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mercoledì 20 febbraio 2019

CAMILLA


CAMILLA

P. QUINDICI - FINALE






“Adesso ti aspetta un lungo periodo di riabilitazione, è tutto programmato. Andrai in una struttura appena fuori Londra e ci rimarrai fino a quando sarai pronto per tornare nel mondo.” Gli risposi.

“Davvero? E chi sosterrà la spesa di tutto?” Volle sapere.

“La tua ambasciata si prenderà carico di tutto. Te lo devono per l’onore che hai portato al tuo paese con il tuo sport e i tuoi trionfi. E’ tutto a posto, ci ho pensato io, tu non devi niente a nessuno.” Gli risposi.

Mi guarda e mi fa un sorriso incantevole dei suoi. Poi sposta lo sguardo su Andrej e gli dice: “Adesso capisce il valore di questa ragazza? Capisce che si è trovato la donna migliore in circolazione? Lei è molto fortunato, io le voglio bene ed è un sentimento che nasce da molto lontano, ma il suo cuore è solo per lei, l’ho capito appena vi ho visti insieme, lei è proprio perfetto per essere il suo principe azzurro.”

Andrej si scioglie un poco e lo ringrazia, poi esce e ci lascia da soli.

Ora che siamo da soli dobbiamo parlarci come si fa tra veri amici.
Alla fine, mi ringrazia di nuovo e ci diamo appuntamento a quando sarà nella nuova struttura.

Il medico è fuori che mi aspetta e parla con Andrej. “Signorina, il suo amico verrà trasferito fra pochi giorni, la terrò informata. Vi saluto entrambi, è stato un vero piacere conoscervi.” Una stretta di mano e ce ne torniamo a casa.

Andrej guida silenzioso ed assorto. Gli accarezzo dolcemente il viso cercando di capire quello che gli passa per la testa.
Mi fa un sorriso e capisco che il suo malumore è sparito. Adesso che ha conosciuto Rocco e ci ha visti insieme si è reso conto che non è un suo rivale, ma potrà essere anche suo amico.

La primavera si trasforma in estate e ogni tanto ci concediamo qualche giorno di vacanza insieme. Sono piuttosto rari i momenti che ci possiamo concedere solo per noi, perciò cerchiamo di goderceli fino in fondo.

Era l’estate del 1967 e ci trovavamo in Scozia, in un bellissimo albergo in riva al lago. Durante tutta la giornata Andrej si era comportato in modo inconsueto e silenzioso, e non riuscivo a capire cosa gli passasse per la testa. Non c’era niente da fare, quando si chiudeva in se stesso i suoi occhi diventavano davvero di ghiaccio e non riuscivo a leggervi niente.

Decise di cenare in camera, molto romanticamente a lume di candela. Ogni tanto mi faceva di queste sorprese.

Il cameriere portò il dolce e un vassoio a parte che posò sul tavolo in mezzo a noi, poi uscì.

Sul vassoio c’era una scatolina di velluto azzurro. Andrej la prese, la aprì e mi chiese: “Vuoi sposarmi?” e mi diede un anello di diamanti.
Sintetico e incisivo come al solito. Io guardavo lui e l’anello. Non mi aspettavo la sua proposta. Mi passarono nella mente una miriade di domande e risposte, di pro e contro, della nostra differenza sociale, culturale, di nazionalità, ma alla fine, diedi solo retta al mio cuore.
“Sì, con tutto il cuore.” E lo abbracciai.

Quando tornammo dalla breve vacanza comunicammo la notizia.
Lorna e Linda erano entusiaste e già si stavano predisponendo al grande evento. Suo nonno, aveva già capito da tempo e ci diede la sua benedizione. Saremmo andati anche dai miei genitori appena possibile e avrei presentato loro l’uomo che sarebbe diventato mio marito.

Andammo anche a trovare Rocco e gli comunicammo la bella notizia.

Il suo sguardo e il suo sorriso erano talmente belli e sinceri, e ci abbracciò entrambi. “Sei un uomo fortunato, Andrej, ma anch’io ho una bella notizia per voi. Sto migliorando meglio del previsto, e al vostro matrimonio parteciperò sulle mie gambe e in compagnia della mia futura sposa.”

Ci eravamo accorti che la sua terapista, Erika, era diventata qualcosa di più. Era una ragazza dolce e affettuosa, la persona giusta per un tipo come lui, e sarebbe riuscita a mantenerlo nei ranghi.

Apro gli occhi e mi sembra di essere ancora là.

Ah, ragazzi, quell’emozione al mio matrimonio! Le fotografie dell’album delle nozze ci ritrae belli, giovani e innamorati, ma non trasmettono assolutamente quell’emozione e quel sentimento così dolce e profondo che ho provato quel giorno. Sono passati tanti anni, ma è come non fosse passato nemmeno un giorno. Spero che un’emozione ed una felicità simile alla nostra possiate trovarla anche voi, altrimenti perdereste qualcosa di veramente importante della vita.

I suoi genitori arrivarono dalla Russia, i miei dall’Italia, e non riuscirono a comunicare nemmeno una parola. Erano solo contenti per noi.

Andammo in viaggio di nozze in America e quando tornammo, cominciammo la nostra vita insieme.

Da lì, dall’aprile 1968 cominciò quella che divenne la nostra vita insieme, e formammo una vera famiglia.

All’arrivo del primo figlio, Igor, smisi di lavorare. Poi arrivò Elisa, e poi Guglielmo.

Anche Rocco sposò Erika e fece molto di più. Andò a cercare le persone che lo avevano derubato e le trovò. Non so come li convinse, ma ritornò con buona parte del suo sudato denaro. Anche loro ebbero due figli, Natan e Mari.

Vivemmo le nostre vite come tutti gli altri. Io vissi per 40 anni esatti con il mio adorato Andrej, che è mancato proprio un anno fa.  E’ stato un dolore immenso che non riesco a spiegarvi, ed ora, anch’io, aspetto di raggiungerlo. Non ho fretta, ho ancora molto per cui vivere. Sono nonna di quattro ragazzini scatenati e mi godo questo periodo con lentezza, esperienza e con tanti ricordi.

Bene, miei cari amici, vi siete accorti di quanto si faccia presto ad invecchiare? Ho chiuso gli occhi e mi sono ritrovata nella fresca cantina di casa mia a giocare con le bambole. Li ho riaperti e mi sono ritrovata nonna e con una vita vissuta che mi ha portato alla soglia dei settant’anni.

Ho incontrato l’amicizia e sentimenti autentici con Rocco, poi la stravaganza e la generosità di Lorna e Linda, un lavoro bellissimo che mi ha aperto porte importanti, l’amore del mio adorato Andrej, dei miei figli e dei miei nipoti, e dei miei genitori che mi hanno lasciato la libertà di scegliere la mia vita. Una vita intensa, bellissima che sembra passata come un soffio di vento. E ora? Ora c’è ancora un futuro che mi aspetta, io sono sempre la solita Camilla, anche se la salute non è più quella dei verdi anni, e sono aperta ad altre esperienze, altri viaggi finchè arriverò anch’io alla mia meta.

E poi, oggi ci siete stati voi a farmi compagnia, ad ascoltare i ricordi di una vecchia signora, e vi ringrazio dell’attenzione. Vi offrirei un tè se foste qui con me, ho imparato a farlo secondo l’usanza russa, ma preferisco quella inglese.

Bene, miei cari, si è fatto tardi e fra poco ho appuntamento con mio figlio Igor che si trova in America. Ho imparato a usare Internet, il cellulare e ogni dispositivo che mi faccia sentire sempre vicina ai miei cari.
Per questo non ho fretta di raggiungere il mio Andrej, ho ancora molte esperienze da fare.

E’ stato un piacere parlare con voi. Un bacio a tutti e, che la vostra vita possa essere almeno in parte favolosa e piena d’amore come lo è stata la mia. Coltivate sempre i vostri sogni e non smettete mai di vivere pensando ad un futuro migliore.

                                                                           Camilla

foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

martedì 19 febbraio 2019

CAMILLA


CAMILLA

P. QUATTORDICI






“Signorina, mi rivolgo a lei perché non so con chi altri parlare. Da un paio di settimane più nessuno è venuto a trovare il suo amico e nessuno si è interessato delle sue condizioni. Purtroppo, abbiamo richiesto la rata per il pagamento della degenza e ci è stato risposto che non ci sono più soldi. Noi siamo costretti a mandarlo in una struttura pubblica e diversa, ma prima volevo parlare con lei e sentire il suo parere.” Mi informò il medico piuttosto a disagio.

Riamasi sbigottita! Rocco era molto ricco, era impossibile che i suoi soldi fossero finiti. Chiesi al medico di pazientare qualche giorno e gli avrei dato istruzioni.

Andai nella stanza di Rocco e lo vidi che dormiva ancora come un angioletto, ignaro di tutto quello che lo circondava e che gli era successo.
Gli presi la mano nella mia e gli dissi “Rocco, sono qui. Ci penso io a te, stavolta tocca a me. Ci vediamo presto.”

Usai tutti i canali che conoscevo, chiesi favori a chi me li doveva e alla fine riuscii a scoprire la verità.

La sua bellissima fidanzata bionda, se ne era ritornata in America quando aveva saputo della gravità delle ferite. I suoi collaboratori, quelli che gestivano tutta la sua vita, dagli incontri, alla pubblicità e soprattutto il suo patrimonio, si erano eclissati portandosi dietro tutti gli averi di Rocco. Non erano nemmeno perseguibili, perché avevano deleghe firmate che li autorizzavano a fare quello che volevano. In pratica, avevano sempre sfruttato Rocco, la sua voglia di boxare ed ora lo avevano abbandonato senza un soldo.

Ora Rocco era in un letto di ospedale, ancora incosciente, senza soldi e in un paese per lui straniero.

Versai di tasca mia la rata per la degenza, non potevo fare altrimenti. Poi, cominciai a smuovere tutti i canali diplomatici italiani e inglesi e riuscii ad ottenere che il ricovero fosse considerato come per un diplomatico a carico dalla sua ambasciata. Era un favore che mi veniva fatto e che avrei dovuto ripagare in altri modi, ma al momento non mi importava.

Ora che la situazione di Rocco era più tranquilla potevo rilassarmi anch’io.

Andrej era diventato più taciturno, meno affettuoso e rimaneva lontano anche parecchi giorni senza dare sue notizie, e questo mi feriva molto. Io lo amavo e lo sapeva, non poteva pretendere che abbandonassi Rocco solo perché lui era geloso.

Ero con lui quando ricevetti la telefonata del medico che mi diceva che Rocco si era svegliato e che potevo vederlo e parlargli.

Guardai Andrej che aveva corrucciato i suoi bellissimi occhi chiari e gli dissi “mi vuoi accompagnare? Mi farebbe piacere che vi conosceste.”
E il giorno dopo andammo da lui.

Entrammo in quella stanza e, dopo tanto tempo, lo vidi sveglio, ma i suoi occhi avevano perso quella luce che conquistava chiunque.

Guardò prima me poi Andrej e le sue prime parole furono “lo hai trovato finalmente il tuo principe azzurro! Era ora!”
Aveva parlato in italiano e Andrej non aveva capito niente, chiesi perciò a Rocco di parlare in inglese.

“Buon giorno signore, vedo che ha buon gusto nello scegliersi la fidanzata. Le faccio i miei complimenti, non sa quanto è fortunato, Camilla è una persona speciale, se la tenga stretta e non si lasci sfuggire tanta fortuna.” Disse con fatica.

Andrej fece un semplice cenno del capo, non era abituato all’espansività italiana e credo non avesse ben inteso quello che Rocco gli aveva appena detto.

Ci sedemmo vicino a lui e cominciai a metterlo al corrente della sua situazione. C’era anche il medico che, prima di me gli aveva parlato della sue condizioni di salute: il trauma che aveva subito lo aveva lasciato con gli arti inferiori insensibili. Non era paralizzato, ma ci sarebbe voluto molto tempo e molte cure per ricominciare a stare in piedi e poi a camminare.

Poi toccò a me raccontargli della sua situazione finanziaria e di come si erano comportati i suoi amici e la sua fidanzata.
Mano a mano che raccontavo, il suo sguardo si faceva sempre più scuro e, alla fine della storia, per la prima volta, lo vidi piangere.

Non erano lacrime di disperazione ma di rabbia. Sono convinta che se in quella stanza fosse entrato qualcuno del suo staff lo avrebbe preso a pugni.
La sua commozione durò poco, e, in un attimo la sua espressione cambiò di nuovo.

Conoscevo quel modo repentino di cambiare umore e a volte mi spaventava, ma non ora, ora aveva solo bisogno di certezze.

“Allora Camilla, cosa mi aspetta adesso?” Mi chiese.


foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

lunedì 18 febbraio 2019

CAMILLA


CAMILLA

P. TREDICI






Cominciò a parlarmi della sua terra e scoprii che la amava molto. Mi raccontò un po’ di storia della Russia, dei suoi travagli e della politica che non sempre condivideva. Era un romantico, e credo rimpiangesse i tempi dello zar e dello sfavillante ambiente imperiale.
Certo, con quel suo fisico e quella sua prestanza, poteva benissimo essere un discendente della famiglia reale. Ma così non era.

Ora eravamo fidanzati ufficialmente. Io avevo compiuto 26 anni e lui 30 ed eravamo proprio una bellissima coppia.

Andrej voleva portarmi in Russia a conoscere la sua famiglia, ma questo mi spaventava, mi sembrava di affrontare un viaggio senza ritorno. Erano paure infondate, con lui sarei andata in capo al mondo e programmammo il viaggio per le feste di Natale.

Arrivai in Russia durante una terribile bufera di neve. Non avevo mai sentito un freddo così intenso e, sinceramente, non vedevo l’ora di rientrare a Londra. La sua famiglia mi accolse con tanta cordialità e trascorremmo le feste di Natale come si usava da loro.
Di quel viaggio ricordo soprattutto i suoi numerosi parenti e le abbondanti abbuffate di cibo per me strano e sconosciuto. Ci fecero dormire in stanze comunicanti e trascorremmo le notti a scaldarci reciprocamente nello stesso letto. Andrej capiva quanto mi sentissi spaesata.

Il ritorno a casa fu, per me, una liberazione.

Andrej sorrideva divertito al mio comportamento ma sapevo che anche lui preferiva stare a Londra. Ci viveva ormai da tanti anni e si sentiva di casa.

Era la primavera del 1967 quando lessi quella terribile notizia sul giornale del mattino:

“GRAVE INCIDENTE STRADALE. GRAVEMENTE FERITO ROCCO, GRANDE PUGILE E CAMPIONE.”

Lessi angosciata l’articolo e scoprii che Rocco, mentre guidava la sua potente automobile era uscito di strada ed era rimasto gravemente ferito. L’avevano portato in ospedale a sud dell’Inghilterra e dicevano fosse in coma e gravemente ferito.

Andai di corsa in ufficio e usai tutti i canali che conoscevo per avere informazioni precise. Purtroppo, quello che avevo letto era tutto vero.

Rocco era gravemente ferito e non aveva ancora ripreso conoscenza.
Non potevo assentarmi dal lavoro per alcuni giorni, ma programmai di andarlo a trovare il primo giorno che avevo libero.

Fu in quell’occasione che parlai ad Andrej di Rocco, prima non avevo avuto occasione di farlo. Gli raccontai di quanto eravamo amici e di come ci volevamo bene.

Andrej non prese molto bene questa mia amicizia. Secondo lui un uomo e una donna non possono essere solo amici. La sua gelosia cominciava ad affiorare, ma io non potevo farci niente.

“Rocco ed io saremo sempre amici, qualunque cosa accada. Io ti amo Andrej, ma è importante anche l’amicizia.” Dissi a mio marito.

Era domenica mattina quando arrivai in quell’ospedale. Erano passati dieci giorni dall’incidente, ma Rocco non si era ancora svegliato.

Mi sedetti accanto al suo letto e mi stupii di non vedere nessuno del suo clan vicino a lui. Chiesi notizie al medico e dovetti qualificarmi come addetta all’ambasciata per avere informazioni, perché aveva ricevuto l’ordine dall’enturage di Rocco, di non parlare con nessuno.

Le sue condizioni erano gravi, quando si fosse risvegliato, avrebbe comunque avuto seri problemi non ancora quantificabili.
Lasciai il mio recapito ed il mio numero di telefono dell’ufficio, chiedendo di essere tenuta al corrente.

Fu con grande dolore che me ne andai da quel posto con l’immagine di Rocco ferito in quel letto.

Raccontai ad Andrej del mio viaggio e gli raccontai pure la storia mia e di Rocco, cercando di fargli capire che per me, era una persona ed un amico molto importante.

Ogni due giorni telefonavo e chiedevo notizie al solito medico, ma la situazione rimaneva immutata.

Due mesi erano passati dall’incidente e Rocco non si era ancora svegliato.
Ero ritornata da un viaggio con il console che mi aveva tenuta lontana da Londra per due settimane. Non vedevo l’ora di parlare con il medico per avere informazioni.
Fu con sorpresa che trovai il suo messaggio che mi chiedeva di incontrarci al più presto.
Rimandai l’incontro con Andrej (e lui si arrabbiò parecchio) e andai all’ospedale.

Il medico mi invitò nel suo studio. Mi guardava in modo strano e non capivo cosa fosse successo.

foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

sabato 16 febbraio 2019

CAMILLA


CAMILLA

P. DODICI






C’erano ragazzi e ragazze con capelli tinti di ogni colore, pettinati in modi stravaganti e originali e, tutto questo, visto dopo aver visitato seri palazzi e opere d’arte molto tradizionali mi riportava nel mondo dei giovani.

Avevo 25 anni, non ero vecchia, ma mi era sempre mancata quella spensieratezza e libertà di cui godevano quei giovani, e mi divertivo a starli a guardare.

Era piena estate e il caldo era piuttosto fastidioso, per questo mi ero vestita con un semplice abito senza maniche e avevo raccolto i capelli in una coda. Sbocconcellavo distrattamente il mio panino e guardavo tutta quella gioventù, i bambini che giocavano, le mamme che leggevano o giocavano con i loro bambini e tutto quel vociare mi rendeva allegra.

“Buon giorno signorina Camilla”. Mi girai di scatto. Ero talmente distratta che non mi ero accorta che qualcuno si era avvicinato.

La mia sorpresa fu totale e non riuscii a simularla: quel bel giovane russo era al mio fianco.

“Mi scusi signorina, mi presento subito”. Snocciolò una serie di nomi che non riuscii ad afferrare ma capii che si chiamava Andrej.

“Posso accompagnarla nella sua passeggiata? Anch’io ho portato un panino e le farò compagnia.” Chiese dandomi galantemente la mano aiutandomi ad alzarmi.

Ormai mi conoscete, mi ci vuole un po’ prima di ritrovare la parola quando sono sorpresa e, anche questa volta, non fu diverso.

Per un po’ mangiammo in silenzio e poi mi decisi a guardarlo direttamente in viso. “Cosa ci fa in questo posto?”

“Cercavo lei”. Mi rispose con il suo splendido sorriso.
 Semplice e diretto, come avrei scoperto era il suo modo consueto di essere. Ogni volta che lo guardavo, il mio cuore cambiava il battito. Inutile mentire a me stessa, Andrej mi piaceva davvero molto, ed era la prima volta che mi succedeva. Non ho mai saputo come ha fatto a trovarmi quel giorno, non ha mai voluto dirmelo, ma davvero, a me interessava solo che mi avesse trovata.


PARTE QUINTA

Iniziò così la nostra storia. Come ogni storia d’amore.

Il nostro rispettivo lavoro ci lasciava poco tempo libero e ne approfittavamo per passare ogni momento insieme. Cominciai a passare molto più tempo nel mio monolocale che con Lorna e Linda, ma loro, non si intromisero mai.

Andrej era il nipote del console russo e lavorava per lui. Parecchie volte ci incontrammo nello svolgimento dei nostri lavori, ma la nostra professionalità non venne mai intaccata dai nostri sentimenti.

Imparai a conoscerlo meglio. Oltre all’avvenenza fisica possedeva un’educazione eccezionale e modi di fare da gran signore. Sarebbe stato impossibile a qualunque donna resistere a modi tanto perfetti e raffinati. Ma lui, aveva scelto me.

I suoi chiari occhi colore del ghiaccio sembravano scaldarsi quando si rivestivano di sentimento, e questo avveniva ogni volta che mi guardava.
Io ero innamorata, ma lui lo era molto di più.

Era anche un po’ possessivo e geloso, ma riusciva molto bene a mascherare tali sentimenti. Non ho mai capito se era parte del suo carattere o se i russi fossero tutti un po’ così.

Con lui scoprii un mondo diverso. I suoi gusti in fatto di arte e di spettacolo erano molto più raffinati dei miei. Mi accompagnò allo spettacolo dei balletti russi, del pattinaggio sul ghiaccio, a visitare luoghi che, senza la sua autorità, mi sarebbero stati preclusi. I nostri momenti liberi li trascorrevamo alla scoperta di emozioni sempre nuove.

E il sesso, come si usa dire oggi? Io lo chiamo ancora “fare l’amore”, perché per me, fare sesso non ha nessun senso.

Ci volle un anno prima che ci concedessimo. Io ero giovane e priva di tale esperienza. Il mio cuore cambiava battito anche solo se mi prendeva la mano e mi sentivo emozionata quando la sua vicinanza mi trasmetteva parte del suo calore.
Lui capiva, ed era sempre dolce e paziente.

Avvenne tutto con estrema naturalezza, senza che fosse programmato.

Non vi racconto i particolari, non li ho mai raccontati a nessuno, ma per me, quella prima volta, suonarono davvero le campane e sentii cantare gli angeli. Da quel momento, fui sua, perdutamente e per sempre conquistata.



foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

venerdì 15 febbraio 2019

CAMILLA


CAMILLA

P. UNDICI






Mi parlò della sua vita frenetica, degli allenamenti massacranti, dei lunghi viaggi per disputare i suoi incontri, della fatica che faceva per apparire sempre sorridente. Aveva anche cominciato a fare alcuni spot pubblicitari, ed era diventato molto ricco. Uno stuolo di persone si occupavano di lui, dei suoi interessi, degli orari degli allenamenti, delle interviste da rilasciare. Lui lasciava fare tutto quello che volevano, l’importante per lui era la boxe. L’amava veramente. Si ricordava ancora di Nino, il suo primo allenatore, quello che gli aveva insegnato come ci si comporta per ottenere i risultati. In quelle ore così piacevoli, toccammo molti argomenti della nostra attuale vita, dei ricordi della nostra scuola, ripercorremmo la nostra vita talmente intensamente che alla fine recuperammo tutto il tempo perduto. Le due sorelle tennero occupata Helen, e ci diedero il tempo per rimanere soli. Fu una giornata bellissima e non ce ne furono altre simili.

Era sera e dovemmo salutarci. Rocco sarebbe partito per un tour dell’Inghilterra, doveva girare alcuni spot e la sua fidanzata fu molto felice di poterlo avere ancora tutto per sé.
Il nostro saluto fu un solo abbraccio, e la promessa di tenerci in contatto.

Io ripresi la mia vita, il mio lavoro e i miei viaggi.

Ricevetti alcune cartoline da ogni parte del mondo. Rocco mantenne la promessa di tenersi in contatto, ma non andava mai oltre una semplice cartolina. Io mi accontentavo, era il suo ricordo ed il suo affetto quello che mi interessava, non lunghi discorsi.

A venticinque anni ero veramente soddisfatta. La piccola e timida “Camilla la solitaria” aveva fatto molta strada. Aveva visitato posti lontani, conosciuto persone importanti e occupava un posto di lavoro molto esclusivo.

Lorna e Linda cominciavano a chiedermi se non avessi ancora incontrato l’uomo dei miei sogni, e ogni volta, rispondevo loro che non avevo tempo di sognare, perciò non avevo tempo nemmeno per trovare il mio uomo.

L’amore non si può programmare, poi, anch’io lo trovai.

Avevo accompagnato il console all’ambasciata russa per una importante riunione. Era il 1965 e la guerra fredda imperversava.

La riunione era anticipata da un magnifico buffet freddo.

 Avevo visto molte splendide dimore, ma questa era veramente magnifica.

Mi immersi nella contemplazione delle opere d’arte appese alle pareti, delle sculture di ogni genere e forme, dei lampadari di cristallo talmente grandi e sfavillanti che non si potevano guardare per non restare abbagliati.

 Ero persa in tanto splendore che avevo perso pure la cognizione del tempo.
Un giovane uomo si avvicinò. “Signorina, Lord Bird la sta aspettando. La prego di seguirmi.”

Ero imbarazzatissima! Non mi ero accorta di essermi così attardata.

Fui accompagnata nella sala delle riunione e fui sorpresa quando vidi che anche il mio accompagnatore entrava e prendeva posto accanto al console russo. Io presi posto accanto a lord Bird.

La riunione durò parecchie ore. Io ero digiuna non essendomi fermata al buffet e feci fatica a concentrarmi su ogni particolare. Oltretutto, ogni tanto, guardavo quel ragazzo perché aveva una bellezza straordinaria.
I suoi occhi, chiari quasi quanto il ghiaccio, sembravano anche freddi come il ghiaccio.  

Al termine, a notte fonda, ero stanca ed affamata. Avevo accompagnato lord Bird alla macchina e mi stavo preparando per far ritorno al mio monolocale cittadino quando quel giovane mi si avvicinò porgendomi un cesto di frutta e crostini. Me lo consegnò accompagnandolo con un sorriso che avrebbe sciolto anche gli iceberg, mi fece un inchino e se ne andò.

Pensai che la gentilezza dei russi non era solo una leggenda.

Arrivai a casa e mi addormentai immediatamente.

Il mattino dopo, il primo pensiero che ebbi fu per quel giovane uomo che mi aveva così attratta. Non mi era mai successo di provare tanto interesse per nessuno e cominciai a farmi delle domande su di lui.

Avevo davanti due giorni di riposo e li dedicai al mio passatempo preferito: girare per la città e visitare qualunque opera d’arte e soprattutto pranzare con un semplice panino in qualche giardino pubblico.
Mi piaceva guardare quella gioventù variopinta che girava in quei posti. Era così diversa da me, così seria e compunta, ma mi piacevano molto.



foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

giovedì 14 febbraio 2019

CAMILLA


CAMILLA

P. DIECI




Non chiesi per chi fosse il quarto posto, le buone maniere non me lo permettevano. Ci venne servito un aperitivo e le ascoltavo commentare il loro primo incontro di boxe. Sembravano due ragazzine entusiaste, e si ripromisero di non perderne più nemmeno uno.

Ero cullata dal brusio della sala: era talmente basso che sembrava di stare in un alveare, poi, come per incanto, tutto quel brusio cessò di colpo.

Colta di sorpresa da tanto silenzio seguii gli sguardi di tutti i commensali e rimasi paralizzata dalla sorpresa: Rocco stava venendo al nostro tavolo.

Era bellissimo: indossava uno smoking nero con una camicia immacolata aperta al collo, i capelli tenuti indietro con una buona dose di brillantina, la sua camminata da atleta e il suo sorriso quando vide la mia sorpresa lo rendevano molto, molto affascinante.

Ma quello che mi colpì più di tutto fu il suo sguardo: lo stesso di quando eravamo bambini, era davvero come se il tempo non fosse passato, invece erano trascorsi già più di dieci anni dal nostro ultimo incontro.

Mi fece un piccolo inchino, mi prese la mano e se la portò alle labbra.

“Buona sera Camilla, hai portato con te le fate parlanti?” Usava la lingua inglese non perfettamente, ma era comprensibile. “Chiudi la bocca Camilla o i tuoi angeli ascoltanti rideranno di te.” Aggiunse con lo sguardo illuminato.

Io non resistetti, al di là di ogni etichetta mi alzai in piedi e mi rifugiai fra le sue braccia, godendo di quell’abbraccio fraterno che mi mancava da tantissimi anni. Non riuscivo a trattenere le lacrime, sapevo che tutti ci guardavano e che le due sorelle stavano gongolando per tutta l’attenzione che avevamo attirato. Erano state loro ad organizzare tutto e si godevano l’evento fino in fondo.

“Signore e signori, questa è Camilla, la mia amica del cuore, la persona che ha reso realizzabile quello che sono diventato. E’ solo per merito suo se sono Rocco campione di boxe, a lei devo tutto e non ha mai chiesto niente in cambio. Guardatela, signori e signore, è la persona migliore che ci sia a questo mondo.”

Mi prende per mano e mi fa fare una giravolta, io sono rossa come un peperone e piena di vergogna. Poi, qualcuno comincia a battere le mani e Rocco mi prende fra le braccia e iniziamo a ballare fra gli applausi dei presenti. Poi, con quel suo sorriso che sa conquistare tutti, ringrazia e, finalmente ci sediamo al nostro tavolo.

Io non ho ancora riacquistato l’uso della parola, ma ci pensa Rocco a parlare per tutti. Fa tanti complimenti alle due sorella, e loro sono felici di tanta attenzione. Poi, finalmente, ritorna il Rocco che ho sempre conosciuto, mi guarda e mi fa il suo più bel sorriso.

“Allora Camilla, non mi hai ancora detto niente, parlami un po’ di te, di quello che hai fatto in tutti questi anni e come te la passi.”

“Ci vorrebbero ore per parlare di tutto, ma adesso sono solo felice di rivederti e di poter stare un po’ con te, devo ringraziare le mia amiche per la bella sorpresa, spero potremo avere un po’ di tempo nei prossimi giorni e passarlo insieme.” Gli rispondo ancora emozionata.

La cena procede benissimo e quando usciamo ci scambiamo gli indirizzi, Rocco rimarrà in Inghilterra per alcune settimane e ci rivedremo di sicuro.

Intanto ci accordiamo per vederci a pranzo con la sua fidanzata a casa di Lorna e Linda.

E’ un abbraccio pieno di amore e di sentimenti mai dimenticati quello che ci scambiamo prima di salutarci: ora ho la prova, la vera amicizia non conosce limiti, né di tempo, né di distanza, né di distrazioni.

“Qualunque cosa accada, noi saremo sempre amici.” “Già, è proprio così.” Ci sussurriamo mentre ci abbracciamo di nuovo.

Le due sorelle sono molto soddisfatte, sono riuscite nel loro intento, mi hanno fatto una bellissima sorpresa, un regalo molto importante.

Vado a letto, domani riprendo il mio lavoro ed ho una settimana molto intensa, ma domenica, rivedrò a pranzo Rocco e la sua fidanzata.

Conobbi Helen, era americana e molto smorfiosa. Non mi piacque per niente, ma feci di tutto per non darlo a vedere. Lei, invece, non fece niente per nascondere l’antipatia che provava nei miei confronti. Era gelosa del sentimento che mi legava a Rocco. Il suo piccolo cervello non riusciva a capire che non ero una sua potenziale rivale, ma solo una persona che conosceva il suo ragazzo fin dai tempi delle scuole. Non mi preoccupai molto dei suoi sentimenti, ero troppo felice di passare qualche ora con Rocco.



immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

mercoledì 13 febbraio 2019

CAMILLA


CAMILLA

P.NOVE






Tornai brevemente dai miei genitori e li misi al corrente delle decisioni che avevo preso. Ormai erano rassegnati, avevano capito che la mia vita non sarebbe più stata con loro, e mi augurarono ogni bene. Dopo baci, abbracci e promesse di scriverci me ne tornai a Londra pronta per seguire la mia nuova esperienza.
Il fatto che parlassi tre lingue mi aiutò molto. In più, la mia “bella presenza” accompagnata dalla mia naturale riservatezza mi aprirono molte porte a lavori importanti e divenni stretta collaboratrice del console. Lo seguivo nei viaggi, nelle riunioni, nelle cene ufficiali e negli incontri politici importanti, dove c’era lui, dietro un passo o al suo fianco c’ero anch’io.

Lorna e Linda mi avevano chiesto di rimanere da loro ed io accettai, anche se in casa ci stavo poco.

I primi due anni furono molto frenetici. Il lavoro mi piaceva e appassionava, anche se avevo poco tempo da dedicare a me. Nelle città che visitavamo per lavoro mi ritagliavo spazi per visitare musei, palazzi, chiese e mi feci una cultura non indifferente. La ragazzina timida innamorata della musica beat ora era una giovane donna di 24 anni felice e appagata.

Ritorno al presente e mi sembra di essere ancora la giovane ragazza di quel tempo. Non è possibile che mi separino quasi cinquant’anni da quei momenti! Com’è stato che la vita è corsa avanti così in fretta? Ho settant’anni e mi commuovo ancora al pensiero di quello che ho provato nella mia giovinezza. Non so voi se siete giovani, vecchi o ragazzi, ma vi do’ un consiglio: godetevi la vita, tutta e fino in fondo, perché un giorno vi sveglierete e vi accorgerete che gli anni sono passati talmente in fretta che non ve ne siete accorti. E, se non avete ricordi ed esperienze piacevoli da ricordare, non vi rimane niente. Questi album di fotografie e di ritagli di giornali, ora, insieme ai miei ricordi, sono tutto quello che resta a farmi compagnia. Certo ci siete anche voi che mi state ascoltando e vi ringrazio di dare tanta attenzione ad una vecchia signora quale io sono.

Ritorno ai quei meravigliosi giorni della mia giovinezza.

PARTE QUARTA


Era il 1965 e viaggiavo in macchina con Lorna e Linda insieme verso la città. Avevo pochi giorni di vacanza e loro ne approfittarono per girovagare in centro.
La città era tappezzata da grandi poster che pubblicizzavano l’incontro di pugilato dell’anno, e sui quei grandi tabelloni il viso sorridente di Rocco salutava tutti.

Raccontai alle sorelle che conoscevo Rocco, che non lo vedevo da quasi 10 anni e che eravamo stati molto amici. Sarei andata a quell’incontro di boxe, e loro si unirono prontamente a me. Non avevano mai assistito a niente di simile e non volevano perdere l’occasione per esserci.

La mia posizione sociale mi apriva molte porte, se poi la si sommava a quella delle sorelle non trovavamo ostacoli. Procurammo tre biglietti per l’incontro nei posti migliori.

Intanto che si avvicinava la data del match continuavo a pensare a Rocco e alla nostra amicizia. Avevo davvero molto desiderio di rivederlo, ma non avevo trovato il coraggio di contattarlo per un incontro riservato. C’era talmente tanta gente che lo circondava che non ci sarei di certo riuscita.

Insieme a Lorna e Linda stavo seduta in attesa dell’inizio dell’incontro. Il suo avversario incuteva paura solo a vederlo.

Quando Rocco fece il suo ingresso ci fu un grande boato. Riamasi meravigliata di quante ragazze di ogni età erano presenti e di come urlavano il suo nome. In prima fila, poco distante da noi, c’era la sua attuale fidanzata: bellissima, bionda e con un fisico mozzafiato. Ora Rocco si poteva permettere solo il meglio, in ogni campo.

Era uno spettacolo sia sul ring che al mio fianco. Le mie accompagnatrici urlavano come delle “grezze popolane” e si divertirono davvero. Io ero molto tesa, mi sembrava di rivedere quel primo match al nostro paese e di come mi ero sentita quando Rocco mi aveva regalato la sua prima coppa, coppa che custodivo nella mia stanza come dolce ricordo dei tempi andati.

Tutto sembrava interminabile e mi sembrava anche molto doloroso per quei due campioni.

Finalmente, alla fine, fu proprio Rocco ad essere proclamato vincitore. E quando si portò quella mano al cuore in mio ricordo, non riuscii a trattenere le lacrime.

Ci furono le premiazioni, le interviste, le fotografie con tante ragazze, ma io non ebbi il coraggio di avvicinarmi.

All’uscita, l’autista ci aspettava per portarci a cena in un esclusivo ristorante. Le mie amiche avevano prenotato la cena per me che da tanto tempo non stavo con loro.

Erano da poco passate le undici e fummo introdotte in un grande salone affollato. Come era consuetudine di Lorna e Linda avevamo un tavolo talmente in vista che era impossibile passare inosservate.

Salutarono molte persone, si scambiarono soffici baci sulle guance praticamente con tutti i presenti e prendemmo posto ad un tavolo con quattro coperti.

foto dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

martedì 12 febbraio 2019

CAMILLA


CAMILLA

P. OTTO






Fu Lorna, come sempre, a cominciare il discorso.

“Fra due settimane ci sarà un ricevimento all’ambasciata francese e siamo state invitate e tu verrai con noi, avremo bisogno di te che conosci la lingua. Sarà una cena e un ballo in onore della figlia del console francese e ci sarà tutta la nobiltà inglese. Domani andremo insieme a vedere per i vestiti che ci servono, vogliamo essere le più eleganti e tu dovrai essere la più bella!”

Fu una settimana molto indaffarata. Prima di trovare quello che cercavano per loro e per me visitammo sartorie e boutique di tutta la città finchè non trovarono ciò che le soddisfaceva.
Per la prima volta nella mia vita indossai un abito senza spalline e molto scollato e lasciai sciolti i capelli contro ogni etichetta del caso. Così vollero loro due, dovevano pur fare qualcosa per stupire. Loro erano splendide in abiti riccamente lavorati (fin troppo!) bastone da passeggio con manico d’oro e gioielli che non avevo mai visto. I loro abiti erano identici, solo il colore variava e facevano proprio una strana e bella coppia di vecchie stravaganti. In mezzo a quella gente così compunta, raffinata e snob non passavano inosservate. Io al loro fianco, con i lunghi capelli castani sciolti sulle spalle nude, completavo il quadro.

Non passammo inosservate. Molte persone vennero a salutarle, a omaggiarle, a chiedere consigli per associazioni benefiche e loro, godevano di ogni complimento che ricevevano sorridendo a tutti.

Si avvicinò il console inglese, anche se ora svolgeva compiti di consulenza per vari ministeri veniva sempre considerato console. Aveva svolto il suo lavoro di diplomatico in vari paesi del mondo, e la competenza acquisita lo faceva uno dei maggiori esperti di politica estera. Loro lo conoscevano bene e si intrattennero alcuni minuti a parlare. Mi chiamarono e quando li raggiunsi venni presentata e il console mi diede il suo biglietto. Mi disse di andarlo a trovare che aveva una proposta da farmi. Ringraziai con garbo e accompagnai le mie amiche al buffet.

Cominciarono le danze e anch’io venni invitata da vari cavalieri a ballare.

Non ne conoscevo nessuno ma mi comportai gentilmente con tutti.
Ebbi molti complimenti, ricevetti molti inviti, ma li rifiutati tutti: quello non era il mio mondo e sapevo che non poteva essere per me. Mi divertii moltissimo e, quando rientrammo a casa, ero stanca ma felice. Le due sorelle si scambiavano sguardi e sorrisetti complici che, per il momento non riuscii a decifrare.

Fu uno sforzo tremendo essere in piedi per la colazione delle sette il giorno dopo, ma Lorna e Linda erano perfette, come ogni mattina.

Le mie giornate procedevano come al solito. Ero molto impegnata fra lo studio e la compagnia delle due sorelle. Ricevevano molti inviti e a loro piaceva molto essere al centro dell’attenzione. Io facevo di tutto per rimanere defilata, ma loro non me lo permettevano. Mi presentavano ai loro conoscenti come un’amica e, come tale, venivo accettata. Ero molto fortunata ad avere Lorna e Linda come protettrici.

Erano passate due settimane dal ballo all’ambasciata e decisi di andare dal console a sentire cosa aveva da propormi. Presi appuntamento e al giorno stabilito mi presentai nel suo lussuoso ufficio.
Il console, Lord Bird, mi accolse calorosamente e prendemmo insieme un the. Si informò discretamente sulle mie abitudini, le mie capacità, i miei desideri. Alla fine mi accorsi che gli avevo praticamente raccontato tutta la mia vita senza nemmeno rendermene conto. Era talmente piacevole parlare con questo gentiluomo. Mi disse che conosceva da tantissimi anni le sorelle Lorna e Linda e che era legato loro da profonda e sincera amicizia.

“Bene signorina Camilla, che intenzioni ha per il suo futuro?” Mi chiese.

“Non ho ancora deciso niente, ma mi piacerebbe rimanere qui, dovrò darmi da fare e trovarmi un lavoro.” Gli risposi con tutta la grazia che conoscevo.

“Che direbbe di lavorare per me?” Continuò.

“Che ne sarei onorata, ma non ho particolari qualifiche.”

“Oh, non si deve preoccupare, lei ha proprio tutto quello che serve: gentilezza, educazione, buona creanza, conoscenza dell’etichetta e discrezione. Lorna e Linda hanno fatto proprio un bel lavoro con lei, ma con lei hanno trovato terreno fertile da coltivare come desideravano.”
“Quando avrà terminato i corsi di lingue si presenti da me, intanto cerchi di procurare tutti i documenti che le possono servire, ci vediamo fra un paio di mesi, saluti le signorine da parte mia e a presto.” Aggiunse col suo sorriso che doveva aver conquistato molte donne.

Uscii da quell’incontro quasi volando e tornai di corsa a casa.

Le sorelle mi stavano aspettando e vollero sapere ogni particolare. Ero davvero fortunata, avevo davanti un futuro “elettrizzante” che mi aspettava.


immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti

lunedì 11 febbraio 2019

CAMILLA


CAMILLA

P. SETTE





“Siedi qui dietro insieme a noi, ti dobbiamo parlare.”

E mentre quell’auto filava silenziosa su quelle strade a me sconosciute cominciarono a spiegarmi.
“Non ti offendere bambina, ma non puoi uscire con noi con gli abiti che ti sei portata, oggi andiamo a fare compere: ti rinnoviamo tutto il guardaroba, non puoi fare obiezioni, era nei patti, non puoi venire alla mostra, dove saremo le madrine, senza un vestito adatto, ti assicuro che per noi sarà un divertimento.”

Quella volta fu per la mostra, poi ci fu l’inaugurazione di un giardino, poi le celebrazioni religiose e via di seguito, ed ogni volta era una giornata dedicata alla shopping. Loro si divertivano come ragazzine. Erano molto conosciute e rispettate e, di conseguenza, anch’io venivo trattata con tutti i riguardi del caso.

Intanto imparavo molto facilmente la lingua e decisi di iscrivermi anche al corso di francese, così i pomeriggi di scuola finivano alle otto di sera, ma mi piaceva molto.

Ero diventata autosufficiente, uscivo da sola, andavo spesso in città per loro ed erano sempre molto generose.

Mano a mano che il tempo passava io mi affezionavo sinceramente a loro. Potevano essere le mie nonne ma se avessero saputo che pensavo a loro come nonne e non come amiche mi avrebbero cacciato dalla loro casa.

Erano vecchie, con la salute debole ma non avrebbero mai ammesso di esserlo. A me stava bene così, anche se a volte, durante certe uscite sembravano davvero troppo. Troppo truccate, troppo vistose, insomma, per me che amavo la semplicità sembravano troppo in tutto. Avevano cercato in tutti i modi di farmi assomigliare a loro, poi avevano capito che io ero fatta così e mi lasciarono relativamente in pace.

In quel primo anno le accompagnai in numerose uscite importanti. Venni a conoscenza che loro erano nella discendenza reale ma non so in che posizione, erano molto conosciute e influenti oltre che essere molto ricche e facenti parte di tante associazioni benefiche. Ed io, senza accorgermene, entravo piano piano in quel mondo.

Ero venuta in Inghilterra per imparare la lingua e conoscere quelle belle canzoni che tanto mi avevano attratta e invece andavo ai concerti di musica classica, vedevo balletti, andavo a teatro e ogni volta era una splendida scoperta l’emozione che provavo.

Linda e Lorna si beavano della mia emozione e la vivevano come se loro stesse tornassero indietro nel tempo: se mi avessero predetto che avrei amato tutte quelle cose non ci avrei creduto, ed ora erano diventate parte della mia vita, una passione.

Adesso parlavo con scioltezza l’inglese e quasi alla perfezione anche il francese. Ero passata ai corsi di perfezionamento e avrei fatto gli esami fra pochi mesi, poi la mia esperienza scolastica sarebbe terminata, cosa avrei fatto poi? Ci pensavo spesso. Avrei dovuto lasciare quella casa? Dove sarei andata? Sarei tornata a casa dei miei genitori? A fare che cosa? Ora non riuscivo ad immaginare la mia vita lontana da Londra. Dovevo cominciare a pensare di trovarmi un impiego, non volevo tornare al mio paesello dove non ci sarebbe stato niente di tutto questo.

Era passato un anno da quando ero arrivata e, fra sei mesi, avrei concluso i miei studi. Non avevo più ricevuto notizie di Rocco, ma leggevo della sua vita sui giornali, era diventato un grande campione, aveva una vita piena e interessante e una donna diversa e bellissima al suo fianco ogni pochi mesi. Era circondato da molte persone: amici, consiglieri, allenatori, e altre figure che non saprei descrivere. Nelle fotografie era ritratto sempre con il suo impareggiabile sorriso e quel suo ciuffo di capelli ribelli a volte sulla fronte a volte brillantinanti all’indietro. Chissà, mi chiedevo, se ogni tanto pensa ancora a me? Alla sua amica d’infanzia? Gli facevo silenziosamente gli auguri per la sua carriera e, chissà, magari un giorno ci saremmo rivisti.

Durante questo anno trascorso con Linda e Lorna avevo riempito due armadi di abiti bellissimi, alcuni indossati una sola volta, per mia madre sarebbe stato un grande spreco quello che facevo, ma non dipendeva da me. Sembrava che per ogni occasione servisse qualcosa di nuovo e le due sorelle si divertivano come matte a girare per negozi e fare acquisti per me.

Erra ancora maggio, un anno esatto da quando ero arrivata.

Avevo imparato anche come si sta a tavola nelle grandi occasioni, come ci si comporta in società, avevo raffinato quella grazia che in me era innata ma non sviluppata. Lorna e Linda, avevano saputo, con i loro suggerimenti, insegnarmi quello che serve per stare nella società che loro frequentavano ed ora, era come se io ci fossi nata e sempre vissuta. Erano fiere di come mi avevano trasformata ed io ero contenta di essere una persona nuova.
Stavamo cenando e loro si scambiavano occhiate strane. Ormai non mi meravigliava più niente nel loro comportamento e aspettavo pazientemente che si decidessero a parlare.



immagine dal web - diritto e proprietà riservati di Milena Ziletti

sabato 9 febbraio 2019

CAMILLA


CAMILLA

P. SEI






PARTE TERZA

In quel mese di maggio del 1961 scesi dal treno alla stazione di Londra.

Dire che ero emozionata è dire poco. Mi guardavo intorno in quella bolgia di gente vociante e mi sembrava di essere sbarcata sulla luna! Il primo impatto fu di quella folla noncurante e frettolosa che mi passava accanto, mi spintonava e parlava quella bella lingua che conoscevo poco. Prima di partire avevo studiato e preso lezioni di inglese, ma ora, mi sembrava di non capirci nulla.

Con la mia valigia in mano, con un sorriso di sicuro ebete, mi avviai verso l’uscita. Un autista in divisa aveva in mano un cartello con scritto il mio nome. Mi presentai e mi accomodai su una comodissima automobile.

“Dove sono capitata?” pensai. Ma il mio desiderio di avventura era talmente tanto che mi affidai all’avventura stessa. Sapevo che i miei genitori si erano affidati ad una agenzia seria che collocava ragazze alla pari come si usava in quegli anni, e sapevo pure che sarei stata ospitata da due anziane sorelle che vivevano in una tenuta alla periferia di Londra. Sapevo tutto questo e altre informazioni, ma di certo non ero preparata a scoprire quello che mi aspettava: l’incontro con quelle due donne avrebbe cambiato in modo radicale la mia vita e il mio modo di vivere.

Durante il tragitto non facevo altro che guardarmi intorno. Mi sembrava che gli occhi potessero uscirmi dalle orbite: volevo veder tutto, godermi le novità che non avevo mai visto al mio paese e, non mi rendevo conto che era tutto inutile. A bordo di quella silenziosa automobile era come vedere un film scorrere a velocità superiore.

L’automobile imboccò un viale alberato e sterrato e vidi approssimarsi una grande tenuta che sembrava un castello. Io non avevo mai visto niente di simile e cominciai ad essere preoccupata. Quando si fermò davanti ad un grande portone cominciai ad avvertire la mia solita timidezza. Ora che ero giunta alla meta, le mie gambe si rifiutavano di muoversi.

“Avanti Camilla, non fare la bambina” e mi diedi una mossa.
Presi la mia valigia e varcai quel portone.

Ricordo benissimo quale fu la mia prima impressione: mi sembrava di essere entrata in un mondo di fate, come quelli che inventavo da bambina per le mie storie di fantasia. L’autista mi accompagnò in salotto e, finalmente, conobbi le due sorelle, Linda e Lorna.

Parlavano solo in inglese e fu con molta fatica che compresi quello che mi dicevano.

“Benvenuta Camilla, io sono Lorna, lei è Linda, e siamo felici di darti il benvenuto nella nostra casa, speriamo tanto che ti possa trovare bene con noi.”

“Grazie, lo spero anch’io.”

Come posso descrivervi quelle due eccentriche sorelle? Ai miei occhi di ventenne campagnola sembravano due vecchie signore fuori dal tempo. Erano impeccabili: trucco perfetto (fin troppo per i miei gusti) capelli tinti e corti, vestiti alla moda e, soprattutto, quel fare sicuro e di adeguatezza che a me era sempre mancato.
Poi le conobbi meglio, Lorna aveva 63 anni e Linda 61. Non si erano mai sposate e vivevano molto agiatamente. Avevano viaggiato molto ma ora, causa di alcuni problemi di salute erano costrette a vivere più ritirate.

Furono splendide fin dall’inizio e mi misero a mio agio. Mi portarono a visitare la tenuta, mi fecero vedere ogni angolo di quella bellissima casa e mi ospitarono in una lussuosa camera comprensiva di salottino e di bagno.
Nemmeno nella mia casa avevo a disposizione tanto spazio ed ero elettrizzata.

Durante la cena mi indicarono quali sarebbero stati i miei compiti: colazione alle sette tutte insieme, poi avrei dovuto accompagnarle ovunque andassero; avevano bisogno di me perché le loro gambe non erano più tanto sicure. Avremmo pranzato insieme, avevo tre pomeriggi alla settimana per frequentare la scuola e avrei svolto alcune commissioni per loro. Potevano esserci anche altri compiti che avremmo visto mano a mano. In cambio di questo avevo vitto, alloggio e quello che serviva per accompagnarle nelle loro uscite. Quando me lo dissero non potevo immaginare dove mi avrebbero portata. Per eventuali lavori extra mi avrebbero dato qualche sterlina. Mi mettevano a disposizione l’autista fin quando non mi fossi impratichita e fossi diventata più sicura e indipendente.

Avemmo tutto il fine settimana per conoscerci meglio e feci amicizia anche con il loro cane, Ralf, che mi prese subito in simpatia.

Penso che il mio affiatamento con il loro cane fosse il primo test d’ingresso per essere completamente accettata. Non stupitevi, non solo erano eccentriche ma anche molto disinvolte in tutto e, ci furono occasioni, in cui fui molto imbarazzata dal loro modo di comportarsi.

Cominciò così la mia nuova vita.

Colazione alle sette, ecco, già qui fui presa subito alla sprovvista.
Il lunedì si presentarono alle sette già completamente truccate e vestite (ma a che ora si erano svegliate?).

“Camilla, appena finita la colazione andiamo in città, dovrai essere pronta entro dieci minuti.”

Fui pronta in nove minuti e l’autista aveva già portato l’auto.



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venerdì 8 febbraio 2019

CAMILLA


CAMILLA

P. CINQUE






Gli passo il disinfettante sulle ferite e non fa un fiato. Deve essere molto doloroso, ma lui non si lamenta. Intanto che lo medico inizia a parlare.

“Non ti ho mai detto, Camilla, quanto tu sei importante per me. Nessuno lo ha mai capito, credo che nemmeno tu sappia il motivo di questo mio attaccamento. Quando ti ho vista piangere, quella prima volta che ci siamo visti, ho rivisto tutte le volte che anche mia madre ha pianto. Mio padre è violento e irascibile, è da lui che ho preso questo brutto carattere. Ma non ho mai voluto diventare come lui, è stato quel giorno che ho capito che invece ero sulla buona strada per somigliargli. Le tue lacrime, e la tua disinteressata amicizia, mi hanno insegnato che ci sono anche altri sentimenti. E quando mi raccontavi le tue storie ti stavo ad ascoltare intensamente, perché mi piaceva figurarmi in quelle situazioni sempre a lieto fine. Ti voglio bene, dolce Camilla, la tua presenza mi fa pensare che c’è del buono anche in me.”

Queste parole mi hanno commossa. Anch’io gli voglio bene, ma non sono capace di dirglielo.

“Ho un’idea. Quando questa brutta storia sarà passata, perché non cominci a frequentare la palestra di pugilato che hanno aperto da poco? Potrebbe essere la soluzione alla tua aggressività.”

Alzo gli occhi e lo guardo.
 “Te lo prometto.” Mi sorride, e in un attimo si sdraia sul letto e si addormenta.

Da quel giorno è cominciata la sua nuova vita. Per fortuna la sua bravata non ebbe conseguenze e, in poche settimane guarì ogni ferita.

Si iscrisse alla palestra e cominciò a frequentarla con passione. Imparò che esistono regole che vanno sempre rispettate. Il signor Nino, l’allenatore, così diffidente all’inizio, riuscì a entrare poco alla volta nel suo cuore, lo conquistò e gli insegnò il vero valore della vita e dello sport.

Il tempo passava e Rocco si scolpiva un fisico fatto di muscoli. Aveva anche cervello e cominciò a fare alcuni incontri.

Che emozione quando venne a casa mia con i biglietti del suo primo incontro importante: uno per me e uno per sua madre, le donne più importanti della sua vita ci disse. Mi abbracciò talmente forte che quasi mi stritolò. Io non volevo andarci, avevo paura di vederlo sul ring a prendere pugni, ma non mancai a quell’incontro, come non mancai ogni volta che potevo.

Quell’incontro di pugilato fu il primo anche per me. Vederlo in pantaloncini, con quel fisico muscoloso e il suo ciuffo di capelli tirati sulla fronte mi diede un tuffo al cuore.
Ricordo poco di quello che successe sul ring, fu più il tempo che passai con gli occhi chiusi che il resto. Ma quando l’arbitro gli alzò il braccio e lo decretò vincitore non riuscii a non piangere.

Era circondato da amici, da colleghi e un sacco di ragazze urlavano il suo nome cercando di andargli vicino e toccarlo. Lui guardò me e si portò una mano al cuore e disse “grazie”.

Ci furono festeggiamenti, ma io non vi partecipai. Avevo solo 17 anni e dovevo tornare a casa presto.

Il giorno dopo si ripresentò a casa mia con la coppa che aveva vinto, orgoglioso e felice come non lo avevo mai visto.

“Questa è per te, Camilla. E’ più tua che mia. Conservala, perché le prossime me le tengo io. Ce ne saranno tante altre, ma questa è dedicata solo a te.”

Cominciò la sua carriera, e fu una grande carriera. Se ne andò dal paese e cominciò a girare il mondo. Di lui sentivo parlare sui giornali quando vinceva gli incontri importanti. Aveva molte ragazze, molti soldi, un lavoro che gli piaceva e stava realizzando i sogni, quelli che facevamo fin da bambini. E ogni volta, alla fine dell’incontro, sia che ne uscisse vincitore o perdente non si dimenticava mai di portarsi quella mano al cuore e mandarmi il suo pensiero.
Raramente mi mandava cartoline. Solo poche parole di saluti. Una arrivò persino da New York e la conservo insieme ad altri cari ricordi.

Lui aveva raggiunto il suo sogno, io inseguivo il mio. Mi ero diplomata, ero cresciuta ed ero anche parecchio carina ma, ancora molto timida.

Era il 1960, avevo 20 anni e sia i ragazzi che le ragazze cominciano ad emanciparsi. Arrivavano canzoni bellissime da terre lontane, dall’America, all’Inghilterra e cominciai ad appassionarmi a quella musica. Mi piaceva e volevo imparare anche la lingua e chiesi ai miei genitori di mandarmi laggiù per impararla.
Sembrava avessi chiesto la luna, non ne volevano sapere di lasciarmi andare da sola. Fecero di tutto per convincermi a rinunciare, ma era il mio più grande desiderio e, alla fine, cedettero.

Presero ogni informazione. Non vollero che andassi in America, era più vicina l’Inghilterra e, alla fine, a 21 anni, partii verso quel paese per imparare tutto quello che potevo.


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