CAMILLA
P. TRE
Io sono esterrefatta. Tutti i
bambini rientrano frettolosamente in aula e nessuno osa parlare. Io aspetto con
ansia la fine della lezione per correre da Rocco e dalla mamma.
Ancora oggi sorrido a quel
ricordo. Allora non avevo capito che Rocco aveva deciso di darmi la sua forza e
la sua protezione. Nella sua mente di bambino aveva capito che da sola non
potevo affrontare nessuno, mentre lui poteva benissimo farlo anche per me,
anche a costo di subire punizioni o privazioni. Era diventato il mio fedele
cavaliere, quello che protegge e difende la sua inesperta principessa. Adesso
mi sembrano parole superate, ma allora, davvero io lo vedevo come il mio
cavaliere e l’ho amato anche per questo.
Da quel giorno, più nessun
bambino ha osato offendermi. Rocco aveva messo bene in chiaro che chiunque mi
avesse fatto un torto se la sarebbe dovuta vedere con lui.
Era un leader nato, un
irascibile e anche un violento fin da bambino, ma con me, era solo un amico, il
più affettuoso che potessi desiderare.
Gli anni scolastici
successivi, fortunatamente furono meno tragici. Imparai a rispondere alle
domande della maestra, e fu solo merito di Rocco.
Dopo quell’episodio, andai a
trovarlo a casa sua. La sua mamma era in lacrime dalla rabbia e dalla vergogna.
“Camilla, raccontami tu cosa è successo,
perché Rocco non ha voluto aprire bocca.”
Le diedi la mia versione e un
po’ me ne vergognavo. Mi sentivo in colpa per quello che gli era successo. Lei
scosse la testa e disse “Rocco è fatto
così, o ama o odia, non ha vie di mezzo. Tu per lui conti molto, non sono mai
riuscita a capire come sia nato questo sentimento che lui prova per te, ma ti
assicuro che, finchè vivrai, avrai in lui un sincero e leale amico. Cerca di
insegnargli un po’ di buon senso o la sua vita non sarà per niente facile.”
Mi bacia i capelli e vado da Rocco.
E’ seduto in giardino e
guarda verso il cielo. Mi avvicino senza parlare e mi siedo accanto a lui. “Perché l’hai fatto?”
Ha i piccoli pugni stretti
come se volesse picchiare ancora qualcuno. Io non capisco dove vada a prendere
tanta rabbia, sembra che debba vendicare torti subiti che io non conosco.
“Ricordi quando ci siamo conosciuti e ti ho fatto
piangere? Le tue lacrime mi hanno fatto molto male, più che a te. So che molti
bambini ti prendono in giro perché sembri strana, nessuno ti conosce come me,
nessuno conosce le tue storie e come sei brava a raccontarle, e nessuno ha il
diritto di farti piangere ancora. Io non voglio, e farò di tutto perché nessuno
ti tratti male. Io sono forte e mi so difendere, non mi importa delle
punizioni, tu sei mia amica e ti proteggerò.”
Dette da un bambino di sette
anni sembrano frasi impossibili, ma vi giuro che disse proprio così. Io non
capii allora come potesse essere un violento e anche così sensibile, non lo
capii allora ma dopo, purtroppo, sì.
“Io non voglio che tu venga punito per colpa mia, non
è giusto.”
“Allora tu devi imparare a superare la tua timidezza,
fallo per me, ogni volta che ti senti bloccata pensa a me, come se ti fossi
accanto, o io dovrò intervenire ogni volta e pagarne le conseguenze.”
Fu così che iniziai a
migliorare, per amore suo, per non fargli subire altre punizioni. Non è stato
facile, c’è voluto tempo e del tutto non ci sono mai riuscita, ma sono
migliorata, solo per lui.
Quando cominciai a prendere
voti migliori diventai più sicura e imparai a sorridere di più. Le scuole
elementari furono poi un’esperienza bellissima. Cominciai anche a giocare con
altre bambine, ma le mie storie le raccontavo solo a Rocco.
Lui era diventato molto bravo
a giocare al calcio e qualcuno parlava di mandarlo in qualche squadra famosa.
Vennero alcuni esperti a vederlo giocare ma non venne mai convocato: il suo
carattere terribile gli bloccò questa esperienza.
Aveva nove anni quando fu
scoperto a fumare di nascosto. Era nei bagni della scuola e di nuovo fu punito
e sospeso.
Quella volta mi arrabbiai
molto. Quando andai a trovarlo volevo sgridarlo, scuoterlo, ma, quando lo vidi,
con la faccia pesta e un occhio nero, riuscii solo ad abbracciarlo.
Non si aspettava questo mio
gesto. Mi appoggiò il viso sulla spalla e rimase in assoluto silenzio, non
voleva mostrarmi il viso. Mentre gli accarezzavo i capelli sentivo la sua
tensione che diminuiva. Sua madre arrivò e, quando vide la scena, fece dietro front
e ci lasciò soli.
“Perché l’hai fatto?”
“Volevo solo provare, non è successo niente di grave,
lo fanno tutti.”
“Chi è che ti ha ridotto la faccia così?”
“Camilla adesso vai a casa. Sono contento che sei
venuta a trovarmi, ci vediamo quando la mia punizione sarà finita.”
Mentre esco, sua madre mi
guarda in modo strano, mi manda un saluto e torno a casa mia.
immagine dal web - diritti e proprietà riservati di Milena Ziletti
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