettegolava e questo era molto strano. Lui tenne la bocca chiusa e aspettò il suo turno per fare a tutta la famiglia le condoglianze da parte sua e di Cincia. Aspettò che la prima palata di terra coprisse la bara e se ne tornò a casa.
Non era ancora mezzogiorno e il sole era alto, l’afa cominciava a farsi sentire e lui doveva prepararsi per riprendere il lavoro.
Seduti a tavola, Cincia e lui mangiavano con il cane che rosicchiava ossa e pane secco.
“Com’è andata al funerale?”
“E’ andata come doveva. C’era tutto il paese e per me è stata un’occasione per vedere tante facce nuove. Avrei bisogno di conoscere di più di queste persone ma non so come fare senza destare sospetti, dopo tutto sono un forestiero.”
“Forse posso darti una mano, ma…”
“Cosa intendi, Cincia?”
“Conosco alcune vecchie donne che come me hanno bisogno di aiuto per piccoli lavori ma tu sei già tanto impegnato che non mi sembra il caso di aumentare le tue fatiche. Alcune di loro sono vecchie e pettegole e se ti giochi bene le tue carte potresti fartele amiche e farle parlare. Il problema è che tu non sei un gran chiacchierone e non sai trattare con le donne, con un po’ di moine e di lavoretti potresti avere tutte le informazioni che vuoi.”
“Ci posso sempre provare, mica ci devo andare a letto! Ma se servisse farei anche quello pur di ottenere il mio scopo. Datti da fare, amica mia e dammi l’opportunità di fare in fretta quello che devo o né io né tu potremo vivere e morire in pace.”


Romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati

lunedì 1 giugno 2020

IL SEGRETO DELLA LUNA


IL SEGRETO DELLA LUNA

parte quattordici






Si era informato, con tutta la sua solita discrezione sulla famiglia del sacrestano ed aveva saputo che le ragazzine si chiamavano Laura e Giulietta ed avevano un anno di differenza, quattordici e quindici anni circa. Avrebbe preferito prendere la più grande ma era di secondaria importanza.
Aveva osservato la vita di quella squallida famiglia nei suoi momenti liberi e aveva scoperto che alcuni pomeriggi le ragazze andavano dalla nonna che abitava fuori dal paese, non voleva rapirle entrambe, il suo piano era ancora quello originale, avrebbe preso un figlio ad ognuno di quei maledetti e avrebbe deciso cosa fare poi con loro stessi. Un passo alla volta, non doveva perdere la concentrazione e il filo di quello che aveva deciso di compiere.
L’estate era sbocciata con un caldo afoso. Dopo quel grosso temporale la temperatura aveva continuato a salire e solo nelle serate illuminate dalle stelle si riusciva ad avere un po’ di ristoro. Il lavoro nella distilleria procedeva senza intoppi, aveva imparato in fretta ed Ermete gli lasciava molta libertà nel lavoro, aveva allentato la sorveglianza e Gastone godeva di parecchia libertà.
Era venerdì e il caldo era insopportabile. Anche i lavori nei campi erano stati sospesi nelle ore di grande calura dopo che alcuni braccianti si erano sentiti male.
Gastone era appostato nelle vicinanze della casa della madre del sacrestano, da buon cacciatore aspettava paziente che si presentasse la situazione giusta per muoversi e quel giorno arrivò quasi inaspettata.
Sentì la voce canterina di una delle ragazzine che si avvicinava, cantavano sempre quando passeggiavano, avevano una voce dolce. Scherzavano fra di loro e si vedeva che erano affiatate, sembrava che bastasse uscire da quella casa per trovare il sorriso e la voglia di scherzare.
Riconobbe Laura, la più giovane. Si spostò dal suo punto di osservazione e le andò incontro. Lei lo riconobbe e lo salutò con un sorriso, non si rese conto di cosa le stesse succedendo quando un cappuccio nero le calò sul viso e la mano di Gastone le tappò la bocca.
Era leggera e facile da trasportare ma si dimenava, dovevano attraversare un tratto di strada scoperto e lui non voleva correre rischi. Tolse dalla sua sacca una boccetta e ne versò una parte del contenuto in bocca alla ragazzina. Aveva pensato a tutto, o così sperava e aveva preparato un estratto di erbe. La ragazzina smise di dimenarsi e si addormentò.
Non rallentò il passo finché non giunse nel suo casotto e si chiuse dentro. Pose la ragazza ancora addormentata sul tavolo e le tolse il cappuccio, le mise una benda ben stretta sulla bocca e le legò mani e piedi. Fece tutto senza guardarla, era una prova anche per lui, ora avrebbe saputo se era davvero in grado di fare quello che aveva giurato di compiere.
Guardò la ragazzina addormentata e ripensò a sua figlia, il dolore che aveva nel cuore si riacutizzò e procedette.
Lui non voleva far soffrire la ragazzina ma suo padre e lanciare un messaggio a tutti gli altri. Dovevano credere che fosse stata torturata ma lui non era un sadico assassino avrebbe fatto tutto con estrema umanità. Le accarezzò dolcemente il viso, erano gli ultimi istanti di vita di quella giovane e lui avrebbe fatto tutto in fretta.
Mentre il piccolo seno si alzava e abbassava in un respiro lento e rilassato, Gastone prese uno stiletto e glielo piantò nel cuore. La ragazza ebbe uno scatto inconsulto ma morì all’istante. L’uomo sapeva di non avere molto tempo a disposizione ma aveva studiato tutto talmente tante volte nelle sua mente che le mani sembravano andare da sole.
Il corpo della ragazzina si stava raffreddando, Gastone prese un lungo chiodo che aveva fabbricato lui e lo infilò nel foro lasciato dallo stiletto lasciando ben visibile la testa del chiodo che portava impresso il disegno di una stella. Aveva deciso così perché pensava a sua figlia come una stella che ha raggiunto il firmamento e per dare motivo di pensiero a chi di dovere.
Tolse le legature affinché non ci fossero segni poi si accinse all’operazione che più detestava, le alzò le palpebre e con uno strumento che si era fabbricato da solo, strappò gli occhi della ragazza e li mise in un piccolo vaso. Le lasciò gli occhi spalancati, senza bulbi e si costrinse ad osservarla.
Immobile fissava il corpo di quella ragazza, il viso bianco, le orbite oculari vuote, nere come l’inferno. Rivide sua figlia inchiodata all’albero e scacciò il dolore che provava pensando al dolore che la sua dolce bambina aveva sofferto. Lui, almeno aveva evitato la sofferenza alla ragazzina ma gli altri non dovevano pensarlo. Prese un affilatissimo coltello e incise una stella ben visibile sul petto della ragazzina, sarebbe stata la sua firma su ogni cadavere che avrebbe lasciato a quegli infami.
Si era chiesto molte volte cosa avesse provato una volta iniziata la sua vendetta, non aveva mai vacillato nella sua determinazione. Chiuse gli occhi e ascoltò la sua Anima in attesa di sentire un rimorso o un qualsiasi palpito di cedimento, era inutile, la sua Anima non c’era più se n’era andata con le sue donne. Riaprì gli occhi e diede un ultimo sguardo al cadavere e nemmeno un amen gli passò per la testa. Adesso doveva solo aspettare che facesse buio per portare a termine l’operazione.
Uscì e richiuse la porta, si lavò e tornò alla distilleria. Riprese il lavoro da dove lo aveva interrotto, nessuno si era accorto della sua assenza, Rufus aveva fatto buona guardia.
Cenò silenziosamente con Cincia che lo osservava senza parlare.
La notte era scesa illuminata da miliardi di stelle e lui le osservava cercando di vedere quella di sua figlia, portava in spalla il corpo di Laura, trovò l’albero giusto e la inchiodò mani e piedi. Non ci mise molto e si allontanò senza voltarsi indietro.
Tenendosi al riparo andò verso il villaggio, molte torce e lanterne rischiaravano la notte, stavano cercando la ragazza e lui, silenzioso e invisibile entrò in chiesa, davanti alla statua della Madonna c’erano le ceste per le offerte e lasciò il barattolo con gli occhi della ragazzina in una di quelle.
Ritornò a casa e si sdraiò sul divano. Chiuse gli occhi aspettando di sentire dolore o rimorso ma, tutto quello che avvenne fu che si addormentò, per la prima volta sereno e tranquillo.
Era intento al suo lavoro nella distilleria quando il basso ringhio di Rufus lo avvertì dell’arrivo di qualcuno. Passi veloci si avvicinavano ma lui non distolse l’attenzione da quello che stava facendo. Fece cenno a Rufus di stare tranquillo quando la porta si spalancò. Ermete, trafelato e sudato si sedette su uno sgabello per riprendere fiato.
“Cosa c’è di così urgente da correre con questo caldo?”
“E’ successa una tragedia! Una tragedia!”
“E mi riguarda?”
Ermete lo guardò cercando di capire qualcosa di quell’uomo così calmo e riservato, al punto a volte da sembrare enigmatico.
“No, non riguarda te, ma è successa una grande tragedia!”
“Se sei venuto fin qui di corsa deve essere davvero grave, parla pure, io continuo a fare il mio lavoro.”
Ermete lo guardava mentre riprendeva fiato, si chiese cosa gli fosse saltato in mente di correre come un ragazzino con un simile caldo ma, in paese erano tutti radunati tranne lui ed era venuto ad avvisarlo.
“Hanno ucciso la piccola Laura, la figlia del sacrestano! Credo che tu l’abbia conosciuta quando frequentavi la loro casa. Una fine orrenda! Orrenda! L’hanno trovata inchiodata ad un grosso albero, e le hanno cavato gli occhi! Chi può fare una cosa simile? Chi può arrivare a questo punto?” Ermete tremava, si vedeva che era sotto choc. Gastone interruppe quello che stava facendo e si avvicinò al vecchio.
“E’ davvero terribile. Mi ricordo della ragazzina, carina e gentile. Non mi faccio una ragione, chi può averle voluto così male?”
“E non è tutto!” continuò il vecchio. “Hanno trovato i suoi occhi nella cesta delle offerte in chiesa davanti alla Madonna!” E si fece il segno della croce.
“E’ davvero terribile! Non so cosa dire o pensare, sembra che ci sia un assassino da queste parti. Non era mai successo niente di simile prima d’ora?”
Gli occhi di Gastone erano fissi sul viso di Ermete, ora non poteva simulare false emozioni, era troppo sconvolto. Il vecchio chiuse gli occhi ma non rispose.
“Devo andare, siamo tutti disperati e spaventati e non ci sentiamo sicuri. Sono venuto ad avvisarti perché se c’è un male intenzionato che gira da queste parti almeno lo sai e stai attento, dillo anche a quella vecchia pazza della Cincia. Adesso scappo, tu continua pure il tuo lavoro.”
E se ne andò.
Gastone continuò il suo lavoro, quello che stava succedendo in paese non lo toccava e non lo interessava, per il momento. Che si dannassero a cercare motivi e risposte, era solo l’inizio, accarezzò Rufus e, a fine giornata tornò dalla Cincia.
La tavola era apparecchiata e si sedette di fronte alla vecchia.
“Hai saputo cosa è successo?”
“E’ impossibile non saperlo.” Gli rispose. “Mi dispiace per quella povera bambina, almeno loro hanno un cadavere da seppellire, mentre io non so dove sia finita mia nipote.”
Mangiarono in silenzio mentre fuori si accendevano le lucciole, il giorno dopo sarebbe andato a presentare le sue condoglianze alla famiglia e vedere di persona le reazioni della gente.
Gli occhi della vecchia non esprimevano niente, ma Gastone era consapevole che lei sapeva.
“A proposito, so che non sei uscito ieri sera, dovevi essere molto stanco.”


romanzo di Milena Ziletti - diritti e proprietà a lei riservati